FOOTBALL PORTRAITS - Maradona, al di qua del Bene e del Male (2005)



Più di Pelé e Di Stéfano, gli altri Miti del calcio ma troppo “perfetti” e “distanti”, è entrato nel cuore di chiunque ami il calcio. Qualunque cosa che riguardi Maradona farà sempre notizia e il motivo, in fondo, è semplice: lui giocava soprattutto per la gente

di CHRISTIAN GIORDANO
Eurocalcio n. 56, giugno 2005

Avenida Puyreddon a Buenos Aires, maggio 2004.
Il senso di tutto, per il popolo di Maradona, è tutto lì. Nelle ore di attesa fuori dall’ospedale, con la gente che ne innalza immaginette come fossero santini e improvvisa preghiere. Poi esaudite. Diego uscirà e, tra una crisi e l’altra, una visita a Fidel e una spruzzata di populismo, un intervento dimagrante in Colombia (dopo aver toccato i 121 kg, 49 in più di quando giocava, ndr) e una telecomparsata ben retribuita, si riprenderà. Fino alla prossima volta, naturalmente. Quando il pueblo, il “suo” pueblo tornerà a mobilitarsi nell’illusorio tentativo – se non di esorcizzare – di rinviare una fine già scritta; l’unica che lo separa dal mito eterno di “maledetto”. Come Marilyn e Dean sullo schermo, Elvis, Jim e John nella musica, Lady D e JFK nell’immaginario collettivo. Troppo “grandi” per restare persone.

UMILI ORIGINI
Diego Armando Maradona nasce (il 30 ottobre 1960) in un’Argentina non da cartolina. Quella del sobborgo popolare di Lanús, nel barrio di Villa Fiorito, oltre il ponte della Noria, uno di quelli che unisce Buenos Aires con la provincia, passando sopra l’acqua sporca del Riachuelo.
In quella baracca, tre stanzette all’angolo tra Azamor e Mário Bravo, ci dormivano in dieci – don Diego detto Chitoro, mamma Dalma Salvadora Franco (doña Tota) e i loro otto figli: Ana, Rita (Kity), Elsa (Lili), María Rosa (Mary), Diego, Raúl (Lalo), Hugo (Turco) e Claudia (Cali) – e «pioveva più dentro che fuori, ma io ne ho lo stesso un ricordo meraviglioso», ama ripetere l’ex “Pibe de oro”, «perché era ciò che i miei vecchi potevano darmi». 

Diego incomincia a giocare con gli amici e una palla di stracci nei potreros, i polverosi e spelacchiati campetti di periferia. Nel marzo '69, un sabato pomeriggio, l’amico del cuore e vicino di barrio “Goyo” Carrizo lo porta con sé alle “Malvinas”, il campo dove si allenano le giovanili – classe 1960 – dell’Argentinos Juniors di cui Carrizo è il fortissimo centravanti.
Il mercoledì Goyo aveva chiesto il permesso a Don Francis, al secolo Francisco Gervasio Cornejo, il tecnico delle Cebollitas (alla lettera le Cipolline, l’equivalente dei nostri Pulcini) dell’Argentinos Juniors, al quale aveva assicurato che quel suo vicino di casa giocava «meglio di me, lo giuro».
Cornejo non crede ai propri occhi: «[Diego] domò la palla in aria con il sinistro e, senza lasciarla cadere, con lo stesso piede già in aria la toccò un’altra volta per fare un pallonetto ad un difensore, che rimase lì come una statua. E poi il pibe (bambino) corse, come una freccia, verso la porta avversaria». Don Francis lo riaccompagnò a casa per chiedere ai genitori di quel fenomeno, il più basso di tutti che però, «con la palla tra i piedi, sembrava il più grande», un documento che provasse che aveva davvero gli otto anni dichiarati. Un documento che nessuno possedeva.

Da quel momento fra il “Pelusa”, per via di quella cascata di riccioli, e il suo maestro di calcio e di vita inizia un idillio tecnico che durerà sette anni («i più belli della mia vita» secondo Cornejo), e cioè fino a quando, nel 1976, i dirigenti glielo porteranno via per aggregarlo alla prima squadra. Quello affettivo invece non si è mai spezzato, se è vero che nel novembre 2003 Diego ha risposto così a chi gli chiedeva se gli sarebbe piaciuto che gli intitolassero il nuovo stadio dell’Argentinos Juniors: «No, devono chiamarlo “Francisco Cornejo”».

Don Francis, un classe '32 che poi avrebbe lanciato talenti come Jorge Coch, Claudio Borghi e Fernando Redondo, capisce subito di avere fra le mani «un giocatore di un altro pianeta» al quale ha poco da insegnare (quel poco, i rigori, dice di non esserci mai riuscito) se non aiutarlo ad «andare avanti senza che si insuperbisse, cercando di condividere le sue inquietudini, rispettandone la natura e le invenzioni». 

Con Maradona titolare, tra il 1971 al 1973 la squadra del 1960 resta imbattuta per 136 partite. L’8 dicembre, allo stadio Monumental del River Plate, Diego segna una versione ante litteram del celeberrimo secondo gol rifilato all’Inghilterra a Messico '86, a detta di molti il più bello nella storia del calcio. Nella finale dei Giochi Evita Perón, l’Argentinos batte 5-4 il favoritissimo River e Maradona realizza due reti, una delle quali entrando in porta dopo aver seminato 7 avversari. Abbagliato da tanta classe il presidente dei banda roja, William Kent, cerca in tutti i modi di strapparlo ai rivali, ma incontra il secco no di don Chitoro: «Diego resta dov’è. È in buone mani ed è felice. Il resto non conta». 

Tre anni dopo, nonostante le resistenze di Cornejo che non lo ritiene pronto, Maradona viene aggregato alla prima squadra. La sua ultima partita con le giovanili la gioca il 20 dicembre, contro l’Huracán. Partito Diego, se ne va anche Cornejo che lascia le Cebollitas per andare ad allenare la squadra riserve. Il 20 ottobre 1976, dieci giorni prima di compiere 16 anni, el Pibe debutta nel Torneo Nacional, la massima divisione argentina: Argentinos Juniors 0, Talleres de Córdoba 1. Il Dt Juan Carlos Montes gli dice: «Vai dentro e fai quello che sai fare». Alla prima azione, una cannonata a Cabrera. Il punto di non ritorno è stato superato. Per Diego, l’adolescenza e con essa l’età dell’innocenza, pura come il suo talento, finiscono lì. 

Il resto, è storia nota. Dopo 166 partite e 116 gol più 5 titoli di capocannoniere, nel 1981 passa al Boca, la squadra del suo cuore. Maradona è già un campione affermato. Tre anni prima il Ct della Selección, César Luis Menotti, aveva spaccato il Paese quando – per non farlo schiacciare da un peso troppo grande – aveva escluso Maradona dai convocati per il Mondiale casalingo che l’Argentina non poteva perdere: quello del Regime dei generali Jorge Rafael Videla e Orlando Ramon Agosti e dell’ammiraglio Emilio Eduardo Massera. E a Menotti, che in nazionale lo aveva fatto debuttare sedicenne, il 27 febbraio 1977 (a Buenos Aires, Argentina-Ungheria 5-1), Diego quel “torto” – in realtà un favore – non glielo perdonerà mai.
Si rifarà laureandosi campione del mondo a livello giovanile a Tokyo '79 (3-1 all’URSS in finale) con «la migliore squadra di cui io abbia fatto parte» e che in attacco, accanto a lui schierava Hugo Alves e Ramon Díaz, poi a lungo in Italia (Avellino, Napoli, Fiorentina e Inter), il libero Juan Simón e i futuri nazionali “A” Gabriel Calderón, Osvaldo Escudero e Juan Alberto Barbas, visto anche a Lecce.

Torniamo alla Bombonera. Diego vi resta poco ma entra nella storia. Segna 28 volte in 40 gare e vince il Metropolitano del 1981. L’anno dopo però, archiviato il fallimento a Spagna 1982 (blanquicelestes al capolinea e Maradona schiacciato dalla pressione), è già in Europa.
Al Barcellona del Flaco (il magro) Menotti, poi sostituito dal Tiranno austriaco Ernst Happel, che lo faceva allenare coi palloni medicinali. Figurarsi. Nonostante i 22 gol in 36 partite, per Diego saranno due anni tormentati, fra infortuni (l’entrata assassina da parte del basco Andoni Goikoetxea, contro l’Athletic Bilbao il 24 settembre 1983, gli fa saltare malleolo e legamenti della caviglia sinistra), epatite virale e una squadra non all’altezza (in bacheca “solo” una Coppa di Spagna e una Supercoppa spagnola). È allora che conosce la cocaina, la Signora in bianco che gli rovinerà la vita. 

Spossato dalla guerra con l’invidioso presidente Josep Luis Núñéz, che riserva pari trattamento all’altro straniero, il tedesco Bernd “el Loco” (il matto) Schuster, per Maradona la via di fuga si chiama Napoli, dove arriva per – si dice – 13 miliardi di lire.

Il resto è leggenda nota: due scudetti (1987 e 1990), le Coppe UEFA (1989) e Italia (1987), la Supercoppa italiana (1990) lo consacrano icona cittadina, altro che San Gennaro. Ma sotto il Vesuvio, Maradona, capopopolo che a Italia ’90 spaccherà in due il Bel Paese, conosce l’altra faccia della notorietà globale. Quella malata. Amicizie equivoche (eufemismo) logorano il fisico e l’anima del miglior giocatore mai visto al mondo, quello che nel 1986 vinse quasi da solo il Mondiale. E che quattro anni dopo sfiorerà il bis, mancandolo anche per via di un rigore inventato dal corrotto messicano Codésal nella finale contro i tedeschi dell’Ovest. Il guappo che fece impazzire gli inglesi segnando con la Mano de Dios («per vendicare le Malvinas») e il mondo col Gol del siglo, che porterà il portiere Peter Shilton a non invitarlo alla gara d’addio.

Il vero Maradona finisce ben prima che lo pizzichino all’antidoping dopo la partita con il Bari del 1991. Dopo i 15 mesi di squalifica, le parentesi al Siviglia (1992-93) e di nuovo in patria al Newell’s Old Boys (1993-94) e al Boca Juniors (1995-97), o i patetici tentativi sulle panchine di Deportivo Mandiyú (1994) e Racing Avellaneda (1995), sono solo i titoli di coda di un film talmente brutto da far male. Soprattutto a lui.

PIACE ALLA GENTE CHE NON PIACE
La gente però l’ha idolatrato sin da ragazzino e non ha mai smesso. Neanche quando l’ex campione è scivolato a precipizio verso la caricatura. I capelli color Boca (gialloblù), i tatuaggi del Che, gli spari a salve ai giornalisti sotto casa e le sparate demagogico-populistiche, le contraddizioni e gli eccessi, le comparsate a improbabili carnevali di provincia, la coca, la bulimia, il sesso sfrenato e le paternità – vere o presunte – sparse per il pianeta: tutto questo, per molti, sembra niente. Alla gente el Diego, come si autoreferenzia lui in terza persona, piace perché è un ricco che vive da barbone. «Il denaro non conta ma solo per chi ne ha – dice – Quando ero piccolo il macellaio del quartiere si rifiutava di darmi le bistecche a credito. O avevo i soldi per pagarle o niente». Piace per l’incapacità di contenersi. Dall’alcova alla tavola. In un’epoca ossessionata dalla magrezza, lui si abbuffa come per saziare una fame atavica, secolare. Nell’era del sesso libero, dopo innumerevoli scappatelle e festini assortiti, è sempre tornato dalla moglie, Claudia Villafañe, la fidanzatina dell’adolescenza, la donna che gli ha regalato le amatissime figlie, Dalma Nerea e Giannina Dinorah, forte e coraggiosa fino a quando lei non ce l’ha più fatta. Diego piace perché lui dalla gente è tanto più in alto da apparire irraggiungibile e tanto più in basso da farla sentire migliore. 

In centro a Bologna c’è un negozio di ottica, moderno, immenso, luminoso. Al suo interno, una gigantografia ritrae Maradona in una nota campagna pubblicitaria. Occhialini trendy, orrendamente sovrappeso, vestito da ballerino di tango e con una voluta espressione da boss del narcotraffico, don Diego ammicca a un’avvenente modella dalle labbra oscenamente siliconate. La gente si dà di gomito. Alcuni lo riconoscono: ma non è…? Eh, ti ricordi che giocatore... E chi se lo dimentica, lui giocava per la gente.
Il senso di tutto, per il popolo di Maradona, è tutto lì.
Al di qua del Bene e del Male.
CHRISTIAN GIORDANO
Eurocalcio n. 56, giugno 2005


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