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Visualizzazione dei post da Marzo, 2014

Liverpool sette bellezze

Liverpool a forza sette. L'ultima la più sofferta e anche per questo ancora più bella. Contro il Sunderland, che lotta per non retrocedere, i Reds cercavano il settimo successo consecutivo per tenere aperta a tre la corsa al titolo.
Nella giornata che ha sancito il definitvo forfait dell'Arsenal, umiliato sei-zero non a Wimbledon ma a Stamford Bridge nella 100esima panchina di Arsène Wenger coi Gunners, Brendan Rodgers doveva tenere il passo della concorrenza.
I suoi hanno sudato, ma alla fine ci sono riusciti. Solita punizione dai venticinque metri di Steven Gerrard, e complice Vito Mannone - ex Arsenal - gara sbloccata a 6' dal riposo, con l'11esimo centro del capitano.
Tre minuti dopo l'intervallo, partita virtualmente chiusa con il capolavoro di Daniel Sturridge, sinistro a giro là - come dicono in America - dove la mamma nasconde la marmellata, e Chelsea sempre lì, a meno uno. Col City potenzialmente capolista a +3 se dovesse vincere i due recuperi. 
Per la s…

Tanking, si fa ma non si dice

Tanking? No, thankx.  Il neo-Commissioner NBA, Adam Silver, non "ci è", e certo non ci fa. Non gioca sulle parole, è che per lui il problema non sussiste. I media lo chiamano tanking, giocare a perdere per arrivare a scegliere più in alto al Draft a fine stagione. Lui, l'ex delfino di David Stern nominato comandante dal suo stesso predecessore, lo chiama rebuilding. Ricostruzione.
Il tanking, l'arte di perdere volutamente, per i vertici della lega è diventato un tabù al punto che il gran capo rifiuta persino di pronunciarlo. "T-word", lo chiama; la parola che "comincia per T". 
Ma perché le squadre ci tengono tanto a perdere. E a perdere tanto? Perché alla lottery, il sorteggio per accedere ai migliori talenti universitari, le squadre sono classificate in ordine inverso rispetto al record della regular season, quindi la squadra con la peggiore percentuale vittorie/sconfitte è quella con più palline nell'urna. E quindi con maggiori probabilità…

HOOPS PORTRAITS - Dragic, l'anno del Dragone

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È l'anno del Dragone, Goran Dragic. Anche se nessuno ci credeva. Carriolate di vetriolo su di lui e sui mai abbastanza suoi Suns. E primo nella Top Ten di chi non sarà mai un All-Star.

Nella settimana tra febbraio e marzo due massimi in carriera: 35 punti da avvelenatissimo ex nel KO a Houston, 40 nella vittoria sui Pelicans. Le carriolate di vetriolo sono diventate di miele: Second Coming, Steve Nash reincarnato. Già, Steve: l'idolo, l'ex compagno, il predecessore.

Goran in Arizona c'era arrivato nel 2008, a 22 anni, secondo giro del draft NBA, 45esima scelta assoluta. Primi a crederci, al solito, gli Spurs. Per non perderlo, l'allora giemme Steve Kerr lo chiamò con tre pick di anticipo ma solo per inserirlo nel mega-scambio che avrebbe portato Chris Paul dagli Hornets ai Lakers. Tutto fatto prima del "niet" di David Stern, all'ultimo golpe da Commissioner.

Dragic veniva da Lubiana, Slovenia, un paio di altri mondi più in là. Mamma slovena, papà se…

Boscaglia, dai dilettanti al sogno Serie A

http://www.calcionews24.com/trapani-il-predestinato-boscaglia-dai-dilettanti-al-sogno-serie-a-371238.html
mercoledì 05 marzo 2014

di Salvo Ferrara, calcionews24

BOSCAGLIA E IL SOGNO DI ALLENARE - Da calciatore non aveva l'ambizione di diventare un grande. Gli bastava calcare il campo della propria città e indossare la maglia del Gela Calcio. Era un dilettante, ma aveva delle qualità particolari. Centrocampista offensivo e molto tecnico; già in campo dava i consigli ai compagni e guidava la manovra gestendo il gruppo. Roberto Boscaglia ha sempre avuto l'idea di fare l'allenatore come mestiere e di giocare gli importava poco. Fin dai tempi dell'Alcamo, l'attuale tecnico del Trapani svolgeva un gran lavoro per quanto concerne la preparazione della partita. Fin dai campionati minori, infatti, studiava al meglio gli avversari e si aggiornava costantemente.Lui non ha mai copiato, ma ha sempre inventato e prodotto calcio. A tutti gli effetti è Boscaglia il segreto vincen…

FOOTBALL PORTRAITS - Puyol si ritira, gràcies Carles

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Gràcies, Carles. Diciassette anni, 15 stagioni in prima squadra e 21 trofei: tutto in due parole, catalanissime. “Grazie” perché quei riccioli sono stati l’icona di més que un capità del Barça più forte di sempre. E “Carles” perché la differenza col castigliano “Carlos” è tutta lì: in quella vocale, che è come un grido: di indipendenza, di identità, di appartenenza.
Tre i numeri di maglia: 32, 24 e lo storico 5. Più di lui, in blaugrana, solo Xavi: 709 presenze, Puyol 593. Staccatissimo, a 549, il mito anni settanta-ottanta Migueli, poi altri due veterani di questo Barcellona, Victor Valdés a 530 e Andrés Iniesta a 492. Non c’erano alla sua conferenza d’addio, ma c’erano il suo successore Piqué e l’ex compagno Iván de la Peña, l’amico di una vita.
Con ancora due anni di contratto, l’ha risolto consensualmente dopo due stagioni di infortuni e altrettante operazioni, troppo pesanti anche per un guerriero come lui. Lascia, Puyol, perché non si sente più “da Barça”. Il suo Barça. Giocherà…