Incredibile: Peterson torna a Milano!


Peterson in una gara delle finali ’82 contro Pesaro. 
Riconoscibili, Vittorio Gallinari e Roosevelt Bouie

A 75 anni sarà il nuovo coach dell’Armani (esonerato Bucchi) «Non l’avrei fatto per nessun altro: è una questione di cuore»

4 Jan 2011 - La Gazzetta dello Sport
LUCA CHIABOTTI

DAN PETERSON Non sono e non posso parlare già da tecnico della AJ se no Proli mi manda a Canicattì Sono io che devo adeguarmi al basket di oggi e non viceversa Ci vuole grande umiltà Poche cose contano: durezza, giocare assieme, convinzione: se le hai puoi vincere

Dan Peterson, 75 anni domenica, a destra con Meneghin, Premier e McAdoo MILANO dL’unica notizia è che Piero Bucchi non è più l’allenatore dell’Armani Jeans Milano dopo due anni e mezzo, due finali scudetto e un bilancio di 55 vittorie in 94 gare. La bomba però cova dal primo pomeriggio, da quando trapela che il presidente dell’Armani Jeans, Livio Proli, ha invitato a pranzo Dan Peterson, 75 anni domenica, mito del basket e dell’Olimpiamaritiratosi dalla panchina il 25 aprile del 1987, quasi 24 anni fa, dopo tre scudetti in fila. Proli gli chiede di allenare l’AJ, Peterson dà la sua disponibilità.

Condizionale 

Per favorire la lettura e non perdersi in troppi condizionali, facciamo una premessa: Coach non ha firmato nulla e l’ufficializzazione del suo ingaggio arriverà solo oggi in un hotel milanese primadell’allenamento. Come dice proprio Peterson: «E’ la società che deve decidere: se fossi Proli e stamane leggessi che Peterson parla già da nuovo tecnico dell’Olimpia, lo manderei ad allenare a Canicattì....». Racconta così la sua giornata: «Stamattina mi ha chiamato Proli, ha detto che non aveva dormito bene dopo la sconfitta di Cantù e che voleva parlarmi. A pranzo mi ha confessato che l’AJ non aveva un allenatore: Bucchi era stato esonerato. E che voleva offrirmi la panchina: ho dato la mia disponibilità. Mi ha detto che aveva delle cose da sistemare e che ci saremmo risentiti».

Proli 

Prima dell’incontro con Peterson per la formalizzazione dell’accordo, ma dopo aver comunicato la decisione alla squadra, il presidente Proli ci ha anticipato: «Non si è trattato di una decisione facile e tanto meno presa d'impulso. Sotto l'aspetto umano è per me particolarmente dolorosa perché ho difeso Piero Bucchi in modo continuo e convinto. Ma devo fare gli interessi del club. Anche quando le cose ci andavano bene in campionato, con una striscia vincente di sei partite, non ho avuto l'impressione che la squadra crescesse e che mettesse un mattoncino alla volta per costruirsi. Alla fine è subentrata un’evidente crisi di sfiducia nei giocatori, che ho visto come sperduti e lontani dai loro livelli. Credo che il problema sia soprattutto psicologico. E le decisioni conseguenti vanno nella direzione di una scossa di mentalità e d'energia. Questa non è una stagione compromessa, faremo il possibile, anche sul mercato, per vincere. Lo avremmo fatto in ogni caso, anche con Bucchi».

The Decision 

Pur con i condizionali di cui sopra, Coach Peterson, come LeBron James, ha comunicato The Decision (in questo caso, la sua disponibilità a tornare in panchina) in televisione a SportItalia. «Pensavo di essere stato un po’ dimenticato, che tutti mi dessero per troppo vecchio, ma l’Armani Jeans ha avuto una visione che è andata oltre queste considerazione. Non ripartirei pensando di alzare la mano e chiamare la L o la 1-3-1 e avere D’Antoni e Meneghin che spaccano in due gli avversari. Sono io che devo adeguarmi alla pallacanestro di oggi, non viceversa. Lo faccio con grande umiltà. Mi hanno chiesto tante volte di tornare, ma l’avrei fatto solo con l’Olimpia, è una questione di cuore». Resta da chiarire l’aspetto più importante: Peterson ha l’energia e la voglia di allenare davvero o sovraintenderà al lavoro degli assistenti? «Un capo allenatore deve allenare. Sarebbe la prima volta che subentro ad un collega, è difficilissimo, bisogna puntare sulla semplicità. Poche cose contano: durezza, convinzione, giocare assieme. Se una squadre ha questo, può vincere». Resta l’ultima grande domanda: non ha paura di offuscare il suo mito, non è preoccupato? «Diciamo che sono sempre il Nano Ghiacciato».

***

Una follia 
Ma può funzionare

Non c’è nulla di razionale nella scelta dell’Olimpia Milano di licenziare Piero Bucchi e richiamare direttamente dal mito Dan Peterson. Quando una squadra è in difficoltà, la cosa da non fare è affidarla ad un tecnico che, per sua stessa ammissione, viene da una pallacanestro talmente lontana da quella attuale da essere un altro sport. Poi parli con lui, e ti convinci che, pur abnorme, la cosa può anche funzionare. Un po’ come quando guardi un Lakers-Celtics con Jabbar, Magic e Bird: d’acchito sembra pallamano, poi vieni catturato dalla meraviglia di quei campioni. E non ti accorgi più del tempo. Il problema è che qui il campione è l’allenatore. E il gap con i ventenni di oggi non è solo tecnico (fanno cose diverse in modo diverso) ma anche emotivo e di comunicazione. Il rischio è che i giocatori pensino che il loro coach sia e dica cose datate. Ma il problema per Peterson sarà lo stesso di chi lo ha preceduto: l’AJ deve recuperare gli infortunati e decidere cosa fare di Finley, la scommessa di Bucchi ma con un ginocchio a pezzi e non considerato un regista dal nuovo coach in pectore, e di Petravicius sempre rotto. Quanti pezzi avete letto di Coach sulla Gazzetta in cui ha scritto che l’asse playpivot è fondamentale? L’AJ ci ha regalato una grande storia, ma è l’ennesima bocciatura del suo progetto. (CHIABO)

***

«Pubblicità? No, avrebbero preso Belen»

Dino: «Una scelta affascinante» Mike: «Ci metterà anima e cuore»

MASSIMO ORIANI

Una cosa è certa: ovunque passi Dan Peterson, la traccia che lascia è indelebile. La sua Olimpia e i tanti nostalgici che si è lasciata alle spalle hanno persino rappresentato un problema per l’attuale AJ, costretta sempre a impossibili paragoni col passato. Ma quella Milano del Nano Ghiacciato non può che restare nell’immaginario collettivo e nella memoria di chi la rese tale un mito che da oggi rivive un po’ anche in loro. Casalini «Non posso dare un giudizio tecnico — racconta Franco Casalini, suo assistente per anni prima di prenderne il posto nell’87-88 e conquistare scudetto e Coppa Campioni — perché permesi tratta di un fratello maggiore, quindi la felicità è immensa. E la curiosità è infinita. Il suo carisma colmerà sicuramente la desuetudine. Sono certo che scenderà un silenzio di tomba non appena metterà piede nello spogliatoio e tutti i giocatori penderanno dalle sue labbra. E’ un salto nel passato anche per me». Se le sue Billy, Simac e Tracer vinsero 4 scudetti e una Coppa Campioni, gran parte del merito fu del centro titolare di quella squadra, Dino Meneghin. «Innanzitutto mi dispiace per Bucchi— dice il presidente federale— ha pagato gli infortuni e quindi anche colpe non sue. Sono felice per Dan, è una scelta affascinante non solo per il nome, per l’impatto mediatico, maanche tecnicamente, perché il Coach è rimasto nell’ambiente, conosce i giocatori e sarà aiutato da due ottimi assistenti (Valli e Fioretti, ndr.). È un grande tecnico e un grande motivatore. E’ abituato a proteggere i giocatori, sa gestire un gruppo e inserire i giovani. Lo ha fatto giá alla fine degli anni '70, rischiando sulla propria pelle. E poi se l’Olimpia l’avesse fatto solo come mossa pubblicitaria avrebbe messo Belen in panchina!». Mike Dagli Usa arriva anche il messaggio di quello che era la sua proiezione in campo, il play della grande Milano, Mike D’Antoni, oggi allenatore deiNewYork Knicks. «Auguro a Dan ogni bene. Ha sempre avuto una grande influenza sulla mia vita e la mia carriera e conoscendolo, metterà animae cuore in questa nuova avventura con l’Olimpia». Anche un grande avversario di quell’epoca, Valerio Bianchini, ha detto la sua sul ritorno di Dan, con un tocco di modernità, affidando il suo pensiero a Facebook: «L’unico problema per Dan sarà indossare i giubbini e i jeans dell’AJ». Impareggiabile.

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