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Visualizzazione dei post da agosto 14, 2017

"Pitching" Paul Arizin, se questo è un uomo da NBA

di CHRISTIAN GIORDANO
Supponete di trovarvi dinanzi ad un’ala NBA di appena 1.92 che ansima cercando di trattenere il fiato mentre corre su e giù per il campo come se fosse sempre alle prese con il fiatone. Probabilmente ci mettereste un po’ a prenderlo sul serio come minaccia offensivo, ma guai se quel giocatore era Paul Arizin dei Philadelphia Warriors.
Arizin, uno dei più grandi realizzatori degli anni ’50, aveva una fistola (malformazione alla cavità polmonare) che in campo lo faceva respirare a fatica e tossire, ma che non inficiò mai il suo tiro.
“Pitching Paul” chiuse la sua decennale carriera NBA a oltre 22 punti di media, vincendo per due volte la classifica marcatori. Fu il quinto uomo nella storia della Lega a segnare 10000 punti, traguardo raggiunto più velocemente di tutti. 
Arizin guidò i Warriors al titolo NBA nel 1956 e disputò nove All-Star Game (nel 1960 fu convocato ma non scese in campo perché infortunato). Tutto questo avendo perso i due anni di servizio nei Mari…

Slater Martin, piccola stella senza cielo

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di CHRISTIAN GIORDANO

Molto prima di Calvin Murphy, Spud Webb, Tyrone "Muggsy" Bogues e, sic, Nate Robinson, era stato Slater Martin a dimostrare che nella NBA c’è posto anche per i piccoletti. Purché belli tosti. 
Alla Jefferson High School di Houston, nel Texas, Martin era appena 1,69 quando condusse il liceo a due titoli statali consecutivi, 1942 e 1943.
Al college, autodefinitosi “cannoniere” di 1,77, Martin lasciò i Longhorns della University of Texas dopo esserne diventato il top scorer all-time e col record della Southwest Conference di 49 punti segnati in una partita. Più che le sue medie realizzative, però, ad attirare i pro' era come difendeva. Martin marcava il miglior realizzatore avversario, e pazienza se quello lo sovrastava di quindici centimetri.
Nel 1949 la corazzata Minneapolis Lakers lo arruolò per difendere contro i migliori frombolieri della lega, e poi per ricevere sugli scarichi della superstar, il centro George Mikan, e degli altri lunghi. In qua…

Bill Sharman, una vita da All-Star

di CHRISTIAN GIORDANO
Provate ad immaginarvi uno che nel basket pro sia stato capace di vincere 11 anelli: quattro come giocatore, tre da allenatore e quattro in veste di team executive. Fatto? Bene, adesso immaginate che quei titoli li abbia vinti con quattro squadre diverse di tre leghe diverse.
Suona inverosimile? Può darsi, ma questi sono i traguardi tagliati da Bill Sharman. E il bello è che i risultati ottenuti da Sharman valgono ben più delle semplici vittorie in campionato.
Da giocatore, negli anni ’50, era una guardia di 1.87 incapace di schiacciare, ma era uno jump shooter micidiale che è stato All-NBA per sette volte, di cui quattro consecutive nel Primo quintetto. È stato il miglior tiratore di liberi della sua epoca, come testimoniano i suoi sette titoli di categoria, tuttora record NBA, e la sua percentuale in carriera (88.3%), la terza di sempre.
Ma, dote ancora più importante, Sharman è stato un grande clutch player . Per il coach dei Celtics Red Auerbach era l’uomo s…

Al Attles, duro da morire

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di CHRISTIAN GIORDANO

Una delle migliori guardie difensive di sempre, Alvin (Al) Attles, nonostante la mini-stazza (1,82 x 83 kg), sapeva svolgere un superbo lavoro di contenimento sulle più forti shooting guard avversarie. Una di queste, l’Hall-of-Famer Lanny Wilkens, una volta gli fece il quadretto: «Al non è che giocava sporco, ma ti stava sempre addosso come un guanto». Un Gary Payton ante litteram, insomma. 
Attles ha giocato nei Warriors della NBA per undici anni, pur essendo un marcatore tutt’altro che eccelso (11 punti a partita in carriera). Ma se ci è riuscito è perché recuperava molti più palloni di quanti ne perdeva, perché non danneggiava la squadra prendendosi brutti tiri e perché era bravo a smarcarsi velocemente per ricevere palla in attacco. E poi era senza eguali negli aspetti più ruvidi del gioco, il cosiddetto lavoro sporco.
In campo Attles faceva paura, e incurante della differenza in chili e centimetri, andava fiero del ruolo di mastino. E del soprannome: The De…

Billy “The Hill” McGill, giù dalla collina

di CHRISTIAN GIORDANO
Nella primavera del 1962, chiusa sul 18-62 la loro prima stagione NBA, gli Chicago Zephyrs avevano la prima scelta al draft. Fra le stelle del college disponibili c’erano i futuri fuoriclasse nei pro Zelmo Beaty, Dave DeBusschere e John Havlicek. Ma con la primissima pick, il coach di Chicago Jack McMahon selezionò Billy “the Hill” McGill.
Centro di 2.04 uscito da Utah, McGill era stato capocannoniere a 38.8 punti di media, all’epoca la seconda di sempre a livello universitario. Cresciuto in un ghetto di Los Angeles, “Bill the Hill” – soprannome affibbiatogli in decima classe da un giornalista che vide una montagna di 2.02 sferrare conclusioni virtualmente inarrestabili, perché eseguite sopra la testa degli avversari – trascinò la Jefferson High School al titolo cittadino in tre dei suoi quattro anni di varsity.
McGill aveva un gancio in sospensione davvero eccezionale che faceva esplodere dalla linea di fondo e con la schiena rivolta verso il canestro, una sort…

HOOPS PORTRAITS - Luisetti, il primo a una mano

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di CHRISTIAN GIORDANO
Fino a metà degli anni ’30, ai giocatori si insegnava che il pallone andava tirato con tutte e due le mani e in pochissimi avevano la voglia (e la personalità) di sfidare l’allenatore facendolo con una sola. Poi, improvvisamente, un affascinante soggetto di nome Angelo “Hank” Luisetti si trasferì dall’Ovest con in testa un’idea rivoluzionaria. E da allora il gioco del basket non sarebbe stato più lo stesso.
Luisetti era la star di 1.90 che aveva fatto di Stanford una potenza di livello nazionale e che aveva introdotto il tiro a una mano, fatto partire spingendo il pallone da sotto, anche alle squadre universitarie della East Coast. Nato nello stesso quartiere di San Francisco da cui proveniva Joe Di Maggio, Luisetti aveva incominciato a giocare a basket all’età di sei anni, ma fu all’high school che cominciò a fare il pazzo con quel suo strano tiro ad una mano.…

Ron Boone, scusate se resisto

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di CHRISTIAN GIORDANO

Se è vero che la striscia di Randy Smith di 906 gare consecutive  il record NBA ufficiale, la striscia più lunga del basket pro appartiene invece a Ron Boone, che non saltò neanche una delle sue 1041 partite in carriera. Ma siccome oltre la metà di queste furono giocate nella ABA, l'impresa di Boone non viene riconosciuta nel record book di The League.

Ma quello potrebbe essere il solo posto in cui Boone non  ricordato come il campione pi resistente di tutti i tempi. Ron afferma di non aver mai saltato una gara in vita sua sin dalla quarta classe quando a Omaha, nel Nebraska, prese in mano per la prima volta un pallone da basket. A Idaho State ebbe di media 20 punti a partita, ma essendo 1.87 non veniva considerato fra i prospetti migliori. Scelto all'ottavo giro del draft ABA 1968 dai Dallas Chaparrals e all'undicesimo di quello NBA da Phoenix, Boone firmò con i primi per 15.000 dollari, vi trascorse due stagioni e mezzo e poi, nel 1971, fu ced…

Randy Smith, questo è un lavoro per Iron-Man

di CHRISTIAN GIORDANO
Uno dei più grandi atleti (nel senso più estensivo del termine) ad aver mai giocato nella NBA, Randy Smith andò al liceo a Bellport, stato di New York, e alla Buffalo State University come grande promessa dell’atletica. Secondo l’allenatore della squadra di basket della scuola, pare che Smith non avesse mai neanche praticato quello sport. Ma ben presto Randy sarebbe esploso anche come ottima ala di 1.90, oltre che nel salto in alto e nel salto triplo. Ah, a proposito: nel tempo libero fu anche All-America di calcio. E vabbè.
Quando i Buffalo Braves impiegarono la loro settima pick per sceglierlo al draft del 1971, si pensò si trattasse più che altro di un atto di pubbliche relazioni, e lo stesso general manager dei Braves Eddie Donovan in seguito ammise che mai e poi mai si sarebbe aspettato che Smith riuscisse a “fare” la squadra. Ma coach Dolph Schayes rimase così impressionato dalla velocità di Randy che decise di tenerlo come dodicesimo. Entro la fine della …

DeBusschere ai Pistons, l'inizio della fine

di CHRISTIAN GIORDANO
Il membro della Basketball Hall of Fame, Dave DeBusschere è ancora oggi ricordato per il suo ruolo chiave come ala titolare dei Knicks campioni NBA nel 1970 e nel 1973. Primo quintetto difensivo NBA per sei anni consecutivi, DeBusschere arrivò a New York nel dicembre del 1968 in cambio di Walt Bellamy e Howard Komives. I Knicks dovevano ringraziare due volte i Pistons: non solo perché glielo avevano ceduto, ma anche qualche anno addietro perché erano stati loro ad assicurarsi che Dave non mollasse il baseball.
Originario di Detroit, nel Michigan, DeBusschere era stato una star di due sport alla locale Austin High School che trascinò alla vittoria nel campionato cittadino sia nel basket sia nel baseball. Lanciatore dal braccio (destro) formidabile, Dave aveva continuato a praticare entrambi gli sport mentre studiava per laurearsi in marketing alla University of Detroit. E ben prima che finisse il suo anno da senior, alla sua porta sbavavano già scout pro di tutte…

Gene Conley, battute di spirito

di CHRISTIAN GIORDANO
Gli ex pitcher Ron Reed e Dave DeBusschere hanno giocato a livello professionistico per qualche anno sia a basket sia a baseball. E Bo Jackson ha trascorso un paio d’anni giocando nello stesso periodo a baseball e a football. Ma dai tempi di Jim Thorpe il solo uomo a sfondare per davvero in due sport professionistici è stato Gene Conley, che nell’arco di undici anni disputò in totale ben diciassette stagioni di big league, undici nel baseball e sei nella NBA. E Conley è anche l’unico ad aver vinto il campionato in entrambi gli sport.
Centro di 2.02 i cui punti di forza erano il saper andare a rimbalzo e far partire il contropiede, Conley era il rimpiazzo di Bill Russell nei Boston Celtics tre volte campioni NBA dal 1959 al 1961. Giocando anche come ala di riserva, Conley in quegli anni arrivò a scendere in campo fino a quindici minuti a partita, e poi era un saltatore talmente fenomenale che certe volte andava lui al centro a saltare al posto di Russell. Ma se n…

«That's Two For McAdoo!»

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di CHRISTIAN GIORDANO
Uno dei soli otto giocatori NBA capaci di vincere la classifica marcatori almeno tre volte, Bob McAdoo ha contribuito a cambiare il ruolo del big man nel basket pro'. È stato uno dei primi centri rapidi, poco fisici, fin dai primi anni ’70. Incubo dei difensori di qualunque taglia, con il suo range quasi illimitato puniva il centro avversario attirandolo lontano dal canestro e se invece gli appiccicavano un piccoletto , dall'alto del suo 2,04 gli tirava in testa a visuale libera. Insomma, una sentenza.
Quando, nel 1972, arrivò a Buffalo dalla University of North Carolina, si adattò controvoglia a giocare ala perché i Braves lo ritenevano troppo leggero per giocare pivot nella NBA. Ma pur giocando fuori posizione, fu Rookie of the Year a 18 punti a partita.
L’anno seguente, i Braves cedettero il centro Elmore Smith e spostarono McAdoo nel mezzo. Bob rispose col titolo di capocannoniere a 30.6 di media e, pur tirando quasi la metà delle volte dalla distanz…

Ann Meyers, l’altra metà del gancio-cielo

di CHRISTIAN GIORDANO
Ann Meyers è cresciuta a San Diego con altri dieci fratelli e ben presto dovette abituarsi a competere contro i ragazzi, compreso il fratello maggiore Dave che giocò anche nella NBA. Al liceo, Ann era già abbastanza brava da diventare la prima donna di sempre a ricevere da UCLA una borsa di studio integrale per il basket. E la Meyers fece in modo di ripagare lautamente i Bruins guidandone la squadra quasi in ogni categoria e diventando la prima donna per quattro volte All-American nella storia del basket femminile.
Da junior, nel 1978, guidò UCLA al titolo nazionale. In finale, nella vittoria per 90-74 su Maryland, Ann ebbe 20 punti, 10 rimbalzi, 8 recuperi e 9 assist, un’impressionante dimostrazione di gioco a tutto campo. Nota per la grinta e l’aggressività che esibiva in entrambe le estremità del campo, della Meyers venivano apprezzati più i passaggi e la difesa che il tiro e questo nonostante gli oltre 17 punti di media della sua carriera universitaria.
Ann…

Ernie "No D" Di Gregorio, il bel gioco dura poco

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di CHRISTIAN GIORDANO
Non è mai accaduto che un giocatore irrompesse nella NBA in modo tanto straordinario quanto repentino come successo a un mago del ball-handling di appena 1.82 che risponde al nome di Ernie DiGregorio. “Ernie D”, prodotto locale uscito da Providence College, aveva già deciso all’età di cinque anni di voler giocare a basket per mestiere. Attraverso ore e ore di allenamento sui playground del vicinato, i suoi sogni sarebbero diventati realtà. Una realtà troppo, troppo effimera.
Nonostante le centinaia lettere di college ricevute Ernie non ha mai neanche considerato l’eventualità di muoversi da casa. Il suo sogno era quello di frequentare lo stesso ateneo dei suoi idoli, le stelle di Providence Johnny Egan e Jimmy Walker. I Friars di coach Dave Gavitt erano quindi per lui una scelta obbligata e in tre anni di varsity DiGregorio, che pure viaggiò a 20.5 punti di media, si costruì una più che rispettabile fama per i sensazionali passaggi e soprattutto per lo splendido…

Issel a Kentucky, casa dolce casa

di CHRISTIAN GIORDANO
Dan Issel ha giocato a livello pro per sedici anni, undici dei quali a Denver. Ma se fosse dipeso da lui, la sua carriera l’avrebbe trascorsa tutta nel Kentucky.
Nato a Batavia, nell’Illinois, nel 1970 Issel era un All-American di 2.04 della University of Kentucky con in tasca la certezza di essere una prima scelta al draft dei pro. Il punto era: di quale draft? Il primo in ordine cronologico era quello della ABA e lì Issel fu chiamato da Dallas. Ma l’ex Wildcat dichiarò che il solo modo di farlo giocare nella ABA era che ci fosse una franchigia a Louisville, appunto nel Kentucky. Neanche il tempo di cantare My Old Kentucky Home e Louisville non solo aveva una squadra, i Kentucky Colonels, ma anche i diritti su Issel.
Dan era così entusiasta di rimanere nel Kentucky da firmare un contratto di cinque anni per meno di 500 mila dollari prima ancora che la NBA avesse tenuto il suo di draft. La precipitosa, se non affrettata, decisione gli costò naturalmente un bel g…

Earl Monroe, la Perla nera

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di CHRISTIAN GIORDANO, Black Jesus
Chi ha avuto la fortuna di vederlo in azione difficilmente ne potrà dimenticare l’impareggiabile fiuto cestistico, l’inesauribile bagaglio di movimenti, la capacità di scovare, per quanto marcato e raddoppiato se non addirittura triplicato, un tiro, o un passaggio sempre preciso al millimetro. Ma a differenza di un Dr. J o di un Michael Jordan, abituati a volare, Earl Monroe era immarcabile nonostante le gambe scricchiolanti che quasi gli impedivano di staccare da terra. E spesso Monroe ingannava così bene l’avversario da riuscire a tirare senza lasciare del tutto il parquet.
Strano a dirsi, da ragazzino Earl, cresciuto in un sobborgo di Philadelphia, non aveva giocato molto a basket, gli piaceva di più il calcio. La palla a spicchi aveva cominciò a prenderla in mano alla junior high (equiparabile alle nostre medie inferiori, nda) e migliorò tanto e così in fretta da far parte, nel suo quarto e ultimo anno di high school, del primo quintetto cittadi…

Hawkins, Falco a metà

di CHRISTIAN GIORDANO
Nato nel 1942 nel ghetto newyorchese di Bedford-Stuyvesant, a Brooklyn, con Connie Hawkins il Destino aveva giocato a carte truccate. In famiglia erano in sei figli e a neanche dieci anni si ritrovava senza padre e con la madre quasi cieca. Il rispetto di sé il ragazzo se lo guadagnò sui campi dei playground, dove ancora non si  spento il suo ricordo di leggenda. E al momento di andare al liceo era considerato il miglior giocatore di high school di tutta la City. 
Hawkins guidò la Boys High School a due campionati cittadini e nel 1960 fu l'MVP dell'All-Star Game delle scuole superiori, gara che comprendeva senior (quarto e ultimo anno) di tutto il Paese. Nonostante il pessimo curriculum scolastico gli piovvero addosso offerte di borse di studio da oltre 250 college e lui scelse la University of Iowa. Ma poco dopo fu richiamato a New York per essere interrogato su un (all'epoca presunto) secondo scandalo di scommesse legate al mondo del college baske…

Howell, lo spazzino dei tabelloni

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di CHRISTIAN GIORDANO

Nel gergo cestistico moderno lo definiremmo una power forward, ala forte o ala grande, e un grande "rimbalzista offensivo". Ma negli anni '60 Bailey Howell era considerato un garbageman, uno "spazzino", e ne andava orgoglioso. Howell aveva la rara dote di trovarsi sempre in posizione per segnare in tap-in, correggendo a canestro un numero impressionante di conclusioni sbagliate, a dimostrazione del fatto che spesso i punti pi difficili da segnare sono proprio quelli da sotto.

Bailey Howell, 1,99 per 100 kg, giocava duro, durissimo ed  stato un modello di determinazione e longevità per dodici anni di NBA, durante i quali avrebbe accumulato più di 17.000 punti e 9000 rimbalzi. La vocazione cestistica gli si rivelò nella città dov'è nato (il 20 gennaio 1937), Middleton, nel Tennessee, il cui dolce clima rende la pallacanestro uno sport praticabile tutto l'anno. Howell fece parte della squadra del liceo nel suo secondo anno e finit…

I ferri del mestiere di Halbrook

di CHRISTIAN GIORDANO
Wade “Swede” Halbrook, 2.19 per 107 kg, approdò tardi nella NBA, a ventisette anni suonati, ma il suo segno lo lasciò eccome. Ingaggiato dai Syracuse Nationals nel 1960 e propagandato – su insegne e cartelloni pubblicitari – come “il più alto giocatore di basket del mondo”, Halbrook, una sorta di Rik Smits ante litteram, all’epoca era davvero il più alto giocatore di sempre nella storia della lega, ma il suo soprannome, lo Svedese, era, in effetti, del tutto improprio date le sue origini tedesco-olandesi.
Halbrook fu uno dei personaggi più insoliti della NBA. Anticonformista, timido e introverso, aveva come hobby quello di lavorare a maglia (!), innocuo diversivo che, a suo dire, lo aiutava a rilassarsi. Tra lo sconcerto di compagni di squadra e dirigenti dei Nats, portava con sé in trasferta ferri e gomitoli, ma alla fine, per tutta una serie di scherzi e sfottò, dovette smettere di usarli. Perlomeno in pubblico, perché nella privacy della sua stanza d’albergo,…