IN FUGA DAGLI SCERIFFI - Gli Scapigliati: Battaglin



IN FUGA DAGLI SCERIFFI
Oltre Moser e Saronni: il ciclismo negli anni Ottanta
Prefazione di Herbie Sykes
Rainbow Sports Books, 160 pagine - kindle, amazon.it – € 9,90

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Battaglin si rivelò sull’erta del Carpegna al Giro d’Italia 1973, quando da neoprofessionista duellò gomito a gomito con un irresistibile Eddy Merckx. Quella corsa rosa lo impose subito all’attenzione, terzo sul podio finale dopo i dioscuri Eddy e Felice. 

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Inesperto capitano della Jolljceramica, si ritrovò a gestire le pressioni di un ambiente che vide in lui un fuoriclasse da Tour: corse molto, male, e fu consigliato ancora peggio. 

Un dottore novello-Frankenstein tentò di trasformarlo in una macchina da guerra: il risultato, icaresco, si esplicò in un’inconcepibile, assurda, due giorni al Giro del 1975. 

Vinse volando a quasi quarantanove di media la cronometro di Forte dei Marmi, vestendo un rosa che parve definitivo, e poi, il giorno dopo, salendo verso Il Ciocco andò incomprensibilmente (?) in crisi. 

Oltre al rovescio ci fu la beffa: dovette sostenere la causa del suo luogotenente Fausto Bertoglio, il quale, dopo un duello con l’iberico Francisco Galdós, vinse la gara nella sorpresa generale. 

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Il più ispirato quadro della sua vicenda lo dipinse nel 1979, che ne riassunse in toto il suo divenire agonistico, lunatico. 

In primavera stravinse il Giro dei Paesi Baschi e alcune classiche tricolori (Provincia di Reggio Calabria e Trofeo Pantalica), poi a luglio corse il Tour. Sesto nella generale, a dispetto di una positività all’efedrina che scontò con dieci minuti di penalizzazione, portò a casa la maglia a pois. 

Alle premondiali estive la trasfigurazione: prezioso e intoccabile come un vetro di Murano al Matteotti, come alla Placci e alla Agostoni, si produsse in assolo impossibili da replicare. 

A Pescara diede otto minuti al secondo arrivato, verso Lissone seminò Baronchelli e Saronni, stremati da quell’andatura insostenibile, e si vide affiancato da un ammirato cittì Alfredo Martini, che lo “consigliò” sul da farsi: «Oh che vuoi fare, bello? Scala il rapporto, vai tranquillo... Pensa a Valkenburg». 

Già, Valkenburg: la città maledetta del ciclismo italiano. 

Quel mondiale, all’alba del duopolio più soffocante, vide protagonista azzurro il capitano dell’Inoxpran; che si mosse benissimo nelle pieghe di una corsa “truccata” dalle circostanze: gli olandesi sfruttarono un vantaggio-casa esagerato, banditesco, le retro-poussettes di cui godette Raas andarono oltre la vergogna. 

Il finale fu la conseguenza di quell’ambiente: nel gruppetto in fuga il faro era il tedesco Didi Thurau, ma l’olandese della TI-Raleigh se la giocò con le consuete armi a disposizione, ossia la classe e la cattiveria. 

Sbagliò clamorosamente i tempi dello sprint, anticipandolo per errore: si basò, come un’atleta della gara femminile del giorno prima, su uno striscione fasullo. Battaglin lesse alla perfezione la situazione ma fu chiuso da Thurau e scaraventato a terra da Raas, a circa 75 metri dal traguardo. 

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Un po’ del credito accumulato con la sorte (non tutto) lo riscosse nel 1981, l’anno della doppietta Vuelta-Giro: con la corsa spagnola ad aprile, fu l’unico che replicò l’impresa del Merckx 1973 (panta rei, proprio l’anno del suo magnifico esordio). 

Un capolavoro di concentrazione e di resistenza fisica: la Vuelta, dominata grazie a due imprese in alta quota a Rassos de Peguera e a Sierra Nevada, partì il 21 aprile e terminò il 10 maggio; il Giro, caratterizzato da un’incertezza in classifica che si trascinò fino all’epilogo veronese, cominciò tre giorni dopo. Il veneto, noto per la fragilità psicofisica, sopportò fatiche che avrebbero ammazzato un toro. E fu ripagato da un trionfo rosa con il batticuore, nella città di Giulietta e Romeo (a un passo da casa), dopo una cronometro tiratissima. 

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A vederlo sulle Tre Cime di Lavaredo con un inusitato, per i tempi, 36x24, vengono in mente le parole di un grandissimo del giornalismo sportivo come Mario Fossati: «Quando l’estro lo accende, Battaglin è bellissimo: di una tale levità da indurci a credere che la sua bicicletta si alzi dai cerchi leggeri delle ruote». 

Fu il riscatto di un campione che, in un altro contesto, avrebbe potuto raggiungere mete meno casalinghe: l’anno prima, al Giro, scalando il Passo Duran si levò di ruota Bernard Hinault. 

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L’esaurirsi della carriera fu amaro, pieno d’incidenti dolorosi, e non solo per il corpo. Una caduta al Giro dell’Etna, 1982, fu lo spartiacque del suo declino. Chiuse con l’agonismo nel 1984: una volta smessi i panni del corridore, ad attenderlo ci fu il ruolo, vincente, d’imprenditore e produttore di biciclette. 

L’ultima foto malinconica fu dell’epilogo rosa di quell’anno, quando, per uno scherzo del destino, percorse in maniera anonima proprio la strada – verso Verona – che tre anni prima ne aveva decretata la gloria massima.


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