Grande Torino - Gli angeli caduti in volo


di Christian Giordano, Guerin Sportivo

«Quando lo stenografo è entrato nei nostri uffici come una furia agitando un foglietto bianco appena uscito dalla telescrivente, gridando il nome del Torino, abbiamo capito subito che stava abbattendosi su di noi una tremenda sciagura. Sulla carta era scritto: “L’aereo proveniente da Lisbona con a bordo la squadra calcistica del Torino, oggi, al suo arrivo in città, è precipitato”».

Con queste parole la Gazzetta dello Sport del 5 maggio 1949 annunciava la scomparsa della creatura perfetta, la più forte squadra che l’Italia calcistica abbia mai conosciuto: il Grande Torino.

Tornava da Lisbona, il Grande Torino: tornava da una partita neanche ufficiale. Francisco José Ferreira, grande amico di Valentino Mazzola e capitano della nazionale portoghese e del Benfica, era a fine carriera. La sua squadra voleva omaggiarlo con una “partita d’addio”, e donargliene l’incasso per alleviargli eventuali ristrettezze economiche che avrebbe dovuto affrontare una volta appese al fatidico chiodo le scarpette da gioco. Ci voleva un avversario di grido, e nessuno meglio del Torino, il Grande Torino, avrebbe potuto fungere da richiamo per un gran numero di spettatori.

Era stato proprio Mazzola ad accettare la proposta di Ferreira. I due capitani si erano incontrati a Genova la sera del 27 febbraio 1949, una domenica, ed erano seduti a fianco a fianco durante la cena ufficiale di Italia-Portogallo, amichevole giocata nel pomeriggio a "Marassi" (4-1 per gli azzurri: lusitani in vantaggio con Lourenço, rimonta firmata Menti, Carapellese, Mazzola e Maroso). A tavola Mazzola e Ferreira avevano parlato della partita e del loro futuro.

José aveva comunicato a Valentino l'intenzione di ritirarsi a fine stagione. «Vorrei il Torino come avversario nella mia gara d’addio. Siete la squadra più famosa d’Europa. Con voi in campo ci sarebbe più pubblico. Sai, il Benfica lascerà a me l’incasso».

Mazzola lo rassicurò: «Ne parlerò con il presidente Novo. Contaci, verremo a Lisbona a festeggiarti. Le società fisseranno la data».

Il Toro è primo in classifica, Novo, ascoltato Mazzola, ottiene dalla Federazione di anticipare a sabato 30 aprile la grande sfida con l’Inter a San Siro, e si accorda per il 3 maggio.

Il presidente granata Ferruccio Novo è anche il Ct della Nazionale (Vittorio Pozzo aveva lasciato l’incarico il 16 maggio ’48, dopo lo 0-4 degli azzurri a Torino con l’Inghilterra, la gara col famoso gol di Mortensen dalla linea di fondo, ndr) e ci tiene a far bella figura all’estero. Convince il direttore sportivo Ernő Egri Erbstein a tenere a riposo qualche titolare (Maroso, Grezar e l’influenzato Mazzola) e così a Milano il Toro schiera solo otto dei consueti titolari. La gara termina 0-0 grazie soprattutto alle parate di Bacigalupo e all’impeccabile organizzazione difensiva. Il Toro mantiene 4 punti di vantaggio a quattro partite dalla fine (tre delle quali interne) e La Stampa titola: «I granata si confermano virtualmente campioni».

Il mattino di domenica 1° maggio il Torino parte per Lisbona, con scalo tecnico a Barcellona. Della comitiva non fanno parte il radiocronista Nicolò Carosio, rimasto a casa per la cresima del figlio, il presidente Novo, affetto da broncopolmonite e i giocatori Pietro Biglino, Luigi Giuliano, Renato Gandolfi e Sauro Tomà, da poco aggregato alla prima squadra ma fermo per un grave infortunio a un ginocchio che gli pregiudicherà, in parte, il resto della carriera.

All’aeroporto di Lisbona, l’accoglienza è festosa. Ferreira fa gli onori di casa. Il primo a scendere dalla scaletta è Mazzola, salutato dalla folla in delirio. Il lunedì è giorno di turismo per la comitiva italiana, che alloggia al grande albergo Estoril: Mazzola, Gabetto, Bacigalupo e i dirigenti sono ospiti del sindaco.

Si gioca allo stadio Nacional di Lisbona nel pomeriggio di martedì 3 maggio. In tribuna, in veste privata, l’ex re d’Italia Umberto di Savoia, tornato in auto da Siviglia dove si trova la figlia Maria Pia. Ferreira e Mazzola si scambiano i gagliardetti, i quarantamila sugli spalti sono tutti in piedi. Tranne Maroso, che però è partito lo stesso, il Toro schiera la squadra-tipo, compresi i malconci Mazzola e Menti, colti da un leggero malessere prima della partita, e Ballarin, ancora in precarie condizioni fisiche ma lui pure “obbligato” a scendere in campo dal contratto stipulato dalle due società.

Granata subito all’attacco (al 4’ Mazzola, lanciato da Loik, tira fuori a porta vuota) e in vantaggio all’8’ su una bella azione Grezar-Menti-Gabetto: passaggio preciso per Ossola, che batte Contreiras. Pareggio portoghese al 14’ con Melão che insacca nell’angolo basso un servizio di Arsenio, che al 33’, su una fuga al centro, firma di testa il 2-1. Il 2-2 lo realizza al 37’ Bongiorni, entrato al posto dell’infortunato Gabetto, dopo un dialogo con Menti. Al 39’ il Benfica va ancora in gol con Melão che, su lancio di Espirito Santo, centra l’angolino dopo aver però toccato il pallone con una mano. All’87’ Rogério porta il Benfica sul 4-2. Allo scadere, Mazzola viene atterrato in area e Menti trasforma il rigore che chiude la gara: 4-3 per i padroni di casa. Sarà l’ultima partita del Grande Torino.

Grande festa nella cena dopo la partita poi, il mattino del 4 maggio, i granata si imbarcano sul Fiat G 212 per far ritorno a casa. L’atterraggio a Barcellona avviene regolarmente alle 14,07 e alle 15,15 si riparte alla volta di Torino. Non si è mai saputo perché il trimotore I-Elce, che inizialmente doveva atterrare a Milano alle 18, abbia poi cambiato destinazione per dirigersi non su Caselle (dal 1941 infrastruttura militare e aeroporto civile solo dal 1953), bensì su Torino-Aeritalia. Il costante contatto con la torre di controllo, in prossimità di Torino, testimonia che tutto procedeva regolarmente: alle 16,45 da bordo veniva richiesta l’accensione dei radiofari dell’aeroporto di Torino.

A causa della fitta pioggia la visibilità si fa però sempre più scarsa. Un ultimo messaggio, poi lo schianto, tra le 17,01 e le 17,04, contro la Basilica di Superga. Nessuno si rende conto di cosa possa essere successo. I primi soccorritori, gli abitanti della collina, si trovano davanti l’immane sciagura. Vengono recuperati i resti dei corpi e degli oggetti sbalzati fuori della fusoliera, che ancora è in fiamme: nessun superstite. Una valigia, una bambola, una macchina per scrivere, le maglie granata: «Sono quelli del Torino». Scatta l’allarme e alle 17,12 arrivano i primi soccorsi, la polizia e le autorità cittadine (con il prefetto c’è anche Giovanni Agnelli).

Accompagnato dal segretario del Torino, Giusti, e da Rabezzana, un tifoso amico dei giocatori, arriva anche Vittorio Pozzo e a lui tocca il riconoscimento dei suoi ex ragazzi. Ossola è il primo, poi, da un anello, viene identificato Rigamonti. Il passaporto consente di individuare la salma di Ballarin, una busta di francobolli porta a Grava, appassionato di filatelia; e via via tutti gli altri. I morti furono 31, 18 giocatori (Bacigalupo, i due Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Virgilio Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti e Schubert), 3 tecnici (l’allenatore Lievesley, il direttore tecnico Erbstein e Cortina), 3 dirigenti (Agnisetta, Civalleri, Bonaiuti), 3 giornalisti (il fondatore di Tuttosport Renato Casalbore: sua la macchina per scrivere, Luigi Cavallero de La Stampa e l’inviato della Gazzetta del Popolo Renato Tosatti, il padre del futuro direttore del CorSport Giorgio) e i 4 membri dell’equipaggio (il primo pilota Meroni, il secondo pilota Bianciardi, il capo marconista Pangrazzi e il motorista D’Inca).

Al cimitero Generale viene allestita una camera ardente provvisoria. I funerali ufficiali sono fissati per il 6 maggio: i 31 feretri, seguiti dal mitico “Conte Rosso”, il pullman usato per le trasferte, attraversano una marea di oltre mezzo milione di persone riunitesi per l’ultimo saluto agli Invincibili. Torino proclama quattro giorni di lutto cittadino. Lo scudetto viene assegnato ai granata e nelle restanti 4 giornate di campionato vengono schierate le squadre Ragazzi. Il Toro le vince tutte.

La squadra italiana più forte di tutti i tempi, il simbolo della dolorosa ricostruzione del Dopoguerra, era scomparsa per sempre. Per il nostro calcio, subito vittima di una psicosi che culminerà nel viaggio via mare della Nazionale e relativo flop ai mondiali brasiliani del ’50, si chiudeva un’epoca di grande promesse. E si chiudeva per «colpa» di una promessa grande come il vecchio cuore granata. Perché il Capitano aveva solo una parola, e quella era. Parola di Capitano.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino

Lisbona (Estádio Nacional), 3 maggio 1949
Benfica-Torino 4-3
Benfica: Contreiras (Machado); Jacinto, Fernandez; Moreira, Félix, Ferreira (C); Corona (Battista), Arsenio, Espirito Santo (Julio), Melão, Rogério.
Torino: Bacigalupo; Ballarin, Martelli; Grezar, M. Rigamonti, Castigliano (Fadini); Menti, Loik, Gabetto (Bongiorni), Mazzola, Ossola.
Arbitro: Pearce.
Marcatori: 8’ pt Ossola, 14’ Melão, 33’ Arsenio, 37’ Bongiorni, 39’ Melão, 40’ st Rogério, 45’ Menti su rigore.
Spettatori: 40.000 circa.

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