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Visualizzazione dei post da settembre 7, 2015

VUELTA - Un secondo, due vite

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Chi di secondo ferisce, di secondo purisce. Fabio Aru sul Sotres Cabrales aveva salvato la maglia rossa per un secondo e il giorno dopo, "Purito" Rodriguez, sulla Ermita de Alba (a Quirós), gliel'ha sfilata per due.
Adesso, al termine del terribile trittico tra Cantabria e Asturie, il giorno di riposo prima della crono di Burgos se lo gode in vetta alla generale con un secondo su Aru, 1'35" su Majka e 1.51 su Dumoulin, con il polacco e l'olandese favoriti su Rodriguez e Aru nelle prove contro il tempo.
Attenzione però perché poi la Vuelta sarà tutt'altro che finita: tante salite anche prima della passerella finale di domenica a Madrid.
La tappa, bella e durissima, l'ha vinta il redivivo Frank Schleck, che non alzava le braccia dal campionato lusemburghese del 2014.
Il 35enne figlio d'arte - papà Johny fu gregario di due vincitori Tour, Janssen nel 68 e Ocana nel 73 - è andato in fuga con altri nove già dal chilometro zero.
Ai meno tre ha s tacca…

FOOTBALL PORTRAITS - Cruijff, fuoriclasse totale

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di CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo (2003)
Johannes Hendrik (Johan) Cruijff, figlio di un fruttivendolo, Manus, e di una lavandaia, Nell Draaijer, nasce ad Amsterdam il 25 aprile 1947. La sua è la classica storia del bambino prodigio. A cinque anni esegue come niente fosse 150 palleggi consecutivi. Casa Cruijff, nel sobborgo popolare di Betondorp, letteralmente «villaggio di cemento», dista poche centinaia di metri dal De Meer, il vecchio stadio dell’Ajax, società nel cui settore giovanile entra a dieci anni, assieme al fratello Heini, di due anni più grande. A 12 anni, Johan perde il padre, appena 44 enne, per un attacco di cuore. La famiglia, già povera, deve vendere casa e negozio. La signora Cruijff trova un impiego presso i locali della società come addetta alle pulizie e commessa del bar. Intanto Johan fra sfracelli nei campionati categoria. In una stagione segna 74 reti e a 14 anni vince,…

Capelli lunghi e passaggi corti, i Beatles del calcio

di Christian Giordano, Guerin Sportivo (2003)
Attaccavano nella propria area e difendevano in quella avversaria. Tenevano conferenze stampa multilingue (olandese, tedesco, inglese, spagnolo). Indossavano divise mai viste prima. In ritiro si portavano mogli e fidanzate. Il mito dell’Ajax non è stato solo Cruijff, e tantomeno Michels o Kovacs. È stato un modo nuovo di concepire il calcio. In campo e fuori.
Un calcio fatto di grandissima preparazione fisica e atletica, di tecnica superiore, di elevato senso tattico (difesa in linea e a zona, pressing e fuorigioco), di intercambiabilità di ruoli e posizioni. Terzini che facevano le ali, attaccanti che rientravano in difesa, squadra “corta” ma capace di coprire l’intero campo e, come si dice oggi con la supponenza di chi ha scoperto l’acqua calda, di «attaccare gli spazi». Un calcio straordinario, quello olandese della prima metà degli anni Settanta, che avrebbe meritato maggior fortuna a livello di Nazionale, visto come l’«Arancia Meccan…

Ajax 1971-72, così vicini, così lontani

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di Christian Giordano, Guerin Sportivo (2003)
Occupandosi di calcio, Giovan Battista Vico si sarebbe divertito. Di corsi e ricorsi, la storia del football è strapiena e alcuni sono davvero affascinanti. Prendete Ajax-Inter di Champions League. Dei giovani «ajacidi» – non chiamateli «lancieri», là non vi capirebbero – di Koeman leggete a parte. Qui riavvolgiamo il nastro della memoria per rievocare l’Ajax vincitutto di trent’anni fa.
Nel 1972, non si parla ancora di Grande Slam ma Cruijff e compagni sono i primi a centrarlo: nello stesso anno solare conquistano campionato e coppa nazionali, Coppa dei Campioni, proprio contro i nerazzurri a Rotterdam, e Coppa Intercontinentale. Manca qualcosa? Sì, la Supercoppa d’Olanda (che ancora non c’era) e quella d’Europa, appena ideata dal quotidiano di Amsterdam De Telegraaf, smanioso di «ufficializzare» la supremazia continentale dei biancorossi; che però si formalizzerà solo nel gennaio ’73, ai danni degli scozzesi del Rangers detentori della …

FOOTBALL PORTRAITS - Maka e i suoi fratelli

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«Makélélé role» così hanno preso a chiamare oltremanica la posizione, mediano davanti la difesa, e il gioco altruistico del nazionale francese. Analisi di un ruolo e di una tipologia di giocatori un tempo sottovalutati e oggi più che mai imprescindibili
di Christian Giordano, Mr Football-Guerin Sportivo (2007)
«Makélélé role». Non cercateli. La definizione non esiste. Lui, The Invisible Man, in campo si sente eccome, ma non si vede. Non sono a molti quelli capaci di segnare la storia del calcio al punto da lasciarci dentro nome e ruolo. O, nel caso, la propria, rivoluzionaria maniera di interpretarlo. La giravolta di Cruijff, la veronica di Zidane, il doppio passo di Biavati, la finta a destra di Garrincha erano virtuosismi tecnici che, come alcune scoperte o leggi fisiche, prendono il nome di chi per primo ci è arrivato. Ma il fluidificante alla Facchetti, il libero alla Beckenbauer, il centravanti…

League Cup 2004: Boro che luccica

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«NON abbiamo mai vinto un c...o».
Uno striscione (dei tifosi della Fortitudo Bologna di basket nella finale-scudetto 1998), poi riprodotto in T-shirt e quindi urlato al mondo. Come orgoglio per le proprie radici e per come, nel bene e nel male, si pensa di essere se non addirittura si è. E chissenefrega se poi gli investimenti di un patron (Giorgio Seragnoli) ti fanno conquistare, a partire proprio da quell’anno, Coppa Italia e Supercoppa italiana, poi due scudetti e, a inizio 2005-2006, un’altra Supercoppa.
«Non vincete mai», sul tono dell’inno ufficioso «Non molliamo mai», l’Inter se lo sente cantare in ogni stadio, il Torino se lo sente sulla pelle, nella storia, nel sangue.

Oltremanica, si sa, sono Maestri. A Middlesbrough, dove l’Inghilterra è, per certi versi, ancora più Inghilterra, sono piste avanti a tutti. Anche nel saper aspettare. E 128 anni non sono pochi, bisogna ammetterlo. Insomma quando perdere, più che un’arte, è o diventa una filosofia, uno stile di vita, una dichi…

FOOTBALL PORTRAITS - Bendtner, nel segno di Zlatan (2006)

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Per alcuni è il “nuovo Ibrahimovic”, e in Danimarca un talento così non si vedeva dai tempi dei fratelli Laudrup. Come con lo svedese l’Arsenal ha bruciato tutti, ma stavolta non se lo è fatto scappare. Prestato al Birmingham City per farsi le ossa, ai Gunners rientrerà presto, prestissimo…
di Christian Giordano, Guerin Sportivo (2006)
Ibrahimovic racconta che la “sua” maglia numero 9 dell’Arsenal, consegnatagli a 16 anni da Arsène Wenger, è ancora appesa alla parete dai suoi a Malmö, in Svezia. Nel 1997 il Professore vi si era recato in visita pastorale col dichiarato intento di portarsi via l’unica argenteria di casa, Zlatan. Invece fu bruciato da quella vecchia volpe di Leo Beenhakker che ai tempi del Real Madrid aveva visto quel lungagnone svedese di origini croate allenarsi durante una tournée spagnola. Fu amore a prima vista. Tornato all’Ajax, il futuro Ct di Trinidad & Tobago e Polonia se…

FOOTBALL PORTRAITS - Vediamoci Kiaro

Tévez e Mascherano al West Ham hanno aperto gli occhi anche a Uefa e Fifa. Ma il difficile viene adesso
di Christian Giordano, Guerin Sportivo
La pagliuzza e la trave. Per una volta, brava la Uefa – che ultimamente ne azzecca con continuità quasi sospetta: dalla lotta al doping, alle proteste, ai simulatori e ai razzismi, ai fondi per le aree sottosviluppate e gli atleti diversamente abili – a tralasciare le proprie magagne per indagare, su input Fifa, sulle matrioske russe, che si celano dietro e dentro le proprietà di alcuni club. Specie britannici, il nuovo Eldorado se dal 1997 si sono concesse a capitali stranieri le inglesi Fulham (Al-Fayed), Chelsea (Abramovic), Man Utd (Glazer), Portsmouth (Mandaric-Gaydamak) e Aston Villa (Lerner) più gli Hearts (Romanov) in Scozia. L’Everton, con il russo Anton Zingarevitch, era lì lì. 
“Big” (per mole e carica) Lennart Johansson ha detto stop ai pacchetti azionari “misteriosi”. Attraverso il suo tesoriere, nonché presidente della Federazion…

FOOTBALL PORTRAITS - Drogba: Ebony & Ivory

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Didier Drogba, attaccante ivoriano esploso nel 2002-03 nel Guingamp, è diventato al Marsiglia uno dei crack del mercato internazionale. Ma il gigante d’ebano non vuole andarsene, perché vincere con l’Olympique era il suo sogno di bambino
di Christian Giordano, Calcio Gold
Una storia come tante quella di Didier Drogba. Giovane talento africano lascia la sua terra – meglio se dilaniata dalla guerra civile, dicono faccia vendere – per cercare fortuna nel Paese che di quella terra aveva fatto una colonia: già letto, visto, sentito. Ma con una differenza, anzi un vantaggio: il ragazzo conosce bene la trama, colpi di scena compresi, perché già interpretata, con buon successo, dallo zio Michel Goba, discreto goleador della seconda divisione transalpina (soprattutto a Brest e a Quimper) e della nazionale ivoriana negli anni Ottanta. Come il nipote anche Goba era un centravanti fortissimo di testa, peculiari…