Paolo Viberti, il Costruttivista



di CHRISTIAN GIORDANO ©
in esclusiva per RAINBOW SPORTS BOOKS ©


Torino, venerdì 2 marzo 2018


- Paolo Viberti, se ti dico Sappada che cosa ti viene in mente?

«Quello che fu dipinto come “il grande ratto”, la rapina, il presunto gregario che si ribella – e di questo la storia del ciclismo è piena: Rik Van Looy perse un mondiale, battuto in volata da quello che doveva tirargli il volatone. Visentini e Roche. Un uomo psicologicamente piuttosto fragile, Roberto, bresciano, cui va la mia massima ammirazione perché è un figlio di ricchi che ha scelto di fare fatica. La sua famiglia aveva, e ha ancora, una avviatissima impresa di pompe funebri, che è poi diventata la sua attività. E dall’altra parte un uomo, uno dei più scaltri e intelligenti corridori degli ultimi quarant’anni».

- In bici e giù di bici.

«In bici e giù di bici. Tanto per dirti, in quel tempo - come dicevano le sacre scritture, anche se sacra la mia esposizione non vuol essere - ci fu un altro corridore estremamente intelligente: Moreno Argentin. Argentin, assai più di Francesco Moser, soprannominato il Califfo, per la sua capacità di connotare con la sua presenza l’esito di alcune gare, lui era lo Sceriffo, e allo sceriffo non si può disubbidire, sennò vai in cella, no?».

- Per referenze chiedere al suo ex gregario Mario Beccia.

«Oppure, chiedere a Chinetti, in senso positivo. Chinetti che in qualche modo, indirettamente, lo aiuta a vincere la Milano-Sanremo, viene ricompensato due settimane dopo nel Giro della Provincia di Reggio Calabria. Vinto. Una delle più importanti vittorie di Chinetti. E comunque, dall’altra parte, questo Stephen Roche, irlandese. Nulla capita per caso. Cos’hanno fatto gli irlandesi negli Stati Uniti? Gli irlandesi hanno un sangue che è particolare. Hanno una capacità di socializzare, e di dare il proprio imprinting in uno stato sociale, che non è di tutte le popolazioni».

- In un certo senso anche “paramafioso”, se mi passi l’espressione; cioè: noi e il nostro clan, basti pensare ai Kennedy.

«Sì, lì però c’era il papà, Joe, che addirittura fece internare l’unica dei figli e figlie – Rosemary – che non era stata al gioco. Già la sua “colpa” era quella di essere femmina, e poi a vent’anni di aver detto al papà: papà, a me piace ballare, mi piace far l’amore, mi piace divertirmi. Il papà l’ha fatta lo-bo-to-miz-za-re. L’ha fatta lobotomizzare. Rosemary è morta sepolta viva in una comunità. Estromessa dalla famiglia. Questa è l’altra faccia dei grandi Kennedy. E sono cose che nessuno sa. E poi vai a vedere che fine hanno fatto i figli di John Fitzgerald e soprattutto i figli di Bob. Degli undici figli di Bob non ce n’è uno che si sia salvato. O overdose, o traffico d’armi, o quello che vuoi, depressione, rapina: undici su undici. Ma torniamo a Stephen. Stephen Roche si accorge, nel Giro d’Italia dell’87, di essere tenuto in minore considerazione rispetto quello che è il suo potenziale, quello che lui sente nelle gambe e nella testa. In quella Carrera, che era la Mapei ante-litteram e la Sky ante-litteram, tutto doveva funzionare come un perfetto orologio. C’erano gli uomini da fughe, c’erano uomini da volata, c’era l’uomo che doveva aiutare, c’era l’uomo per il Giro, c’era l’uomo del Tour. Roberto cosa fa? Commette un errore. Dice, in un’intervista, che lui al Tour non andrà perché andrà in vacanza. Perché a lui luglio piace farselo al mare. E l’altro non aspettava null’altro che…».

- Roche ha usato quell’intervista di Visentini come pretesto o l’attacco l’aveva preparato a tavolino con il fido gregario Schepers?

«Per rendersi protagonista di un atto anti-popolare, specialmente contro un italiano al Giro d’Italia, è opportuno creare un movente. È opportuno far sì che il verosimile venga interpretato come vero. Allora: questo è un motivo sufficiente. Ah sì? Non mi aiuterai a vincere il Tour? E io non solo non ti aiuto a... Ma è come se io corressi in una… In più, Stefano era talmente forte da avere metà squadra dalla sua. Metà squadra dalla sua e alla quale aveva già promesso, eventualmente, in caso di separazione a fine stagione, un contratto».

- Non solo a metà squadra, perché poi l'anno dopo si sarebbe portato alla Fagor con Schepers e il meccanico-tuttofare Valcke anche Robert Millar della Panasonic.

«Bravissimo. Cosa succede? Io sono un costruttivista. Quindi ritengo che ciò che ci capita ci vede sempre primattori. Noi non siamo mai vittime. Siamo primattori. Roberto ci ha messo del suo. Roberto non aveva perso sulla prima salita, è andato fuori di testa. E nel ciclismo, se salta quello che i costruttivisti chiamano la sincronia mente-corpo, è finita. È peggio di una crisi di fame. Non vai più avanti. È come un ingranaggio arrugginito: non gira più. Allora, cosa succede: ti ho lanciato una sfida che forse magari non è tanto leale, ma se tu cedi così, io ne approfitto. Se tu mi fossi venuto a prendere, o se tu avessi dimostrato veramente, in quei chilometri, di essere più forte, come pareva fosse dopo la cronometro [di San Marino], io, chapeau, mi inchino e ti aiuto. Poi, se vuoi considerare questo mio aiuto sufficiente per farti cambiare idea, e preferire il Tour de France invece della spiaggia, bene, e sennò dimostri…».

- Quindi tu non sei per il tradimento, sei più per una scelta di corsa?

«Quello che ci capita, bene o male siamo noi che lo facciamo capitare. Quello che ci capita non è mai una commistione di agenti esterni che noi patiamo. È troppo comodo sentirsi vittime per giustificare una nostra inefficienza. Troppo comodo. Ti faccio un esempio: perché non è successo l’anno prima, quando Roberto ha dominato? Io me lo ricordo, nell’86, quando lui sin dalle tappe in Calabria vestiva la maglia (allora verde) di leader della classifica della montagna. Era un guerriero acheo senza alcun problema a imporsi, e a imporre la sua legge. Noi guardiamo alla storia, non soltanto alla storia dello sport. I deboli sono innanzi tutto vittime della propria mancanza di coraggio. Non sono vittime prioritarie dell’arroganza altrui. L’arroganza altrui arriva dopo, proprio perché tu sei…
Ti faccio un altro esempio. Bersani lo fanno fuori perché è un brav’uomo, ma non è un leader. È una bravissima persona. Se Enrico Letta viene fatto fuori da Renzi, che prima gli dice “stai tranquillo, Enrico” e poi lo fa fuori, in parte, se non in gran parte – ed è come la penso io – è colpa di Enrico Letta. Lo sport, a differenza di qualsiasi altra pratica sociale, ha una peculiarità, che dovrebbe eleggerlo a principale materia di insegnamento, invece di essere considerato come uno svago: il migliore va avanti, il peggiore sta indietro. Tu ti puoi accompagnare con un cognome altisonante - sono figlio di - ma se non sei capace, non diventi amministratore delegato di un’azienda».

- Quindi lì il ciclismo smette di essere metafora della vita, o siccome Roche, oltre che forte, è anche bravo a farsi degli amici…

«No. È la vita che dovrebbe essere come il ciclismo. Non è il ciclismo che smette di. Il ciclismo sta smettendo di essere metafora della vita perché è la vita che ci sta deludendo. Nel ciclismo, Roche era più forte. E ha vinto Roche. Ma non l’ha dimostrato [solo] in quel Giro, l’ha dimostrato dopo. Ha vinto il Tour rischiando la vita, [a La Plagne] con l’ossigeno, e battendo un avversario [Delgado] che l’anno dopo vinse ma con il beneficio dell’inganno. E ti dirò di più. Arriviamo a Villach, mondiale già perso, soltanto uno come Roche poteva vincerlo». 

- Sì, però anche lì, vedi, conta essere nel posto giusto al momento giusto. E non soltanto per azzeccare la fuga decisiva. In albergo quella mattina Roche si alza, tira le tendine e dice: ah, piove… E gli cambia tutto. Dopo il Tour era arrivato al mondiale senza prepararlo, era caduto in Irlanda nei circuiti e a Villach doveva correre in appoggio a Sean Kelly.

«E secondo te perché è scattato Rolf Sørensen, che è stato poi colui che ha impedito a Moreno Argentin di riportarsi sul gruppo e di vincere, e di bissare Colorado 86: perché? Perché una voce di Stephen, presso gli altri, aveva valore. Ma sono galloni che Stephen si è guadagnato sul campo, al fronte.».

- Però questo galloni a volte se li guadagnava in maniera anche un po’ subdola, no? Anche questo però fa parte del big picture che chiamiamo vita. Eddy Schepers: perché gli era così fedele? Perché nei contratti che Roche firmava per i circuiti, c’era sempre anche quello per il suo gregario belga. 

«Quando Coppi vinse il suo quinto Giro d’Italia, sullo Stelvio nel ’53, il giorno prima, arrivando a Bolzano, Koblet lo lascia vincere sulla terra battuta e Coppi gli dà la mano e gli dice: bravo Hugo, hai vinto il Giro, ma poi di notte succede di tutto. Di notte Géminiani gli dice: domani c’è una montagna che non si è mai fatta, andiamo oltre 2600 metri, Koblet soffre d’asma, si può ancora vincere. A 2600 metri l’ossigeno è rarefatto, e Coppi dice: gli ho dato la mano. E Géminiani gli risponde: non sarai tu ad attaccare, noi lo costringeremo a contravvenire a questo tacito accordo, per inseguire qualcun altro. E allora cosa fanno? Fanno due cose. Primo, mandano Ettore Milano a fare la scenetta, alla firma di partenza. Koblet aveva sempre gli occhiali scuri, oltre al pettinino famosissimo. Bene. Ettore Milano va da Koblet, gli stringe la mano e gli dice: "Hugo, bravissimo. Hai vinto il Giro. Dai, togliti questi occhiali ché facciamo una foto". E chiama un fotografo affinché gli faccia una foto. Ma è tutta una pantomima perché [Milano] vuol vedere se [Koblet] ha le occhiaie. Koblet si toglie gli occhiali e Ettore Milano vede due occhiaie spaventose, segno evidente che il ragazzo ha dormito male, in quota. Allora va da Géminiani, che correva con Coppi, e gli dice… Eh, ma come facciamo? Vanno da Defilippis, che è quinto in classifica, e gli dicono: Nino, fra Prato e lo Stelvio, vai. Prima dei 48 tornanti, vai. "Eh, ma io sono già quinto, se vado salto. Per me, essere quinto con voi santoni è già una roba da…". Non ti preoccupare: se salti ci penseremo noi. Defilippis scatta, quelli della Bianchi vanno ai due all’ora, Koblet si gira a destra e a sinistra, a destra e a sinistra e rischia di perdere il Giro. Scatta lui. E se scatta lui saltano tutti i piani. Fausto lo raggiunge e lo ribalta. Lo ribalta e in cima allo Stelvio c’era la Dama Bianca - e poi hotel San Lorenzo a Bormio, camera 249, da me personalmente visitata, la prima notte in cui Fausto e la Dama Bianca hanno dormito insieme. Ma cosa succede in tutte le riunioni post-Giro di quell’anno? Perché poi Coppi non avrebbe fatto il Tour, per prepararsi per il mondiale, poi vinto. Ci sono le foto: Coppi che va a fotografare Louison Bobet sull’Izoard, e lì si vede che c’è la Dama Bianca, che invece aveva detto al marito di essere da tutt’altra parte. Cosa succede nelle riunioni post-Giro? Defilippis le fa tutte con Coppi. E l’ingaggio di Coppi, che è mostruoso, sontuoso, viene diviso con Nino. Allora ti chiedo: c’è l’inganno? Può darsi, però Defilippis, per essere lì, deve andar forte; Coppi, per metterla nel sacco a, deve aspettare che l’altro attacchi. Nel ciclismo ci sono regole che, se venissero applicate rigorosamente nella società, renderebbero questo nostro mondo assai migliore di quello che è».

- Il messaggio qual è, che nel ciclismo non si bluffa? O meglio: che nel ciclismo si può anche bluffare, ma poi devi avere la gamba per farlo?

«Arriviamo fino a lì, poi vediamo. Ecco. Ma intanto, per arrivar lì, dobbiamo esser bravi. E poi vediamo. E sto parlando di sport in cui il denaro non sia ancora totalmente inquinante, perché ci sono alcuni sport in cui il denaro è sovrano. E non farmi dire oltre».

- Non ci siamo già a quel punto lì?

«Col ciclismo? Secondo me, no. Sai perché? Perché la base di fatica sufficiente per eccellere nel ciclismo è soltanto dei grandi corridori. Il ciclismo è talmente faticoso, e presuppone una tale adesione psico-fisica di chi lo pratica, da lasciare poco margine a coloro che non sono di una certa caratura. Il ciclismo è l’unico sport al mondo che presuppone una partecipazione ventiquattro ore su ventiquattro. I corridori vanno in giro in trasferta con il cuscino sottobraccio, con le lenzuola asettiche. Froome da quattro anni non condisce il risotto in bianco. Quando vai a una presentazione di una Sky, una volta ti davano la cartella stampa, adesso ti danno l’amuchina. Capisci? Allora, io faccio il mio solito quiz quando faccio le mie serate, e lo faccio anche a te. Tu mi prendi trenta rappresentanti di altrettanti sport diversi, va bene? Li metti in costume da bagno, uno di fianco all’altro e poi, per favore, riconoscimi il corridore. Perché? Perché [il corridore] ha una conformazione morfologica che in un particolare del suo corpo ha solo lui e nessun altro. Quale? Qualcuno mi dice: ha l’abbronzatura da muratore».

- Ti riferisci alla gabbia toracica?

«Non è solo del corridore, può essere anche di alcuni maratoneti».

- La capacità polmonare dei corridori però la “vedi” che è diversa.

«E anche di alcuni fondisti, specialmente adesso in cui conta molto spingere con gli arti superiori, perché il fondo è diventato non soltanto una questione di scivolamento».

- Quindi la parte superiore del corpo è più sviluppata.

«Spaventosamente più sviluppata, rispetto a Franco Nones o a Eero Mäntyranta, è spaventosa. E se te lo dico, appena dopo tu mi dici: caspita, non ci avevo pensato. E allora ti dico: che cosa fa il corridore ciclista professionista che quasi nessun altro fa? La faccio breve: quanto durano le corse? Una Milano-Sanremo, quante ore stai in sella?».

- Sette.

«Benissimo. In sette ore che cosa devi fare?».

- Pipì. E a volte qualcos’altro.

«Pipì e qualcos’altro. E in più?».

- Mangiare.

«Benissimo. C’è soltanto un’altra pratica sportiva che presuppone un’integrazione alimentare nel corso d’opera, la maratona. Ma qual è la differenza nell'alimentazione tra un maratoneta e un corridore professionista? Che il maratoneta, oppure il nuotatore di fondo, ingurgita liquidi. Il corridore ingurgita anche solidi. Barrette, panini eccetera. Allora, ritorniamo ai famosi trenta: il corridore è l’unico che abbia lo stomaco estroflesso. L’unico. Tu dici: caspita, com’è possibile? Suona così strano: 5% di massa grassa. E lo vedi, a maggior ragione, perché son degli scheletri, svuotati. Svuotati, in parte, anche dalla dissenteria, come disse Henri Pélissier nel primo dei due Tour de France vinti da Ottavio Bottecchia in quella famosa intervista concessa ad Albert Londres. Comunque, c’è lo stomaco estroflesso perché tu mangi, ma se nel frattempo, appena hai buttato giù due bocconi, c’è la fuga, eh, mio caro, chissenefrega: vai a prender la fuga. E allora quello che mangi, che di per sé richiama sangue allo stomaco, perché devi digerire, cosa succede? Ti provoca un rigonfiamento nello stomaco, perché lo stomaco non riesce a trovare [tutto] il sangue di cui necessita. Perché? Perché sono le gambe che lo stanno cercando il sangue, per andare a prendere quello là che è andato in fuga mentre io mi alimentavo. Capisci? E allora, fallo oggi, fallo domani, fallo dopodomani, lo stomaco si gonfia. E rimane gonfio, come gonfio rimane il cuore.
Quando Miguel Indurain decise di ritirarsi, si ritirò dalla sera alla mattina perché Marisa, sua moglie, gli disse: caro Miguel, basta. Non ce la faccio più a fare questa vita, voglio che mettiamo su famiglia. E Miguel che, oltre a essere credente, è anche una persona molto attaccata ai valori famigliari, come molti spagnoli, disse: bon, basta. Va a farsi visitare dal suo dottore, doctor Sabino Padilla. Padilla lo visita e gli dice: "Miguel, stai benissimo. Però, per un anno – per un anno – devi fare 120 km in bici al giorno. Sennò, muori". Perché al posto del cuore Miguel aveva un palloncino gonfiato. Il muscolo cardiaco era ingrossato. E se tu tutto d’un colpo non fai più nulla, è come se tu avessi un palloncino che prima di essere gonfiato è bello da vedere, tu lo gonfi, lo tieni gonfio, lo tieni gonfio, lo tieni gonfio, poi lo sgonfi. Lo sgonfi quasi tutto, e sembra raggrinzito. Sembra un oggetto vecchio, usato. Un oggetto che si sta sfibrando. Così un cuore. Lui, per evitare che il suo cuore diventasse un palloncino brutto a vedersi, dopo esser stato per tanto tempo gonfio, e poi sgonfiato tutto d’un colpo, ha dovuto fare 120 km al giorno, per un anno, con un programma preciso di, diciamo così, progressiva abitudine a un agonismo meno esasperato.
Allora: come puoi pensare di bluffare essendo un mediocre. Non puoi. Sì, puoi vincere il circuito della fava lessa, perché… perché è così. Ma come puoi? Questi sono dei califfi. Queste son delle persone che dormono su un materasso di aghi. Sono dei supermen.
Quando Moser vinse il Giro d’Italia dell’84 ai danni del mio povero amico Laurent Fignon, il giornale – Tuttosport, per il quale ho lavorato 35 anni – mi disse: non torni a casa. Affittati una macchina, fai quel che vuoi, non m’interessa – non c’erano telefonini, non c’era nulla eh, allora – Stai due giorni, dal mattino alla sera, con Moser, perché vogliamo fare un reportage: “La prima giornata di Moser in rosa”. Dopo quei due giorni mi son stancato di più che al Giro. A stare dietro a uno che, oltrettutto, pedalava. Il Giro si era concluso a Verona, [Moser] la sera è arrivato a casa, quindi da Verona è andato a Palù di Giovo - tutti impazziti fino alle quattro di mattina. Io ho detto: ma quand’è che si dorme? Questo alle sei ripartiva e andava a Fiorenzuola perché c’era la riunione su pista in cui lui si è schierato con la maglia rosa. Con il body rosa. Come quello che Fignon aveva indossato nella cronometro da Soave a Verona, e che idealmente era passato sulle spalle di Moser, che aveva vinto il Giro scavalcando Fignon nell’ultima cronometro. A Fiorenzuola, la riunione è finita all’una di notte. All’una di notte. Io son ritornato a Palù di Giovo e ho rischiato quattro volte di uscir di strada, perché non ne potevo più. Invece loro, loro son così. I corridori sono straordinari. E quindi io capisco che uno non sufficientemente padrone, non sufficientemente regista, della propria vita, come Roberto, abbia potuto patire. Roberto Visentini era stato quello che pochi anni prima aveva segato la bicicletta. Tutto ciò dovrebbe farci capire che c’erano, nell’inconscio di Roberto, delle movenze che avrebbero potuto spingere Stefano Roche al “Grande Ratto”. Perché, se Roche ha fatto questo, è perché era fondamentalmente convinto che una tale azione avrebbe potuto dare a Roberto la sberla definitiva. E così è stato».

- Eri al seguito del Giro '87, ma quel giorno, il 6 giugno, eri a Sappada?

«Non ero a Sappada. Ho fatto soltanto mezzo Giro perché quell’anno mi dividevo tra basket e ciclismo. E in quell’anno c’erano gli Europei di basket ad Atene. L’Italia arrivò quinta, e quella fu l’esplosione della Grecia dei vari Galīs, Giannakīs, Christodoulou, Fasoulas. Ho seguito la prima settimana. Ma ritornai in tempo per andare al Tour. Beppe Conti quel Tour non lo fece perché sua moglie aspettava il loro primo figlio».

- Quindi a La Plagne '87 c’eri?

«C’ero. E in quel Tour fui l'unica firma di Tuttosport, quindi vissi tutta la successiva esplosione di Stefano».

- Eri anche a Villach '87?

«Ah caspita, certo. Mi ricordo come fosse ieri che, due giorni prima del mondiale, stavo facendo il giro per vedere di quale caratura fosse quel circuito, bello, bellissimo».

- Dicevano, ma prima della gara, che fosse troppo facile. Invece con la pioggia e quello strappetto finale si rivelò duro.

«Sì, alla fine l’hanno corso come si conviene. Ed era duro, sì. Perché l’ordine d’arrivo è discretamente sontuoso. Erano i più forti di allora. Uomini da Liegi-Bastogne-Liegi che con il Lombardia è la corsa in linea più dura che ci sia. Uscendo dal circuito vidi un ragazzo con la maglia verde. E dissi: oh caspita, ma quello è Stefano: “Stefanooo!”. Lui si fermò e mi venne a salutare, per dirti chi era. Io nell’87 avevo trentun anni».

- Eri uno dei pochi giornalisti italiani con cui poteva parlare inglese?

«Ma lui è scaltro. Io parlo benissimo francese e discretamente l’inglese. Con lui parlavo francese e un po’ italiano; questa è un’altra sua scaltrezza».

- Chi erano i “Quattro dell’Ave Maria”?

«Marco Galdi dell’Ansa [in realtà no: c'era invece Beppe Conti di Tuttosport, nda]. Maurizio Evangelista, che era del Corriere dello Sport e da tanti anni [1991, nda] ha un’agenzia di servizi che si chiama Vitesse. Gianfranco Josti, che parla francese ma non parlava inglese. C’era ancora Paolo Ziliani de Il Giorno. Maurizio Crosetti è venuto dopo, e fece poi l’altro Giro che io non feci, quello del ’90, con Bugno in rosa dall’inizio alla fine. Io feci i mondiali di basket in Argentina. Pensa cos’era allora il giornalismo. Stetti due mesi fuori».

- Fosti tu a scegliere o ti mandarono?

«Mi mandarono. Perché ero la prima firma del basket. Fino all’85 sono stato la seconda firma del basket, perché c’era ancora Guido Ercole, poi morì Gianni Menichelli, il primo maggio dell’86 sull’autostrada Milano-Torino, e quindi dal giugno-luglio dell’86 Guido Ercole andò a fare il responsabile dei servizi sportivi a La Stampa e io diventai il secondo di ciclismo dietro Beppe Conti ma il primo del basket. E il basket in quegli anni lì era una roba clamorosa. Vincevamo due coppe l’anno. Avevamo vinto la Coppa dei Campioni nell’82 e nell'83 con Cantù, nell’84 con Roma, nell’87 e nell’88 con Milano. Sai, si andava in giro. Era una roba... Dovevi un po’ dividerti, per non dire di quel che si vinceva nel ciclismo».

- Mi fai un raffronto fra il ciclismo che hai avuto il privilegio, la fortuna e la bravura di raccontare e quello che vedi oggi? E ti chiedo: ti diverte ancora?

«Il ciclismo di oggi è figlio dei tempi, e i tempi sono poco illuministi. Al centro del progetto non c’è più l’uomo, ma la macchina umana. La macchina umana è quella che ha in Chris Froome il principale artefice e il principale paladino di un’idea. Se tu pensi che ogni quattro pedalate lui abbassa la testa per facilitare l’afflusso sanguigno, hai capito tutto. Froome ha votato la sua vita a un monachesimo assoluto che sbrindella il cervello di chi davvero non è votato a una tale applicazione totale. Parlo di Mark Cavendish, per dirti, che è già uno che si impegna».

- Sì, però sono poco irreggimentabili, quei campioni lì. Non vuoi un campione? Te ne prendo un altro: Dario Cataldo.

«Cataldo. Ma te ne prendo anche un altro che pure è stato in quell’ingranaggio per tanti anni, Bradley Wiggins. Cos’ha detto di recente Wiggins ai suoi ragazzi? Spero diventiate tutti dei campioni ma non andate alla Sky, ma non perché la Sky sia la strega cattiva».

- Eppure è stato un Froome ante litteram anche lui, perché quella capacità di prendere peso per acquisire potenza per la pista, e poi perderlo per andar forte in salita su strada; e infine riprenderlo perché ora si dà al canottaggio...

«Ti sembrerò dissacrante. Io sto con Marcello Mastroianni e non con Robert De Niro. Cosa voglio dire? Mastroianni diceva: il grande attore è colui che ha la parte nel sangue indipendentemente dalle capacità morfologiche di adattarsi al personaggio».

- Quindi: +20/-20 kg per fare Toro scatenato; questo mi vuoi dire?

«Esattamente questo. Se devo mangiare per sei mesi pane e burro, pane e burro, per aumentare di venti chili per fare Jake La Motta, probabilmente – probabilmente – mi metto nella condizione di schiaffeggiare la persona e privilegiare il personaggio. Qual è stata la grandezza di Mastroianni? Interpretare il Jake La Motta di turno, non era il suo caso, o l’omosessuale in Una giornata particolare di Ettore Scola, senza – senza – stravolgere se stesso. Mentre sempre De Niro fa New York, New York, e lui è stato per otto mesi, tutti i giorni, con un sassofonista».

- E perché stai di qua e non di là?

«Perché il genio – il genio – è di colui che ha nelle proprie corde il personaggio senza doverci per forza geneticamente entrare. Perché quando Michelangelo va, nel 1501, ad acquistare un blocco di marmo a Carrara - due metri, altezza sei - dentro quel blocco di marmo ha già il David. Guarda che è un’impresa spaventosa. Come si dice, formare per difetto, togliendo. Se hai della creta e la plasmi, da un ammasso crei. Lì è il contrario: togli. È spaventoso».

- Li classifichi di serie A e serie B o son due mondi diversi ma sullo stesso piano?

«No, son due mondi. Mi trovo meglio di qua. E quindi sto con Nibali e non sto con Froome. Sto con Nibali che a volte rischia di perdere per eccesso di generosità. Ti faccio un esempio. Il povero Michele Scarponi, che figura come vincitore di un Giro d’Italia, quello tolto a Contador, non avrebbe vinto se Nibali avesse fatto il Froome. Nibali l’ha “perso”, cioè è arrivato terzo e poi secondo, perché ha provato a vincerlo. Ma ha provato a vincerlo non sopravanzando Scarponi ma sopravanzando Contador. E per sopravanzare quel Contador bisognava fare delle robe allucinanti. Bisognava cercare davvero di sconvolgere, partendo dalla Staulanza e poi dando un altro colpo sulla Marmolada».

- È un po' ciò che ha fatto al Giro 2016, quando Steven Kruijswijk è ruzzolato nella neve. 

«Se Kruijswijk non fa il Nibali, probabilmente non finisce a capofitto».

- Anche a Rio 2016: Nibali ha provato a fare il Nibali, ma poi è caduto.

«E tu lì hai dato la migliore interpretazione, perché uno può dire: eh, Nibali ha vinto il Giro perché l’olandese è caduto. Ma perché l’olandese è caduto?».

- Perché siamo protagonisti del nostro…

«Bravo. Perché qualcuno lo ha costretto ad andare al di là dei propri limiti. Perché James Hunt vinse il mondiale di Formula Uno? Tutti potevano dire: eh, bella forza, quello pensava solo a bere e a inanellare una donna dietro l’altra, Lauda si è ritirato in Giappone perché pioveva ed era reduce dalle sue tragedie. No: Lauda è stato costretto - da uno che non mollava mai - a ritirarsi. E quindi Hunt ha vinto, e la sua è una vittoria lecita. La giustificazione è madre della sconfitta. Se io mi giustifico, son già pronto a perdere. Non c’è niente da fare: [la giustificazione] è figlia della paura e madre della sconfitta».

- Prima l'hai buttata lì. Tanti la pensano come te e tanti invece no. Herbie Sykes, da un punto di vista italo-anglosassone non vede quella Carrera come una Mapei o un Team Sky ante-litteram. Ci sono analogie: l’internazionalità dei corridori, l’attenzione per i dettagli, l’essere all’avanguardia per trasferimenti, materiali, immagine, pianificazione. Era una delle poche squadre italiane a correre il Tour, e ai tempi bisognava metterci del cash, però non ammazzava le corse come invece accade con gli squadroni di oggi.

«Certo. Aveva dei corridori… Ragazzi, son riusciti a far vincere una Sanremo a Erich Mächler. E quante altre corse hanno vinto?».

- La Sanremo anche con Claudio Chiappucci, se è per questo, nonostante qualche compagno non proprio amico.

«Chiappucci è stato un cavallo pazzo. Ce ne fossero anche adesso di Chiappucci. Chiappucci mi ricorda tanto Raymond Poulidor. Più scatenato, Chiappucci».

- Amatissimo dal pubblico, non così nelle sue squadre.

«Eh, ma amatissimi i cavalli pazzi non lo sono mai».

- Non solo perché andava in fuga dal chilometro 14, come in quella storica tappa del Sestriere. Diciamo che bisogna anche farsi benvolere, specie dai compagni.

«Eh lo so, lo so, però Sestriere ’92 o Sanremo ’91…».

- Lasciamo stare il Team Sky che, con un budget annuo di 35 milioni di euro, è un pianeta a parte. La forbice tra le grandi squadre dell'epoca (Carrera, PDM, le squadre di Guimard eccetera) e le altre il divario non era così ampio. Oggi, tra le multinazionali e una piccola come la Bardiani il rapporto è 15 a 1. Mario Fossati diceva: se io mangio bene e tu mangi male, quello è già “doping”.

«Sono due sport diversi. Ma perché? Perché ormai l’incidenza del denaro…».

- Per questo ti chiedevo: siamo sicuri che a quel punto non ci siamo già, anche nel ciclismo?

«Facciamo un discorso che non riguarda solo il ciclismo: 1996, il CIO decise che la storia doveva essere schiaffeggiata da Coca Cola, CNN e Delta Airlines. L’ideale di un certo ciclismo è finito».

- Tu metti lì lo spartiacque?

«Sì, perché lì si è capito che con il denaro si comprano dei privilegi. Non si ciurla nel manico, ma si comprano dei privilegi. E quindi due volte a Verona, nel giro di poco, il mondiale. Nulla capita per caso. Cosa è successo due anni dopo Atlanta ’96? Caso Festina. L’anno successivo, il Tour – il tanto osannato Tour, la ASO eccetera – era finito. Finito. Non c’era soltanto bisogno di trovare un campione, c’era bisogno di trovare qualcosa di più. E allora cosa facciamo? Troviamo un miracolato campione, e siamo conniventi. Perché il miracolato ci risolleva il castello di carta, che si era sgretolato in maniera totale. Questa è la connivenza. Il Novantasei, lo spartiacque. Guarda che cosa è successo dopo il ’96. Son venute fuori le magagne di tutto. Si è finalmente fatto un antidoping serio. Poco per volta si trovavano delle sostanze. O almeno si cercavano, le sostanze.
La seconda data della totale intromissione del danaro nello sport è stata l’apertura alle scommesse. Cosa succede, anche lì? Nulla capita per caso. In Italia esplode SNAI? Perché? Maurizio Ughi fiuta che, per arrivare a essere il fulcro delle scommesse, bisogna impossessarsi degli unici posti dove si scommette in maniera lecita: le sala-corse. Ughi allora si finge innamorato dell’ippica, perché nelle sala-corse si scommette solo sui cavalli. Solo quella è la scommessa lecita, allora Ughi – grande imprenditore, sull’uomo eccepisco – crea il suo regno sulle sala-corse. E per far vedere che ama l’ippica, cosa fa? Acquista il più grande trottatore di tutti i tempi, Varenne, che vince il primo Amérique con i colori di Enzo Giordano; il secondo, cambia la giubba e dietro c'è scritto SNAI, perché [Varenne] è diventato di SNAI, ma sempre di Giordano è rimasto. Cosa succede? Quando – e purtroppo ha fatto le spese di tutto Marco Pantani – il ciclismo viene inserito come disciplina sulla quale si può scommettere, 1999, succede di tutto. Uno come Pantani viene fatto fuori. Diciassette anni dopo, si scopre che quello fu un esame deplasmato. Perché? Perché se avesse vinto Pantani, la Camorra era finita».

- Tu quindi sei per quel filone lì?

«Certo. Non c’è alcun dubbio. L’esame fu alterato».

- No, dell’esame, lo so. Ma sei del partito del complotto?

«Sì. Guarda che io ho avuto cavalli da corsa. Ho fatto il Gentleman, e vinto 38 corse. Negli ippodromi ho vissuto vent’anni. So perfettamente che cosa succede negli ippodromi. So perfettamente che allora gli ippodromi, sino a un certo anno, cioè il ’99, erano la mecca. Era l’unico posto dove si riciclavano soldi dubbi, si scommettevano. C’era gente che vendeva la mamma ai beduini pur di avere un “vincente”. Ti giuro. Senza ritegno. Quando poi tutto ciò è stato eletto a sistema, le scommesse: quanti scandali abbiamo avuto nel tennis? E nel calcio? Tutto si è uniformato. Perché? Far soldi è difficile per tutti. E in qualche modo, sai… Dopo il ’96, quanto ci han smesso a smascherare Armstrong? Soltanto per l’alacrità di qualche nostro collega francese, perché sennò siamo ancora lì».

- Beh, anche David Walsh ha recitato un discreto ruolo.

«Sì, certo. Armstrong però ne ha dovuti vincere sette [di Tour], non uno. E chi non stava da quella parte lì, veniva smascherato subito: Hamilton, Landis. Subito. Subito fuori dalle scatole. Quella era una mafia. Il povero Simeoni, che ho visto di recente, ci ha rimesso la carriera. Oh, veniva additato da tutti e nessuno lo voleva».

- E invece che cosa ha allontanato Visentini dall’ambiente? Fu soltanto per Sappada?

«Quell’ambiente gli era poco congeniale. L’ambiente del ciclismo è povertà, fango, fatica».

- Ha avuto questo dono, il talento, che forse sentiva quasi un peso. Lui avrebbe voluto fare il maestro di sci. Poi, ha visto che andava forte, primo campione del mondo juniores…

«Perché ha fatto il ciclismo, Roberto? Perché nel ciclismo, quasi per caso, eccelleva. Allora la sua vita lo aveva convinto della bellezza del proscenio. Capisci? Ed è stato all’altezza del ruolo sino a quando il proscenio lo applaudiva».

- Quindi, vinto il Giro ’86, con la testa ha smesso lì, inconsapevolmente? Ha dimostrato a se stesso di aver vinto il Giro.

«Io ho l’impressione che lì abbia raggiunto qualche cosa. Il desiderio è tale sino a quando non è conseguito. Se io cerco una bella donna…».

- Poi magari ti chiedi: tutto qui?

«Quando arriva il "tutto qui?", appena sotto, ci dev’essere qualcos’altro, che è costitutivo. Quando il proscenio ti applaude, dietro ci devono essere le quinte. Ci deve essere la “capacità di”. Ci deve essere una formazione che ti consente di stare lì. E tutti i giorni, dalla recita successiva, di arricchire quello che il pubblico ti ha tributato il giorno prima. Ma il pubblico è triturante, il giorno dopo [Viberti schiocca le dita, ndr] vuole qualcosa di particolare, vuole qualche cosa di più. Se tu non ce l’hai costitutivamente, ti fermi lì. Io faccio una tripartizione nel mondo dello sport: i buoni atleti vincono, i campioni vincono e sanno ripetersi, i fuoriclasse vincono e sanno ripetersi quando hanno il favore del pronostico e dunque tutta la pressione del mondo. Questa è la tripartizione nel mondo dello sport, in tutti gli sport. Da quando esiste questo meraviglioso…».

- …agone.

«Hai detto bene: agone. Perché per i Greci non erano “giochi” olimpici, erano olimpiche agones. I Greci – e qui arrivi nel mio, e potresti andartene tra due ore – idearono le olimpiadi per fare la guerra senza morti, 776 avanti Cristo. Non solo interrompevano la guerra ma l’olimpiade era un modo per fare la guerra senza morti. Non erano “giochi” olimpici, erano agones. “Agones” significa battaglia, sfida. Guarda come tutto è meravigliosamente incastonato: i giochi olimpici sono una favola, una bellissima favola, e nascono poco prima che si sviluppi, in Grecia, il più grande raccontatore di favole del mondo, Esopo, che è del settimo secolo avanti Cristo. Un secolo dopo l’inizio dei giochi olimpici.
E siamo in un periodo in cui le mamme degli Spartani, se hanno dei figli storpi, li buttano via. E se non hanno dei figli storpi, ma dei figli vigorosi, soprattutto maschi perché le donne erano considerate figli di serie B, vedono come noi vediamo oggi per i nostri figli un futuro florido, la famiglia eccetera, dei guerrieri. Ē tān aspida ē epi tās. Una mamma al proprio figlio, quando lui andava in guerra, perché era la guerra il suo andare in ufficio di oggi, diceva: Ē tān aspida ē epi tās, torna “con lo scudo” (Ē tān aspida), “o sopra di esso” (ē epi tās). Perché i morti spartani venivano messi sopra il proprio scudo e riconsegnati alla mamma, sopra lo scudo. Sono le mamme che dicono ai loro figli: «Ē tān aspida ē epi tās». È meraviglioso tutto questo. Questo è lo sport. E capisci che oggi, con la stragrande importanza del denaro, tutto questo motivo scatenante è passato in parte in secondo piano al cospetto di qualche cosa che ti cambia la vita. Paavo Nurmi non faceva il maratoneta perché gli cambiava la vita. Faceva il maratoneta perché ce l’aveva dentro. Adesso alcuni ragazzi sono portati a far lo sport perché ti cambia la vita. Attenzione: perché gli slavi hanno una così alta propensione per gli sport? Perché gli cambia la vita. Io a metà degli anni Ottanta sono andato a Zara con la Berloni Torino di pallacanestro. È venuto a trovarci Krešimir Ćosić, il predicatore mormone, il più grande insieme a Dražen Petrović, della storia slava, raffreddato, costipato, era il 22 del mese e aveva esaurito il kerosene. Non aveva più riscaldamento a casa. Krešimir Ćosić. Già che vado in America a giocare alla Brigham Young».

- Non serve andare così lontano, basta guardare Luka Modrić, Mario Mandzukić. O anche Zlatan Ibrahimović, che pure è di seconda generazione: la testa è quella lì.

«Perfetto. È quella lì. Li vedi, hanno gli occhi di chi vuole riaffiorare».

- Predrag "Saša" Danilović, primo allenamento alla Virtus Bologna con in squadra un croato, Arijan Komazec: sotto canestro, senza provocazione, bam! Gomitata in faccia. I compagni italiani gli chiedono: ma perché? Risposta: “Croato di m.”.

«Ma certo».

- Noi non possiamo capire perché non abbiamo quel tipo di storia, di passato, di retroterra culturale.

«Gli slavi sono gli unici ad aver giocato, fino all’Europeo del ’91, insieme, ad aver escluso dal pullman che andava a giocare la semifinale di Roma contro la Francia - in finale poi batterono l'Italia - Zdovc, Jurij “Jure” Zdovc, perché il ministro della neonata Slovenia telefonò a Zdovc per dirgli: “Uao, da oggi sei sloveno, abbiamo ottenuto l’indipendenza”. Gli altri lo seppero e dissero: noi quello lì non lo vogliamo più. E non giocò più. Agli Europei di quattro anni dopo, vince la neonata Serbia, seconda la Lituania e terza la Croazia. “Terzo posto: Croazia…”, salgono i croati. “Secondo posto: Lituania…”. “Primo posto: Serbia…” E i croati vanno via. Scendono. “Non vogliamo stare sullo stesso podio con questi di Slobodan Milošević che ci hanno triturato. Questo è lo sport».

- Quante ne hai dovute mandar giù in carriera, al lavoro?

«Tante».

- Ti rendi conto della tua unicità, sì?

«Sì...».

- Oggi non lavoreresti. Perché eri - e sei - pericoloso.

«Io sono strafelice della mia vita. Sono convinto, e lo dico tutte le volte che parlo alla gente. Ed è per questo che, secondo me, la gente ha voglia di ascoltarmi».

- Quando dici le mie serate che cosa intendi?

«Presentazioni di libri, faccio il mental coach. Tengo lezioni di psicosport all’università e parlo del giornalismo. Se morissi domani, io sono del ’56 quindi vado per i 62, sono straconvinto di aver vissuto cinque volte quello che vive un uomo normale. Come carattere ho vissuto sempre in prima linea. Sempre. Sempre al fronte. Ho sentito, fiiitttt, sibilare i proiettili. Ho litigato con Bernard Hinault nell’82. Ho pianto con Laurent Fignon quando ha perso da Greg LeMond nell’89 dopo aver perso da Moser nell’84. E per quelle due cronometro, in entrambi i casi, non realizzò l’accoppiata Giro-Tour».

- Lasciamo stare le ruote lenticolari, se non fosse stato per la ferita al soprassella almeno una l'avrebbe portata a casa? O era scritto che finisse così?

«Non è mai scritto».

- Beh, però lì qualcuno con certe "penne" un po' l’ha vergato: elicottero, moto, spinte, trainate. O anche lì entriamo nel costruttivismo?

«No, lì lo perse lui. Lo perse lui, comunque venne sconfitto dalla tecnologia. Venne sconfitto dalle ruote lenticolari, non solo dal casco aerodinamico: dalle protesi da triathlon. La prima volta non nel triathlon. La media di quella cronometro da Versailles a Parigi l’ha battuta David Zabriskie, nel 2005. Dall’89 al 2005 nessuno è andato così forte: 54.676 km/h. LeMond, non Wiggins, non Dumoulin: LeMond. Per cui sì, certo, Laurent è stato terribile averlo là. Ho visto Laurent venti giorni prima che morisse. A Bagnères-de-Bigorre, agosto 2010. Ero andato laggiù per fare il Tourmalet».

- È quello cui sei rimasto più legato?

«Fignon è un personaggio romantico. Fignon è Cyrano de Bergerac».

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