Due terzi di Giro: A.A.A. il Pistolero cerca avversari

di SIMONE BASSO, Il Giornale del Popolo, 26 maggio 2015

Il secondo e ultimo giorno di (meritato) riposo, in quel di Madonna di Campiglio, ci introduce alla settimana finale del Giro 2015. Una corsa rosa tiratissima, mai banale, e indirizzata - come da pronostico - verso il bis di Alberto Contador.

È un mantra sottovalutato da molti: più la gara è dura, selettiva, maggiore è il margine del grande favorito rispetto alla concorrenza. Il madrileno, che abita a Lugano, domenica - durante la frazione dolomitica che portava al Rifugio Patascoss - brillava per la pedalata (en danseuse, elegante quanto efficace) e la sua solitudine, in mezzo a tante maglie Astana.

Dall'abbrivio dell'anno, la Tinkoff-Saxo non si dimostra all'altezza dei suoi due capitani (l'altro, per le classiche, è Peter Sagan). La querelle Rijs, licenziato dal boss Oleg Tinkov, ha esemplificato ulteriormente le difficoltà di gestione del gruppo.

La superiorità di Contador in questo Giro, la crono da Treviso a Valdobbiadene ne è stato il manifesto programmatico, nasconde un problema che diventerebbe (o diventerà) evidente nel caso di avversari più agguerriti e dal livello tecnico superiore. Ovvero la lista dei mammasantissima del prossimo Tour de France, cominciando da Froome e Quintana. Per adesso, malgrado il rendimento insufficiente dei luogotenenti, alcuni di lusso (Basso, Kreuziger, Paulihno, Rogers..), Il Pistolero - solo soletto - basta e avanza.

La vernice in una grande corsa a tappe di Stefan Kueng è terminata nella dodicesima tappa, lungo la discesa della Crosara, a una ventina di chilometri dal traguardo di Vicenza: la pioggia e una scivolata di due corridori della CCC l'hanno fatto cadere - pesantemente - sull'asfalto. La frattura a una vertebra, incidente che lo terrà fuori dalle competizioni per almeno tre mesi, ci ha impedito di valutarlo in una prova contro il tempo estenuante come quella disputata, due dì dopo, nel trevigiano. E lo accomuna, per uno scherzo del destino, a Fabian Cancellara (anch'egli alle prese - da Marzo - con il recupero da un problema simile): il futuro e il presente del ciclismo elvetico inattivi per un pò, ahinoi.

Nelle pieghe di un Giro monodico, bello ma disertato da tanti ras, il quarto potere italiano dà vita a (curiose) campagne stampa dal sapore pallonaro. Alcune firme, alla ricerca della polemica e dei decibel, imbastiscono un curioso dileggio contro il Mondo Nuovo, quel ciclismo esotico, solitamente anglofono, che ha messo in difficoltà (o semplicemente evidenziato il loro declino..) i movimenti dei paesi tradizionali. La penalizzazione a Richie Porte, per il passaggio di ruota del connazionale Simon Clarke (o per la pubblicità della cosa su Twitter..), ha scatenato l'ironia di parecchi. Che raccontano di uno sport immaginario, mai vissuto realmente, e che chiamano "ciclismo antico". La giuria, di fronte all'accaduto, avrebbe potuto far finta di niente o applicare - più o meno severamente - il regolamento. Che si penalizzi il tasmaniano ci sta, i due minuti sono invece un'esagerazione, che interpretano forse l'aria che tira (va) in quel momento e fa parecchio Giro d'antan, quelli del "Non passa lo straniero".

Demonizzare gli aiuti trasversali significa però essere digiuni (o avere la memoria di un pesce rosso: quindici secondi netti) di questo meraviglioso sport. Che è un mestiere ed è già un calvario, uno dei lavori più difficili (ed esaltanti) al netto della fratellanza tra atleti e componenti delle varie equipe. Se si applicassero le regole al cento per cento, Monumenti caotici come la Ronde o la Parigi-Roubaix dovrebbero essere riscritti (quasi) ogni anno.

Amarcord, una storia tra le dozzine che potremmo citare: Fiandre 1996, Michelino Bartoli si involò sul Muro di Grammont. Dietro, staccato ma ancora nel vivo della contesa, Fabio Baldato - anch'egli della MG - ebbe una noia meccanica. Eugenio Bombini, diesse della Gewiss, gli passò la bici del suo (...) Zanini, ormai attardato. Un particolare: il vicentino correva con una Coppi, il mezzo della squadra di Bombini era la Bianchi. Baldato rientrò nel gruppetto che inseguiva l'irraggiungibile Bartoli e battè, nello volata per la seconda piazza, il grande Johan Museeuw.

Ai tempi nessuno si inalberò per quel gesto, sportivo e disinteressato, mentre troppi - per convenienza - dimenticano la Confraternità della Spinta, le alleanze nazionali (cento contro sei o sette..), le scie motociclistiche che permisero ad alcuni campioni del Bel Paese - nel passato - di imporsi nella corsa rosa.

Da tempo immemore, diremmo dal cuore (o il fegato) di Robosport, si assiste alle vicende agonistiche controllando l'orologio. Una mania, il cronometro, l'analisi dei tempi e dei wattaggi, soprattutto sulle salite, che evira il contesto; cioè lo sviluppo della gara e l'ambiente (la tattica, le condizioni meteorologiche, gli imprevisti eccetera). Così, nemmeno fossimo astrologi, si prova a interpretare le performance.

Giro tostissimo, con le fughe che arrivano, livellato verso l'alto e con un'evidente differenza di valori tra la crema e il resto del plotone. Saranno il Passaporto Biologico o gli SRM, la selezione parte - inesorabile - da dietro e gli scatti si misurano con parsimonia. Basta l'andatura à bloc, all'approccio delle pendenze più severe, per selezionare impietosamente il gruppo; evento molto più raro nell'epoca della liberalizzazione coatta di certi farmaci (nei Novanta e nei primi anni Zero), quando gli exploit (?) erano all'ordine del giorno. Segnaliamo un paio di prestazioni: gli oltre ventiquattro all'ora di media fatti registrare da Mikel Landa, salendo Campitello Matese, staccano di un minuto esatto l'irresistibile Evgeni Berzin del 1994, uno degli apici di quell'evo-cyberpunk.

Il ritorno a Madonna di Campiglio, sedici anni dopo l'ultima vittoria di Pantani in rosa, a poche ore dalla deflagrazione del Cinque giugno 1999, ha permesso un raffronto parziale quanto suggestivo. Percorso e condizioni differenti, nel 2015 si è raggiunta la stradina della Tre-Tre, nei 9660 metri condivisi il Pirata fece 22'21", il drappello di Contador 24'47". Fanno, considerando le bici di oggi (migliori meccanicamente, non solo più leggere), oltre 2 chilometri e mezzo in meno di velocità. Impressionante.

A proposito di Pantani, mercoledì 27 maggio si torna a Lugano, l'ultima volta - nel 1998 - uno degli apici (emotivi) dello scalatore di Cesenatico che, in una cronometro, riuscì a difendersi da Pavel Tonkov. Una frase del russo la mattina dopo ("Marco è pronto per il record dell'ora...") forse riassume una vicenda che non ci interessa approfondire. 
 
Nel 1989 il Giro disputò un'altra frazione contro le lancette, tutta dalle parti delle Prealpi Luganesi. La Mendrisio-Monte Generoso, tappa numero diciassette, fu uno dei passaggi chiave di quell'edizione. 
In rosa, dalla tregenda della Misurina-Corvara in poi, Laurent Fignon; sfidante, eccellente regolarista, il bergamasco Flavio Giupponi. La cronoscalata di undici chilometri la vinse Lucho Herrera, il Quintana dell'epoca, miglior grimpeur puro degli Ottanta. Scorrendo l'ordine d'arrivo si leggono nomi di culto.
Secondo finì il sovietico Ivan Ivanov, arrampicatore di lusso, mattocchio, che chiese e ottenne - dopo l'ottima prestazione - di tornarsene (reduce dalla Vuelta) a casa! 
Terzo il camoscio Hampsten, che oggi porta a spasso i cicloturisti in giro per l'Italia, settimo Pulnikov, talento super, testa così così.
Decimo Urs Zimmermann, uno che - allo zenit - è stato più forte di molti colleghi che una grande corsa a tappe l'hanno vinta.
Fignon, che amministrava il vantaggio in classifica, perse 43 secondi dal rimontante Giupponi ma avrebbe comunque, quattro giorni più tardi, indossato le insegne del primato definitive in quel di Firenze.
Torriani, il 7 giugno, aveva cancellato la Trento-Santa Caterina Valfurva e lo spauracchio del Passo Gavia, che l'anno prima (1988) sconvolse la manifestazione. 
Stavolta la nevicata e le proteste dei corridori ebbero la meglio; si disse che fu anche un gesto di riconciliazione col clan di Guimard e Fignon, un lustro dopo i fattacci del 1984 che favorirono Moser... 
Laurent, araba fenice, rinato, avrebbe disputato un'annata leggendaria, con l'asterisco (doloroso) del Tour perso da Lemond per un'inezia (otto secondi). 
Difatti il parigino, oltre al double virtuale, nell'89 vinse la Milano-Sanremo, il Giro d'Olanda, il Trofeo Baracchi e il Gran Premio delle Nazioni; protagonista, e piazzato, pure alla Liegi-Bastogne-Liegi e al Mondiale. 
SIMONE BASSO, Il Giornale del Popolo, 26 maggio 2015

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