FINALI MONDIALI - Baires 1978: vincere e morire


«Pur disprezzando il popolo, 
la dittatura ne desidera l’approvazione»
– Ryszard Kapuscinski

di CHRISTIAN GIORDANO ©
FINALI MONDIALI - Le partite della vita
Rainbow Sports Books ©

Mai come in questo caso «la madre di tutte le partite» fu, in senso letterale, questione di vita e di morte. E non lo fu per i diretti protagonisti, ma per un intero popolo. «Colpevole», come altri sventurati fratelli latino-americani, di essere poco propenso a metabolizzare le buone maniere imposte dalla ferocissima dittatura iniziata nel marzo 1976, in seguito al colpo di stato militare che aveva deposto la presidentessa Isabelíta Perón.

Stime non ufficiali – ma forse proprio per questo più attendibili – parlano di migliaia di vittime in venti mesi sotto il regime, che aveva ai vertici la triade formata dai generali Jorge Videla e Orlando Agosti e dall’ammiraglio Emilio Massera.

Circa 5 mila (ma c’è chi dice oltre 7 mila) assassinati, 15 mila arrestati per motivi politici e 20 mila (secondo altre fonti addirittura 50 mila) scomparsi. Per non parlare della censura, del divieto di ogni attività politica e sindacale in un Paese in cui corruzione e iperinflazione (500%) erano (sono?) l’aberrante «normalità».

I Mondiali di Argentina 1978 si svolgono quindi in pieno clima da Garage Olimpo, film-cult del coraggioso regista Marco Bechis. 

Il Monumental di Buenos Aires, storica «casa» del River Plate, sarà teatro di uno «scontro all’ultimo sangue» – per usare una cruenta immagine tanto cara ai retori di questo sport – fra i padroni di casa e la declinante Olanda, ormai al canto del cigno e già priva dei fari Cruijff e van Hanegem. 

Nel frattempo, nei sotterranei dell’impianto, in mezzo a tanto sangue vero, si sta ancora consumando uno degli infiniti orrori di un secolo senza pietà, la tragedia dei desaparecidos: un esercito (in senso numerico) di giovani, a volte giovanissimi che, al morire vivendo sotto un regime, preferiscono vivere morendo per abbatterlo.

La partita, con il pesante odore di morte che aleggia nell’aria, è a suo modo senza precedenti. Un evento che la dittatura del Generalissimo Videla & C. prova (e riesce) a condizionare in ogni minimo dettaglio, costi quel che costi: in denaro (800 milioni di dollari dell’epoca) o in vite umane.

Per consentire la costruzione di infrastrutture all’avanguardia e di stadi faraonici, in qualche caso autentiche cattedrali nel deserto, le tasse erano state aumentate fino al 300%. e se a qualcuno veniva l’uzzolo di andare a sficcanasare sul loro utilizzo, qualcuno provvedeva a farglielo sparire. Spesso spariva anche il ficcanaso. 

Una volta il Segretario delle Finanze della dittatura, Juan alemann, ebbe la malsana idea di fare qualche domanda di troppo sul «percorso» di quel denaro pubblico. L’ammiraglio Carlos Alberto Lacoste lo invitò a maggiore prudenza: «Poi non vi lamentate se vi mettono una bomba...».

L’ammiraglio fu buon profeta. a casa Alemann si udì una fragorosa esplosione in corrispondenza della quarta rete argentina al Perù. Alla fine del Mondiale, i giocatori peruviani furono accolti a sassate al loro ritorno a Lima, mentre per i suoi servigi Lacoste fu ricompensato con la nomina a vicepresidente della FIFA, dopo essere stato l’uomo di punta dell’organizzazione del torneo, da quando l’altro militare incaricato aveva all’improvviso e misteriosamente lasciato questa valle di lacrime. abbiamo controllato, ma di tutto ciò nel sito ufficiale della Federazione internazionale non c’è traccia. 

Quasi tutto il cammino degli argentini viene scientificamente pianificato affinché possa concludersi a lieto fine e cioè con la Coppa FIFA in bella mostra nella bacheca della AFA, la Federcalcio locale.

Quel «quasi» si riferisce allo splendido 0-1 con cui l’Italia, guidata dal Ct Enzo Bearzot, scompagina i piani di Menotti & C. battendoli nella terza partita del primo turno.

L’inopinata sconfitta li costringerà ad abbandonare, per la seconda fase, la prediletta sede di Buenos Aires per riparare a Rosario come secondi classificati del Gruppo 1. Inoltre – risvolto ben più temuto – li dirotterà nel raggruppamento comprendente lo spauracchio Brasile, l’infida Polonia e il paracadute Perù del naturalizzato portiere d’origine argentina Ramón Quiroga. 

E tutti sanno che, all’uopo, el Loco e compagni non disdegneranno di offrire ai «cugini» un’abbondante confezione di Marmelada peruana (leggi il compiacente 6-0 che per la miglior differenza reti li porterà dritti in semifinale a spese proprio del Brasile).*

Il resto ce lo mette il regime dei Generali, ai quali garberebbe assai un arbitro poco incline, mettiamola così, a pericolosi quanto inopportuni colpi di testa. La scelta cade sull’italiano Sergio Gonella, direttore di banca ad Asti che sa fare bene i conti. Degli altri, e soprattutto i suoi. 

A differenza del passato (lo svedese Ivan Eklind a Italia 34) o del futuro (il messicano Edgardo Codesal a Italia 90), la sua arte sta nel riuscire a orientare la gara senza però commettere sesquipedali ingiustizie che lo bollerebbero da lì all’eternità. 

Gonella non decide l’esito della finale, si limita ad assecondarne il percorso obbligato. E d’altronde come pretendere, da lui o da chicchessia, la più assoluta imparzialità in quell’ambiente; davanti a ottantamila invasati ormai sul punto di toccare con mano l’oppio della vittoria, e per di più nel calcio, da quelle parti considerato più che una religione.

Magari per dimenticare anche solo per un momento gli orrori che alla Scuola di Meccanica dell’esercito (ESMA) e negli altri centri di sterminio avevano visto torturate e uccise migliaia di persone e marchiato a fuoco per sempre l’animo di un intero popolo.

A due passi dallo stadio, da aeroparque, mentre i tifosi argentini inneggiavano al successo finale della loro adorata Selección, partivano gli aerei dai quali i militari lanciavano i prigionieri politici in fondo all’oceano. vivi. Secondo uno dei «pentiti», il capitano Alfonso Scilingo, in due anni la Marina aveva gettato in pasto agliì squali dalle millecinquecento alle duemila persone. 

Una cinica battuta assai diffusa nelle redazioni di cronaca recita più o meno così: un morto è un morto, due morti sono due morti, cento sono statistica. Se tanto ci dà tanto, «La soluzione finale», così la chiamavano a Baires, è materia da Istat.


LA PARTITA

L’andazzo si capisce prima ancora di iniziare. Infortunatosi nell’ultima gara della seconda fase, contro gli azzurri, l’olandese René van de Kerkhof ha il polso destro incrinato e porta una doccia gessata che gli blocca il braccio dal gomito al palmo. «Troppo pericolosa», sostengono gli argentini. Svelti ad attaccarsi ad ogni pretesto utile a dar loro anche il più piccolo vantaggio psicologico. 

Gonella, vaso di coccio in mezzo a troppi vasi di puro ferro gaucho, gli impone di togliersela ma per tutta risposta l’intera delegazione arancione, con in testa capitan Ruud Krol, minaccia ripetutamente e con ampi gesti di abbandonare il terreno di gioco. 

La situazione diplomatica sembra precipitare poi il buon senso prevale e si sceglie un classico compromesso, è il caso di dirlo, all’italiana: il giocatore può scendere in campo indossando una fasciatura elastica anziché rigida. Pericolo passato, si può incominciare. Ma la tensione è latente.

Il Monumental è, per citare un’abusata frase fatta, una bolgia. Tranne sporadiche macchie puntinate di arancione, tutto il catino è dipinto di blanquiceleste. Il colpo d’occhio è straordinario, il baccano assolutamente infernale. il rettangolo verde non è più tale, sepolto com’è da una spessa coltre di rotoli di carta bianca. «No hay futbol, sin papelitos», non è calcio senza papelitos, il mantra che risale a un Quilmés-San Lorenzo dei primi anni Sessanta.

Si parte.

Il Ct degli olandesi, l’austriaco Ernst Happel, fine stratega, sa che l’Argentina là davanti fa paura, ma anche che, se attaccata, con quella difesa tutt’altro che impenetrabile, può essere messa in difficoltà.

Decide allora di sorprenderla con un atteggiamento tattico alquanto sfrontato. i suoi giocatori, come già accaduto nel corso del torneo, lo prendono in parola e la sfrontatezza tattica si trasforma qua e là in scorrettezza tout-court. Gli argentini, si sa, non sono da meno nella poco nobile arte del randello, e ne approfittano per allestire sceneggiate da lacrime napulitane ogni qualvolta vengono sfiorati.

Gonella, poveretto, non può che «commuoversi» estraendo in continuazione il cartellino giallo. Peccato che sul suo taccuino finiscano solo gli olandesi: Krol, Poortvliet, Neeskens e, nel finale, Suurbier. Strano.

I tulipani picchiano, è vero, ma che dire allora della gomitata, rimasta impunita, con cui Passarella stacca due denti a Neeskens? Nell’occasione la terna arbitrale ricorda il celeberrimo trio di scimmiette in versione riveduta e scorretta: non vedo-non sento-non fischio.

Parlando di calcio e non di calci, nel primo scorcio di gara è l’Olanda a giocare meglio. entrambe le formazioni ricorrono spesso all’espediente del fuorigioco ma in un paio di occasioni vengono sanzionati agli arancioni, ormai lanciati a rete, offside piuttosto dubbi. Per il resto, diverse buone iniziative di alleggerimento degli oranje, in particolare di Johnny Rep che, schierato da prima punta, chiama più volte in causa il portiere avversario Ubaldo Fillol. 

Diverso invece il discorso per il compagno di reparto Rensenbrink. Non un cuor di leone, l’airone dell’Anderlecht decide di migrare verso meno pericolosi lidi una volta goduto dei primi massaggi alle caviglie gentilmente offerti dalla premiata ditta Galván-Passarella.

La supremazia olandese diventa così piuttosto sterile e nel frattempo la formazione guidata da Menotti non se ne sta lì con le mani in mano. anzi. La manovra biancoceleste fluisce bene sulle fasce dove le velocissime ali, Bertoni a destra e Ortíz a sinistra, fanno diventare matti i rispettivi marcatori, specialmente il primo, incontenibile, contro il modesto Poortvliet. dall’altra parte l’esperto Jansen riesce in qualche modo a limitare le sortite offensive del Mago Fafà, come lo chiamano i tifosi perché con la palla Ortíz, dribblomane incallito, può permettersi ciò che vuole.

Spiccioli di cronaca.

Al 5’, Olanda pericolosa con Rensenbrink che gira di testa una punizione di Haan. La palla sfila a lato di un soffio.

Al 18’, Bertoni viene sgambettato da Krol, ammonizione sacrosanta. Sul susseguente calcio franco, Passarella sferra una gran bordata ma l’attento Jongbloed si distende e para. 

Passano sei minuti e arriva la prima palla-gol della gara. È argentina. Olguín dalla destra a Passarella, che a tutta velocità si inserisce e al volo lascia partire una sventola alta di poco.

Replica olandese al 27’: Jansen crossa per Rep che colpisce a botta sicura, Fillol salva la baracca deviando sopra la traversa.

Al 37’, la prima vera palla giocabile per il fuoriclasse biancoceleste Kempes. L’azione parte da Ardíles sulla sinistra ed è proseguita dal centravanti-boa Luque, che serve il suo numero dieci. Maríto anticipa due avversari e incrocia un diagonale che finisce alle spalle di Jongbloed, il portiere-tabaccaio. 1-0 per l’Argentina e Monumental in delirio.

Sulle ali dell’entusiasmo per il liberatorio vantaggio, la Selección chiude all’attacco la prima frazione. L’Olanda pare accusare il colpo ma fino al tè caldo non succede altro. 

Il secondo tempo si trascina stancamente ed è inferiore alle attese, a parte una conclusione  di Bertoni a fil di palo su servizio di Kempes, al 23’, che per poco non chiude la partita. 

I padroni di casa arretrano a protezione del prezioso golletto e della loro non affidabilissima retroguardia. I resti della (ormai ex) Arancia meccanica attaccano perché devono, ma senza Cruijff ad accendere la luce, per la manovra dei tulipani è buio pesto. 

Uniche eccezioni al piattume generale sono le rapide percussioni degli esterni argentini e, sull’altro fronte, qualche siluro dalla distanza dei tiratori scelti Haan e Brandts, guarda caso gli affossatori dell’Italia nell’incontro decisivo per l’ammissione alla finale.

Sentendosi tremare la terra sotto i piedi, Happel capisce di dover inventarsi qualcosa. dopo quasi un’ora di gioco toglie l’opaco Rep, mai in partita, per rimpiazzarlo con Nanninga, certo nn all'altezza del titolare ma dotato della stazza e della grinta necessarie quando conta più la sciabola che il fioretto.

Tra calci, calcetti e calcioni, Gonella prima lascia fare salvo poi votarsi all’interventismo più sfrenato pur di traghettare all’arrivo la gara: fischia a più non posso, spezzettando così una partita che da non bella diventa deludente. Fino a un certo punto.

A 9 minuti dal termine, René van de Kerkhof (quello della fasciatura) se ne va in progressione e mette in mezzo un invitante pallone su cui s’impappinano tarantini e Luís Galván. ne nasce un pateracchio trasformato in gol di testa da Nanninga (in collaborazione con Poortvliet) che così consegna al proprio Ct la patente di mago capace di azzeccare il cambio risolutivo. 

Lo spettro dei supplementari prende corpo, e sugli spalti cala un gelo che ha ben poco a che vedere con l’inverno australe. Ma è niente rispetto al lungo brividoì che al 90’ corre sulla schiena degli aficionados locali.

Rensenbrink, fin lì fuori partita, si ricorda di essere stato, due anni addietro, forse il miglior giocatore d’Europa e da sinistra sfonda il muro argentino. La sua sventola in diagonale, a Pato Fillol battuto, si infrange sul palo più lontano insieme con le ultime speranze olandesi. Quel pallone, incredibilmente rimbalzato in campo anziché in porta, segnerà per sempre la pur straordinaria carriera dell’ala sinistra arancione. 

Ancora oggi, le sue interminabili giornate di pesca vengono rovinate da giornalisti arrivati fin là per chiedergli di quel maledetto palo. da qualcuno mai ritenuto poi così determinante. A bocce ferme, una dichiarazione fatta a mezza bocca da capitan Passarella vale più di mille parole: «Se la palla fosse entrata, l’arbitro avrebbe sicuramente annullato il gol…». Ah.

Il pilatesco recupero concesso da Gonella, un minuto e una decina di secondi, è uno «straordinario» dal compenso di molto inferiore al minimo salariale. Se proprio non si può fare a meno dei supplementari, che si proceda, allora. Ma subito, e tanti saluti.

Con il doppio extra-time comincia un’altra partita. L’Olanda, fisicamente fortissima, insospettabilmente cede alla distanza. a venire fuori invece è la maturità della squadra, per certi versi inaspettata, laboriosamente assemblata dal Flaco (lo Smilzo) Menotti. 

L’Argentina era stata favorita in ogni modo e per tutto il cammino Mondiale; dai tre anni di ritiro praticamente ininterrotto al calendario studiato ad hoc, sia per l’assegnazione delle sedi, sia per l’orario delle partite. Ma anche nella sfida-farsa col Perù, appositamente posticipata per permetterle di quantificare la differenza reti utile per la qualificazione, e negli arbitraggi, in qualche caso (Ungheria, Francia), diciamo così, più morbidi del consueto se non del consentito. 

Ma ora, nel momento della verità, la squadra sa di doversela cavare da sola. Ed è lì che compie il capolavoro, meritandosi almeno in parte l’agognato (primo) trofeo, che arriva nel giro di dieci minuti, dal 104’ al 114’, grazie all’indiavolato duo Kempes-Bertoni.

È proprio l’ex riserva di Houseman a far partire l’azione offensiva servendo Kempes, che supera di slancio i due centrali arancioni prima di chiamare all’uscita Jan Jongbloed per poi superarlo prendendogli il tempo. Il portiere olandese tocca ma non trattiene il pallone e sulla respinta il puntero insacca: 2-1. 

Aveva ragione il ginnasiarca paraguaiano Heriberto Herrera, l’anti-sivoriano profeta del Movimiento: Kempes è «il miglior attaccante al mondo con la palla al piede». Per il valencista è la sesta rete in 7 gare, quella che gli vale il titolo di máximo goleador del torneo.

Una decina di minuti dopo i due si scambiano ruoli e favori. Stavolta è il numero 10 a condurre di potenza un’azione centrale al termine della quale serve al compagno d’attacco il più succulento degli assist. Bertoni, che alla vigilia del torneo aveva sognato di realizzare il gol della vittoria, non si fa pregare e a porta vuota sigla il 3-1. «Ho sognato che l’rgentina sarà campione del mondo», aveva annunciato alla stampa locale, «e che in finale segnerò io il gol decisivo». Allora si era prestato a mimare la scena ai fotografi, ora ci era riuscito davvero.

Adesso è proprio finita. Il Paese può liberare tutta la sua gioia in 48 ore di festeggiamenti ininterrotti. Videla e il resto della famigerata Junta hanno raggiunto il loro scopo: dirottare sul pallone le attenzioni del popolo che avevano mortalmente ferito, umiliato, offeso. Passarella la Coppa la riceve dalle mani degli assassini.

Ma l’Olanda, di nuovo seconda e sempre contro la squadra di casa, non ci sta: Gonella viene aspramente contestato e Krol e compagni si rifiutano di partecipare alla cerimonia di premiazione e Happel diserta la conferenza stampa. Un brutto epilogo per una storia troppo brutta per non essere vera.

Dal punto di vista calcistico invece, se fu vera gloria o no, a quel punto conta poco e frega a nessuno. «¡Argentina Campeón!» è la scritta che appare sul tabellone luminoso, buona come titolo di coda. Ma dai sotterranei dell’impianto, le assordanti urla del silenzio risuonano ancora oggi. Impossibile dimenticarle.


IL TABELLINO

25 giugno 1978, Buenos Aires (estadio Monumental), ore 15 locali
Argentina-Olanda 3-1 d.t.s. (1-0, 1-1, 2-1, 3-1)
Argentina (4-4-2/4-2-4): Fillol; Olguín, Tarantini; Ardíles (Larrosa dal 66’), Luis Galván, Passarella; Bertoni, Gallego, Luque, Kempes, Ortíz (Houseman dal 75’). A disposizione: 3 Baley, 1 Alonso, 8 R. Galván, 17 Oviedo. Ct: Menotti.
Olanda (4-3-3 a zona): Jongbloed; Jansen (Suurbier dal 73’), Brandts, Krol, Poortvliet; Haan, Neeskens, R. van de Kerkhof; W. van de Kerkhof, Rep (Nanninga dal 59’), Rensenbrink. A disposizione: 4 van Kraaij, 17 Rijsbergen, 19 Doesburg. Ct: Happel.
Arbitro: Sergio Gonella (Italia); guardalinee: Ramón Ruíz Barreto (Uruguay), Erich Lynemair (Austria).
Marcatori: 37’ Kempes (A), 81’ Nanninga (O), 104’ Kempes (A), 114’ Bertoni (A).
Spettatori: 80 mila circa (77.260 paganti).

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