Il sesto senso di Frank Ramsey


di CHRISTIAN GIORDANO

Nella NBA di oggi il ruolo di sesto uomo è imprescindibile, che sia un realizzatore "di striscia", una point guard capace di spezzare il ritmo partita o di un rimbalzista per conquistare o riprendere il controllo dei tabelloni. Per rendere onore a questi specialisti la lega ha istituito il Sixth Man Award, e il primo a vincerlo, nella stagione 1982-83, fu Bobby Jones dei Philadelphia Sixers che quell'anno vinsero il titolo. 

Ricordate la strofetta di quel tifoso immortalato in varie VHS ufficiali? «Little Mo, Big Mo, the Doctor, Andrew Toney, and Iavaroni, no baloney! Sixers all the way». Ecco, il primo a uscire dalla panchina di coach Billy Cunningham, l'ex Kangaroo Kid che a Philly il titolo lo vinse da giocatore nel 1967, era appunto Bobby Jones. Il mago dei tagli dentro. Fino all'avvento di Frank Ramsey, però, un simile ruolo non c'ìera mai stato. 

Ramsey era appena 1,90 ma al college aveva giocato centro a Kentucky, che con lui e Cliff Hagan chiuse senza sconfitte l'intera annata. Dopo quella stagione entrambi i milgiori giocatori dei Wildcats furono reclutati nell'esercito, ma l'allora general manager dei Celtics, Arnold (Red) Auerbach, ebbe la lungimiranza di sceglierli comunque e di aspettarli.

Hagan fu poi ceduto assieme a Ed Macauley a St Louis in cambio di Bill Russell, Russell invece approdò a Boston nel 1954. Il suo eclettismo (due terzi di impiego da ala, un terzo nel backcourt) fu subito una delle armi in più, visto che da rookie viaggiò a 11 punti di media pur partendo dalla panca.

A Ramsey non dispiaceva essere l'uomo capace di accendere l'attacco di Boston. Tiratore versatile e maestro nell'attirare falli, pur giocando spesso meno di metà partita nella sua terza stagione aveva incrementato a 16 punti per gara la sua media realizzativa. E date le sue straordinarie qualità di clutch-shooter, quando la partita si stava per decidere lo trovavi sempre in campo. 

Da ala doveva spesso marcare gente ben più prestante, come il 2.02 Bailey Howell, lo spazzacamino dei tabelloni, o Rudy La Russo. Frank allora gli girava attorno. E del proprio minutaggio, o della non titolarità, non si lamentava mai, perché «preferisco fare il panchinaro in una grande squadra che il titolare in una perdente». L'epitome del bostoniano di Auerbach.

Alle prime avvisaglie di declino, il 23 biancoverde, da buon veterano, si mise a tramandare il mestiere a chi gli sarebbe succeduto e che addirittura ne avrebbe superat le gesta. Quando, nel 1962, John Havlicek arrivò ai Celtcis, Frank accettò subito di preparare il proprio rimpiazzo come sesto uomo della squadra. Ramsey passò ore e ore a lavorare con "Hondo", all'epoca tiratore mediocre. Havlicek però aveva la stessa capacità del suo maestro di correre più del diretto avversario e in più, dall'alto dei suoi 194 centimetri, rispetto a Ramsey era più grosso e più possente.

Frank insegnò a Havlicek la sottile arte di attirare falli e di come battere in contropiede l'avversario. E  infine gli tramandò anche l'abitudine, quando doveva stare in panchina, di tenere appoggiata sulle spalle la giacca della tuta csì da essere pronto a entrare in campo senza perdere tempo a slacciarsela. Frank Ramsey non solo ha "inventato" il ruolo di sesto uomo, ma se l'è ritagliato su misura. Abito compreso.

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