“Hot” Rod Hundley, vita da clown

di CHRISTIAN GIORDANO

Dipinto da alcuni come una sorta di giullare del parquet e da altri come il Globetrotter bianco, a “Hot” Rod Hundley ogni definizione pare andar stretta: è stato sì uno dei più brillanti showmen ad aver mai rallegrato un campo di basket, ma la sua carriera sarà sempre considerata come quella di un potenziale gran talento mai del tutto espresso.

Strombazzata stellina di high school a Charleston, nel West Virginia, Hundley era destinato a North Carolina State quando, nel 1953, la NCAA annunciò (e applicò) delle sanzioni disciplinari contro l’ateneo. Hundley optò allora per la University of West Virginia e mise in atto il suo difficile progetto di piazzare i Mountaineers sotto i riflettori della ribalta nazionale.

Esile ala di 1.92 con un biondissimo (e americanissimo) taglio a spazzola, da sophomore Hundley, infilando con perfetto ambidestrismo tiri da ogni posizione, stabilì il nuovo primato NCAA e trascinò UWV al titolo della Southern Conference. Ma Hot Rod divenne celebre più per le sue buffonate ad uso del pubblico che per le sue pur notevoli capacità realizzative. Quando la sua squadra era parecchio avanti nel punteggio, Hot Rod cominciava il suo personalissimo show: faceva ruotare il pallone sulle dita, talvolta alternando con qualche palleggio con le ginocchia, quindi tirava a canestro con un pugno, tutto questo ciompando rumorosamente una gomma da masticare.

Uno dei suoi trucchetti preferiti era protendere la mano destra come per “offrire” la palla a un avversario, ma solo per lanciarsela sopra la spalla e riprenderla dietro la schiena con l’altra mano. E poi c’erano i liberi, che tirava rivolgendo la schiena al canestro. Un arbitro di lunga militanza come Lou Eisenstein lo definì “il miglior deliziatore di folle mai visto nel college basketball”.

Ma era molto di più che un semplice clown. Il suo coach a West Virginia, Fred Schaus, lo considerava il migliore giocatore all-around di tutto il panorama universitario, che poteva diventare un “Bob Cousy più alto”. Il Wheeling Intelligencer forse non esagerava scrivendo che “per West Virginia ha fatto più pubblicità Hot Rod che qualunque altro atleta, con la possibile eccezione di Sam Snead”. Dopo aver guidato i Mountaineers a un record di 25-5 nel 1957, il suo anno da senior, Hundley fu la prima scelta dei Cincinnati Royals, che immediatamente lo girarono ai Minneapolis Lakers.

Hot Rod era un viveur i cui exploit fuori del campo erano leggendari, e non ebbe mai la testa giusta per mettersi a lavorare duro per migliorare il proprio gioco. Non per niente ai Lakers mise assieme una carriera NBA appena mediocre (8.4 punti di media) che durò appena sei anni, la gran parte dei quali passati a scaldare la panchina. Ciò però non gli impediva di mantenere intatta la sua verve di grande intrattenitore, che obbligava i tifosi gialloviola a restare fino alla fine delle partite, anche di quelle a senso unico, perché con lui poteva sempre scapparci la sorpresa. Quando Hot Rod si alzava dalla panchina, tutti sapevano che prima o poi avrebbe messo in scena il suo show. Talvolta non da tutti apprezzato. Come quando si presentò in lunetta e segnò un libero tirando di gancio, la tipica giocata che emozionava i tifosi ma non certo i giocatori dell’altra squadra, e che di quando in quando portava a sonore scazzottate perché gli avversari si sentivano, se non proprio umiliati, di sicuro presi in giro.

Hundley, il cui look non passava inosservato (combinazioni di colori perlomeno bizzarre e scarpe che definire sgargianti è già un complimento), una volta fornì a Sports Illustrated un dettagliato elenco di quali erano i suoi ritrovi notturni preferiti nelle varie città NBA. Ma che Hundley fosse un bel peperino era noto. Quando Rod pubblicò la sua autobiografia, Clown, l’ex moglie ci scherzò su: “Se tutte le sue ex ragazze la comprassero, sarebbe un best-seller”. E il discorso sulle vendite poteva essere allargato anche ai baristi.

Hundley, uno dei più “citabili” giocatori della Lega, amava ricordare che la sua “più grande emozione fu quando con Elgin Baylor segnammo 73 punti in due al Madison Square Garden e Elgin ne fece 71”. E scherzare sulla differenza fra le cifre che giravano nella NBA ai suoi tempi (il suo stipendio di prima scelta al draft fu di soli 10 mila dollari) e quelle di oggi: “Ogni volta che vedo mia madre le chiedo: ‘ma non potevi aspettare?’”.

Per una vita voce radiotelevisiva degli Utah Jazz, Hundley ha lavorato più duro per diventare un buon commentatore di quanto non abbia mai fatto come giocatore professionista. E ad ammetterlo fu lui stesso in un suo caustico giudizio su Ralph Sampson, “il giocatore più sopravvalutato dai tempi di… me”.

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