“IL CALCIO, UN GIOCO FATTO DI SPAZI”

INTERVISTA AL GIORNALISTA DI SKY SPORT CHRISTIAN GIORDANO.


- Ti avevo linkato un breve articolo sul Barcellona dove emergeva la tematica della mancanza di punte di ruolo e si citava la Roma di Spalletti. Ricordi se ci furono altre squadre che praticavano un calcio simile? Qual è il tuo parere su questo “strano” modo di giocare, considerato l’andazzo del calcio europeo?
"Sì, è un po’ strano, sembra un paradosso ma non lo è, perché alla fine pur di trovare spazi e di evitare di tornare a centrocampo cerchi di inventarteli e di non dare punti di riferimento alle difese avversarie e questo riesce alla perfezione nel Barcellona. Messi è tutto, meno che un centravanti di ruolo, eppure è il centravanti di fatto. Alla fine, se ci pensi, è lo spazio il centravanti del Barcellona. Frase che può rendere l’idea di questo calcio, mai visto a tali livelli. Nemmeno la grande Olanda diJohan Cruijff riuscì in questo, perché comunque poteva contare su una punta vera. All’inizio poteva non averla, perché aveva due ali di ruolo e Cruijff che non era una punta autentica, però poi, quando è diventato titolare Johnny Rep che era un’attaccante vero, la punta era presente".

- Cruijff possiamo ricordarlo in un ruolo alla Messi, che prendeva palla da dietro e se la portava avanti.
"Forse, addirittura, più regista di Lionel Messi, perché quest’ultimo in effetti torna a centrocampo, però è difficile ipotizzare che parta quasi a ridosso della sua area, come fece l’olandese, ad esempio, nel primo gol della finale mondiale del 1974. Spesso Cruijff si sovrapponeva con Rensenbrink sulla fascia sinistra quando giocava con la nazionale e va tenuto conto che il secondo non possedeva la stessa personalità e lo stesso impatto dell’altro. Nel Barcellona (e nell’Argentina) Messi può partire dalla sua metà campo, mentre nel primo Barca partiva dalla fascia destra".

- Dopo che sono andati via Eto’o e Ibra, la Pulga ha avuto più spazio centrale.
"Ad esempio, David Villa, che per caratteristiche naturali sarebbe un uomo d’area, invece al Barcellona con Guardiola è risultato perfetto partendo da sinistra. Se ci fai caso, gran parte dei suoi gol sono tocco destro tocco sinistro, si sposta la palla da un piede all’altro e fa gol partendo da sinistra verso al centro. Però è un Villa molto diverso da quello visto precedentemente a Valencia".

- Non ho mai capito perché l’Olanda, non essendo una nazione tra i Top 20 per giro di affari, abbia sempre sfornato squadre di calcio particolarmente interessanti come quella del 1974 o anche giocatori di vertice. Non trovi che sia come la Lituania per il basket?
"Va un po’ a periodi, però ha molto a che fare con l’essere “olandese”, una società fortemente connotata dal calvinismo: aldilà dei luoghi comuni, sono dei grandi affaristi. Il calcio giovanile è il modo per esistere, nel senso che è stato molto influenzato dagli inglesi e lo stesso Ferguson ama spesso pescare in Olanda, con i vari Stam e Van Nisteelroy. Diciamo che riguarda il loro modo di intendere il calcio: è importante, ma non è una questione di vita o di morte come da noi".

E’ un po’ come l’NCAA per il basket americano, vero?
"Sì. Ritornando, comunque, al discorso degli spazi è uscito un bel libro di David Winner (BRILLIANT ORANGE – The Neurotic Genius of Dutch Football). E’ una sensazione tipicamente olandese quella degli spazi, anche nell’architettura e nella pittura. Il calcio olandese è un calcio fatto di spazi e così, non è un caso, si torna al Barcellona che venne plasmato negli anni ’70 da Rinus Michels allenatore e Cruijff calciatore, fino a fine anni ’80 e inizio ’90 con quest’ultimo da allenatore. E’ andato al Barca nell’88 e c’è rimasto fino al ’96, dove ha messo le basi con Guardiola, suo regista, per il calcio attuale. Giocare come faceva Cruijff con Ronald Koeman al centro della difesa, lento com’era, oggi sarebbe improponibile. Adesso c’è Piqué che è un altro tipo di centrale".

- E’ curioso il fatto che Guardiola sia passato anche per la provincia lombarda quando era al Brescia…
"Fa un po’ parte del personaggio perché quando ha chiuso la carriera è andato anche in Messico e in Qatar, più per completezza personale perché di soldini ne aveva già fatti. Ti racconto una cosa che pochi sanno: quando Josep è andato in Messico ha incontrato Ricardo La Volpe come allenatore, che ha fatto bene nella recente Copa America. La cosa curiosa è che lui ritiene La Volpe il maestro dell’uscita del pallone, cioè quando recuperi la palla e fai ripartire l’azione dal portiere o dal tuo difensore. Praticamente non c’è nessuno al mondo che fa questa fase meglio di La Volpe".

- Sai dove allena adesso La Volpe?
"Adesso allena il Banfield in Argentina, la squadra da dove proviene Javier Zanetti".

- Si è parlato di spazi del calcio olandese: molti definivano Arrigo Sacchi un’innovatore per il calcio italiano, però non ho mai ben capito gli aspetti che lo caratterizzavano… c’entravano anche questi famosi spazi?
"In Italia di sicuro, ma più per la preparazione che c’era al tempo. I dettami di Sacchi, in Olanda vennero messi in pratica vent’anni prima. Per il calcio italiano, bisogna dargli atto che, aspetti che per gli altri paesi erano consueti, da noi furono rivoluzionari: ad esempio che in trasferta si potesse giocare come si giocasse in casa. Con l’obiettivo di vincere non di pareggiare. E’ vero che a quei tempi lì c’erano due punti per la vittoria, quindi un pareggino era una mezza vittoria, ora è 1/3 di sconfitta. Sotto questo aspetto fu un innovatore, per il resto nel nostro campionato, la zona e il pressing le faceva già Gigi Radice, quando con il Torino conquistò lo scudetto del ’76. Non furono, dunque, delle novità assolute. La mentalità e l’attaccare in modo corale sono elementi abbastanza innovativi nel nostro calcio di fine anni Ottanta, ci puoi mettere anche il fuorigioco ossessivo. Però, ad esempio, una aspetto che lo distingueva dal calcio totale dell’Ajax era il fatto che nel Milan difficilmente vedevi i giocatori che si scambiavano ruoli e disposizioni. Tassotti teneva la fascia destra, come terzino destro".

- Bisogna pure avere caratteristiche fisiche e tecniche per applicare un sistema di gioco del genere.
"Ruud Krol, grandissimo terzino sinistro, nella seconda parte di carriera diventò un formidabile libero. Quel tipo di giocatore era poco riproducibile, perché faceva parte di una categoria di uomini molto forti fisicamente e tatticamente".

[fine prima parte]



- L’importanza delle bandiere nello sport: tra pochi anni Del Piero, Totti e Zanetti si ritireranno per ovvi motivi di età. Secondo te, dopo, ce ne potranno essere ancora?
"E’ lo stesso discorso che vale per Ryan Giggs, da vent’anni nel Manchester United. Non credo che figure del genere si possano ripetere nel calcio moderno. Qualcuno ci sarà, però, a mio avviso, saranno pochi i casi come i nomi sopracitati".

- Wayne Rooney potrebbe probabilmente diventare una bandiera anche se non ha cominciato a Manchester.
"Infatti, è tifosissimo dell’Everton e ha cominciato lì, anche se si è lasciato male con la dirigenza e i tifosi. Rooney, però, è stato sul punto di andar via un paio di volte dallo United e non credo che sia il prototipo di “calciatore bandiera”. Potrebbe esserlo per numero spesi alla corte di Sir Alex, ma giusto perché è il miglior club al mondo (nonostante i debiti)".

Molti giocatori del Barcellona potrebbero diventare delle bandiere, no? Tuttavia anche gente come Iker Casillas ha vestito solo una maglia nella sua vita, ovvero la “blanca” del Real Madrid.
"Sì, vedo Xavi e Iniesta possibili bandiere. Xavi conta più di 500 presenze ed ha già 31 anni, numeri di tutto rispetto. 
Casillas potrebbe essere destinato a terninare lì la sua carriera. Ma non c’è da esserne sicuri, se consideri Raul, che per giocare la Champions League è dovuto emigrare allo Schalke 04, sebbene sia abbastanza certo che l’ex numero 7 delle merengues tornerà in veste di dirigente".

- Nei prossimi mondiali di calcio organizzati da sceicchi e petrolieri delle ex repubbliche sovietiche pensi che negli stadi troveremo spalti pressochè vuoti o verranno ingaggiate tifoserie a pagamento?
"Era già successo nel 2002, poiché in Corea e Giappone c’erano dei tifosi locali con i colori di altre nazioni e non credo fosse proprio un tifo “genuino”. Non credo proprio si arriverà a trovare degi stadi vuoti, essendo il Mondiale un avvenimento molto seguito. Se mi chiedi come li riempiranno, allora quello è un altro discorso e non saprei che dirti per ora".

- Nei massimi campionati europei, come Spagna e Inghilterra, nei quali c’è un maggiore appeal “televisivo” rispetto a quello italiano, non trovi che si navighi solo a “due squadre e mezzo”?
"Guarda, sto scrivendo un pezzone sui vent’anni della Premier League: com’è cambiato quel calcio e come quel calcio ha cambiato quello globale. Pensa già solo alla questione dei diritti tv. Per quanto riguarda il campo è vero, la Liga sembra sempre più una Scottish Premier League perché lì vince o il Celtic o i Rangers e qua o Barca o Real. Purtoppo la situazione è questa e penso lo sarà ancora finché non si deciderà una spartizione più equa e meno iniqua della torta dei diritti tv. Fa riflettere che Valencia o Siviglia riescano ad arrivare a venti punti dalla prima o dalla seconda e per questo motivo non può essere un campionato 'sano'".

- Divertente il “tiki-taka” del Barcellona, però finisce troppo spesso in goleada per una sola squadra. Sono partite per scommettitori, cioè scommetti che il Barca ne fa tre a qualsiasi squadra.
"Solitamente commento gli highlights del lunedì mattina e quando guardo certe partite in alcuni “campacci”, capisco che è proprio un campionato diviso in due tronconi: le due grandi, al massimo altre due che puntano alla Champions e poi una pletora di squadrette, a mio avviso impresententabili a quei livelli. Come minimo, nella Liga, cinque o sei partite del Barca finiscono con sei gol (non equamente divisi) o 8 a 0, puoi scommettere facile direi. Tra l’altro, anno scorso è successo anche in Olanda: squadre quali il PSV o il Feyenoord che prendono diversi gol o ne fanno una marea. Può essere interessante da vedere una volta, ma dopo un po’ stanca.
Considera anche il 7-1 della Roma di Spalletti contro il Catania di qualche anno addietro: se n’è parlato dei giorni, addirittura, accusando i giallorossi di antisportività perché Totti e compagni insistevano ad attaccare. Al ritorno quelli del Catania gliel’han fatta pagare. Il nostro è proprio un modo diverso di affrontare il calcio".

- In Italia può capitare che il Cesena vinca contro il Milan al Manuzzi come l’anno scorso.
"Capita più da noi che, ad esempio, in Inghilterra dove ricordano ancora, come se fosse un evento biblico, il Wolverhampton che sconfisse lo United. I Wolves erano in zona retrocessione, ma sono riusciti nell’impresa di battere la squadra di Alex Ferguson.
Ti faccio un altro esempio. Il Liverpool di Roy Hodgson che perse in casa con il Blackpool, fino a pochi anni prima squadretta di terza serie. Sono episodi talmente isolati che te li ricordi bene.
Nei primi vent’anni della Premier il Manchester United non è mai sceso oltre il terzo posto. Persino la Juventus degli anni d’oro, a parte due settimi posti e quello che è successo nel 2006 con Calciopoli, è rimasta su questi livelli. I Red Devils che non scendono mai dai primi tre gradini del podio per vent’anni di fila, ti fa capire a che punto arrivi il loro dominio.

- Cosa pensi del campionato polacco, lo consideri di livello al pari di altri che non abbiamo citato?
"La Ekstraklasa non mi ispira tanta fiducia, perché le scommesse sono un po’ strane e resto dubbioso sulla regolarità delle partite. Per il resto, non vedo campionati di alto livello in Europa, tranne quello tedesco e se ci fai caso è quello con una spartizione un po’ più equa dei diritti tv: non è certo un caso".

- Dopo aver appreso la storia della partita tra la Start e la Flakelf e avendo visto il film “Fuga per la Vittoria”, non ti risulta un po’ antipatica la trasposizione romanzata di questa tragica vicenda?
"No, anzi: è uno dei film che amo di più. L’intreccio è romanzato e prende spunto da una storia vera che non racconta propriamente quell’episodio (che pochi conoscono). E’ un movie iper buonista ed è positivo che da questa narrazione inventata qualcuno vada a cercare l’accaduto reale, sebbene totalmente diverso. Se provi ad immaginare quanto sia difficile raccontare il calcio mediante il cinema, questo è uno dei pochi film riusciti, a mio avviso. Non è un caso che, se ricordi la rovesciata di Wayne Rooney contro il Manchester City, ti venga in mente la rovesciata di Pelè nella pellicola".

- Un po’ di storia sportiva “raccontata”: quali telecronisti di calcio di un tempo rimpiangi?
"Domanda facile. Giuseppe Albertini della RSI, la televisione svizzera. Fu un maestro, putroppo pochi lo conoscono, ma sarebbe stato attuale persino oggi: pulizia dei toni, dei vocaboli, una voce fantastica e molta competenza".

- Pensavo citassi anche Nando Martellini o Nicolò Carosio.
"Di Martellini mi piacevano molto i modi e la voce, però non era uno di quelli che ritengo uno dei miei maestri. Se ti ricordi una volta confuse Altobelli con Jacobelli per quasi tutta la telecronaca. Continuava a nominare l’inesistente Jacobelli, non c’era verso".

- Forse conosceva già Xavier Jacobelli.
"Ahahah, può starci. Di Martellini mi piaceva molto lo stile, questo senza dubbio".

- Non ho mai verificato tutte le nazionali di calcio, ma solo in Italia si snobba in tal modo l’inno nazionale?
"A livello di calciatori bisognarebbe parlare dei singoli. Ti capita il Marchisio che fa lo spiritoso e il labiale canzonatorio gli viene beccato dalla tv, invece c’è qualcuno per il quale l’inno è molto significativo, come Buffon o Gattuso, e lo canta con rispetto".

- Però la Francia ha sempre avuto maggiore attaccamento rispetto ai “nostri”.
"Ma il loro sembra più un canto di guerra, che un inno nazionale. Io ci andrei piano, perché i francesi sono un po’ esagerati in questo. Non si può entrare nella testa delle persone: uno finge, lo canta ma alla fine può non fregargliene niente".

[fine seconda parte]



- Con l’esistenza di Youtube racconti come quelli del tuo libro “Lost Souls” perderebbero l’ingrediente principale, ovvero la poesia. Esempio: quest’estate Kevin Durant ne ha messi a referto 66 al Rucker Park di New York e immediatamente sono comparsi svariati video. Ai tempi di Earl Manigault (stella dei playground newyorkesi negli anni ’70) sarebbe stato impensabile e quindi è nata la leggenda. Che cosa ne pensi?
"Tornare indietro non si può, perchè ormai il web è presente dappertutto, quindi un po’ di poesia se ne va necessariamente, però se ne vanno anche un sacco di balle tipo il Doctor J che si è preso 50 punti in un playground. Nessuno crede a questa storia, ma fa parte del mito.
Sei mai stato in uno dei playground che hai citato nelle storie di Lost Souls? In questo tipo di quartieri è molto rischioso per un ragazzo bianco girare da solo?
Sì, in effetti ne ho visitato qualcuno, ma quelli pericolosissimi li ho lasciati perdere. Ci sono andato durante la giornata, grazie alla conoscenza di un ragazzo che vive là, in modo che in due si potesse girare più tranquilli. Può non succederti niente, però può essere il tuo giorno sfortunato e ti ritrovi nel posto sbagliato al momento sbagliato".

- Questione L.A. Lakers: secondo te, quanto tempo impiegherà Ettore Messina a scalzare Mike Brown per avere il posto da head coach? L’ex Cleveland sembra più capace nel dare spazio ai suoi giocatori, invece che saper realmente allenare una squadra (vedi ai Cavaliers di LeBron James).
"Non saprei dirti, sinceramente. Difatti, è una players' league: sono i giocatori a decidere il bello e il cattivo tempo, a meno che tu non abbia dei guru di grande esperienza e personalità. Tuttavia, a parte Pat Riley, ce ne sono pochi".

- Quanto tempo impiegherà l’NBA per far giocare un nativo americano a livello pro?
"Dipende da quanto è forte, ma per adesso io non ne vedo all’orizzonte. Mi piacerebbe che non fosse un fenomeno da baraccone, ma che fosse un giocatore vero. Se poi ha la pelle più rossiccia ben venga. Mi basta che non lo usino per far vedere che sono politicamente corretti.
Mi auguro non si ripeta la storia di Adam Morrison, definito Moustache per i baffoni e poi limitato, sfortuna sua, da infortuni e altre questioni. A Gonzaga University aveva avuto ottimi numeri offensivi, però la sua carriera NBA praticamente si è conclusa malamente.
Anche io c’ero cascato in piedi, perché credevo realmente fosse un buon giocatore. Quando passi ad un livello pro è concreto il rischio di fare una fine del genere. Esempi ce ne sono. Non eravamo i soli a considerarlo un buon giocatore, vista anche la posizione al draft".

- Virtus Bologna. Sono stati mesi contraddistinti dal caso Bryant si Bryant no. Una mezza pagliacciata, atta a racimolare abbonamenti raggirando la gente con false promesse. Tu che cosa ne pensi?
"Chi lavora con Sabatini conosce bene come è fatto. Basta chiederlo agli addetti stampa, licenziati e riassunti il medesimo giorno. Il patron virtussino non aveva i soldi, quindi in qualche maniera doveva raccoglierli per firmare Kobe, ma prima ha pensato a sè medesimo. Sin dall’inizio si poteva intuire l’impossibilità dell’operazione Bryant. Neanche Kobe mi è piaciuto molto, perché è bravissimo a “vendersi” e a reggere una parte, ma sparate tipo “siamo al 50 e 50” o “la firma è nell’aria” poteva risparmiarsele. Va anche detto che questo tipo di scenario è stato retto dalla situazione NBA funestata dal Lockout, ma non credo che i proprietari delle squadre si facessero forzare la mano da una situazione tale. Mia personale valutazione".

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