La brutalità dell’impero che segnò il punto di non ritorno


Il Manifesto
Giovedì 30 Gennaio 2025
Pagina 24

ENRICO TERRINONI

«Accadde una domenica pomeriggio / Una bel pomeriggio luminoso e fresco d’inverno / Una giornata perfetta per andare a passeggiare». Sono i versi di una famosa ballata di Christy Moore. Sembrano disegnare un’atmosfera amena e rassicurante. Purtroppo, proseguono così: «Ci furono spari, pietre e proiettili / In quel bel pomeriggio luminoso e fresco d’inverno / Ci fu caos, panico e morte / Paura e sconcerto / Ci stanno sparando addosso...».

Era il 30 gennaio del 1972. La città di Derry in Irlanda del Nord fu il teatro di uno degli eventi più tragici e significativi dei cosiddetti Troubles. Quella che doveva essere una marcia pacifica per i diritti civili si trasformò in un bagno di sangue, segnando un punto di svolta nella storia irlandese.

Sull’onda delle lotte internazionali per i diritti civili, migliaia di manifestanti, uomini e donne di ogni età, marciarono per chiedere riforme sostanziali mirate all’uguaglianza tra le comunità. Nel nord vigeva un regime assai simile a quello dell’apartheid. Una delle richieste di cambiamento, infatti, riguardava la riforma elettorale nel senso dell’abolizione del voto per censo. Era in vigore un sistema che finiva per escludere dai processi democratici gran parte della popolazione nazionalista e cattolica, poiché la ricchezza e il potere economico erano in mano degli unionisti e dei lealisti protestanti.

La marcia attraversò il quartiere nazionalista di Bogside, a ridosso delle meravigliose mura della città. Lì i paracadutisti del Primo Battaglione britannico aprirono il fuoco contro la folla inerme. Morirono tredici civili innocenti, ma il conto delle vittime era destinato a salire.

Uno dei feriti morì mesi dopo.

Le indagini successive dimostrarono che le vittime erano state colpite deliberatamente e senza provocazione alcuna. Cinque uomini furono uccisi da colpi sparati alle spalle, e un altro fu abbattuto mentre alzava le mani in segno di resa.

Si pensò subito a una strategia premeditata. Lo fece pensare l’impiego di un corpo d’élite per controllare una manifestazione pacifica. L’intento era ovvio: mettere il bavaglio al crescente movimento per i diritti civili, ma anche provocare una reazione armata da parte dell’IRA.

Le dichiarazioni da parte britannica difesero l’operato dei propri militari, ma le immagini e le testimonianze resero chiara sin da subito la situazione.

Nonostante ciò, per anni il governo britannico tentò in tutti i modi di depistare e di insabbiare la verità, sostenendo che i soldati avevano agito per difendersi da presunti attacchi.

Ad esempio, colui che all’epoca era comandante delle forze britanniche in Irlanda del Nord, il generale Robert Ford, sostenne che i soldati avevano risposto al fuoco dell’IRA. La versione fu successivamente smentita da documenti e testimonianze, oltre che da una nota scritta di suo pugno in cui si suggeriva di adottare misure estreme contro i leader delle proteste.

Come lui, l’allora capitano Mike Jackson, che già aveva preso parte al famoso massacro di Ballymurphy a Belfast l’anno precedente (undici civili uccisi dai paracadutisti britannici).

Non fu direttamente coinvolto nella tragedia di Derry, ma in seguito giocò un ruolo cruciale nella stesura della narrazione ufficiale. Nei suoi rapporti di fatto giustificava l’azione dei paracadutisti, utilizzando notizie che si rivelarono platealmente infondate e false. Malgrado ciò, scalò tutti i gradi dell’esercito britannico fino a divenire generale.

È morto l’ottobre scorso dopo aver ottenuto innumerevoli riconoscimenti per le sue gesta in battaglia, come in Iraq durante la Seconda Guerra del Golfo.

Alla fine degli anni ’90, finalmente un’inchiesta giudiziaria condotta dal giudice Saville ha dimostrato che i soldati avevano agito seguendo ordini precisi e senza provocazioni. Il rapporto, pubblicato solo nel 2010, attribuì la responsabilità diretta ai militari, accusandoli di aver deliberatamente sparato a civili inermi. Nonostante ciò, non furono mai individuate responsabilità dirette nelle alte sfere militari o politiche.

Ma perché la Bloody Sunday fu un punto di non ritorno? Innanzi tutto perché dimostrò la brutalità dell’impero in tutta la sua ferocia. E poi perché rese evidente che il potere britannico era pronto a tutto, anche alla menzogna di Stato, pur di mantenere in vita una situazione di discriminazione che coinvolgeva centinaia di migliaia di suoi cittadini.

Molti giovani si allontanarono dal movimento per i diritti civili e non credettero più alla possibilità di una soluzione pacifica. Gli arruolamenti nelle file dell’IRA e poi delle altre organizzazioni paramilitari repubblicane crebbero esponenzialmente, col risultato di alimentare una inesorabile spirale di violenza che portò a migliaia di morti da entrambe le parti.

Da un lato la Bloody Sunday rimane un capitolo nefasto nella storia dell’Irlanda del Nord e un simbolo della frattura tra la comunità nazionalista e il governo britannico. Dall’altro, tuttavia, l’evento fu uno spartiacque in grado di divenire, anche grazie a canzoni e film, un simbolo internazionale di resistenza, di giustizia, e soprattutto della ricerca di una memoria che ancora fatica a divenire condivisa.

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