Addio Dalipagić, la prima star del parquet gialloblù


Una stagione memorabile alla Glaxo in A2 nell’88 
«Con lui iniziò il boom del basket veronese»

Fadini: "Eravamo in A2, ma c’era un palazzetto nuovo, un grande sponsor e un pubblico che aveva capito lo sforzo. Erano tutti pazzi per lui"

Dalla Vecchia: "Quella mentalità slava basata sul duro lavoro per togliersi da situazioni difficili, sull’allenarsi anche 6 ore al giorno"

26 gen 2025 - Corriere di Verona
Di Matteo Sorio
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Addio a Drazen Dalipagić primo grande giocatore straniero della pallacanestro a Verona. È stato il primo grande giocatore straniero nell’album della pallacanestro a Verona. Un ricordo immortale, il «ciuff» con cui risuonavano i suoi (mille) canestri. L’incipit, di fatto, di una galleria di stelle che tramanda le lotte sotto canestro di Russ Schoene, i voli maestosi di Henry Williams, gli arcobaleni di Mike Iuzzolino, le invenzioni di Lou Bullock. «Con Drazen Dalipagić posammo il primo mattone del boom del basket veronese», racconta Andrea Fadini, il general manager del miglior ciclo gialloblù. Lui che piangeva ieri il mitico baffo di Mostar, morto a Belgrado all’età di 73 anni per malattia.

Una stella vera, Dalipagić, come non se n’erano mai viste prima a Verona, nei quasi quarant’anni di storia inaugurata dal pioniere Andrea Piotto con la fondazione, anno 1951, dell’Associazione sportiva Scaligera. Era il 1988, tre anni dopo lo scudetto dell’Hellas nel calcio, quando «Praja» scendeva in A2 accettando il corteggiamento della Scaligera dopo gli anni a Venezia, dove i suoi 70 punti in una partita contro la Virtus Bologna al mitico Arsenale sono diventati una targa commemorativa.

Con Dalipagić, ala di 1 metro e 97, il grande basket iniziava a frequentare anche Verona. Quel Praja era la stella del basket dell’est Europa, immensa fucina di campioni, uno che aveva vinto tutto, miglior marcatore di sempre della Jugoslavia con 3.700 punti, tre Europei di fila fra '73 e '77, mvp del Mondiale conquistato nel '78, oro olimpico a Mosca '80 dopo l’argento di Montreal. «Qui a Verona fu la sua ultima vera stagione, ma per l’A2 era pur sempre un super giocatore. Segnava 40 punti come si beve un bicchiere d’acqua ma come tutti i grandi non faceva pesare la sua classe, anzi si scherniva, quasi dissacrandosi», ricorda Fadini

In quell’estate 1988 l’allora presidente di Glaxo Europa, Mario Fertonani, convocava la stampa nella sede del colosso farmaceutico per mostrare una canotta blu con la scritta «Glaxo» sul petto. In panchina c’era Dado Lombardi, livornese DOC, primo allenatore capace di richiamare folle al palazzetto con la sua personalità strabordante. In quella squadra anche il futuro capitano di sempre, il giocatore che ha sollevato la Coppa Korać del '98, unico trofeo europeo della Scaligera, cioè Roberto Dalla Vecchia, classe '64: «Era una macchina da canestri, Praja, la prima vera star che entrò nel nostro spogliatoio. Ricordo un match contro Udine, all’intervallo lui aveva appena un paio di canestri a referto e Lombardi gli andò incontro a muso duro. Lui gli disse: Dado stai tranquillo, ci penso io. Tornò in campo, segnò 35 punti e vincemmo». Un leader, Dalipagić, capace di leggere le partite, sentirne i momenti, capire quando serviva essere il primo violino e quando era necessario mettere il proprio talento a disposizione degli altri. «Quando entrava in scia, spesso usando la tabella nel tiro dai lati, le difese lo raddoppiavano - ricorda Dalla Vecchia - e allora lui scaricava palla sul compagno libero, senza intestardirsi a battere due o tre avversari». La classe, ma anche la mentalità. «Quella mentalità slava basata sul duro lavoro per togliersi da situazioni difficili, sull’allenarsi anche 6 ore al giorno per migliorare, perché è solo quella la via per riuscire nella vita», riassume Dalla Vecchia. Da via Cristofoli, ieri, la Scaligera si è unita al lutto per Dalipagić ritornando con la mente all’«incredibile record gialloblù di 53 punti realizzati in una gara, a Brescia».

Un messaggio semplice, ma sentito: «Il leggendario Praja è stato uno dei giocatori più iconici della storia del nostro club». Un’icona che ha accompagnato Verona anche negli Stati Uniti. «Quando Dalipagić è stato inserito nella Hall of Fame del basket mondiale, quella di Springfield, si tenne la cerimonia di rito con la proiezione di un video - dice Fadini - e in quel video c’era Praja con la maglia della Glaxo Verona». Quella Glaxo con cui, di lì a qualche anno, sarebbe iniziata l’avventura della città ai piani alti della pallacanestro italiana. «Eravamo in A2, ai tempi di Dalipagić. Ma c’era un palazzetto nuovo, un grande sponsor e un pubblico che aveva capito lo sforzo. Erano tutti pazzi per lui». Per lui e per quel «ciuff» che faceva la retina quando tirava Praja, secondo il suono che solo i maestri del canestro sanno farti ascoltare.

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