Brutti, sporchi e cattivi



L’era dei Bad Boys di Detroit e quelle regole speciali per fermare Michael Jordan

Rivista Contrasti - 5 Novembre 2018

E’ la notte del 28 maggio 1989. Mentre in Italia si è appena consumata la drammatica finale-scudetto tra la Enichem Livorno e la Philips Milano, dall’altra parte dell’Atlantico migliaia di pensieri albergano nella mente di Isiah Thomas, uno dei "Bad Boys" dei Detroit Pistons, la franchigia brutta, sporca e cattiva che da qualche stagione si sta imponendo ai vertici della NBA. A togliere il sonno di Thomas è un pensiero costante, una maledetta ossessione che ha il numero 23 cucito sulla canotta. Un nome e un cognome inconfondibili: Michael Jordan.

Playoff 1989. Nella finale di Eastern Conference i Chicago Bulls di “His Airness” sfidano i Detroit Pistons di Thomas, Joe Dumars e coach Chuck Daly. I Pistons viaggiano come un rullo compressore dopo il record di franchigia di 63 vittorie e 19 sconfitte nella Regular Season e un percorso netto che li ha visti demolire Boston Celtics al primo turno e Milwaukee Bucks nelle semifinali. MJ e compagni vantano un bilancio di 47-35 e i successi contro Cleveland Cavaliers e New York Knicks a spianare la strada per il grande epilogo di Conference. La finale si apre col successo dei Bulls (94-88) a cui fa seguito la rivincita dei Pistons per 100-91. In Gara 3 i padroni di casa di Chicago si impongono allo scadere grazie alla tripla vincente di Jordan che porta la serie sul 2-1 per i Bulls. Dal lampo letale di Micheal ha inizio la rivalsa dei Bad Boys. 

La franchigia dei Pistons viene fondata nel 1941 da Fred Zollner, titolare di un’azienda produttrice di pistoni per la General Motors. Inizialmente la sede scelta è quella di Fort Wayne, Indiana, sostituita nel 1957 da Detroit nell’epoca in cui le franchigie iniziano a trasferire le proprie sedi nelle grandi città, in modo da poter vantare un bacino d’utenza più ampio. Più persone, maggiore interesse e quindi maggior denaro. I nuovi Detroit Pistons faticano a centrare risultati positivi, complice un discusso e discutibile gioco di squadra a fronte di individualità dallo spiccato talento.

Nel 1974 si chiude l’èra-Zollner che vende la franchigia a Bill Davidson, storico patron dei Pistons fino alla sua morte avvenuta nel marzo 2009. La prima mossa di Davidson è quella di spostare la franchigia dal centro di Detroit al sobborgo di Pontiac, in cui il team avrebbe potuto giocare nel maestoso Silverdome, di gran lunga più caldo e capiente delle vecchie Cobo Arena e Olympia Stadium.

Il 1981 è l’anno che segna l’inizio della svolta. 

Dopo qualche stagione segnate da più ombre che luci, i Pistons ingaggiano le guardie Isiah Thomas e Vinnie Johnson oltre al roccioso pivot Bill Laimbeer. Le attese sono tante ma i successi stentano ad arrivare. 

Nel 1984 la squadra viene affidata ad un 53enne reduce da una fallimentare parte di annata con i Cleveland Cavaliers, chiusa col suo esonero e l'amaro bilancio di 9-32. 

Chuck Daly, nativo della Pennsylvania, ha già in mente la squadra dei suoi sogni. Al primo anno a Detroit il coach porta i suoi al record in regular season di 49-33. 

Nella stagione seguente i Pistons vengono sconfitti in semifinale di Conference dai futuri e acerrimi rivali Boston Celtics, mentre nel 1986 la beffa arriva al primo turno dei Playoff contro gli Atlanta Hawks. 

Coach Daly ha dato quantomeno continuità e una certa mentalità nell'affrontare partite che contano. La crescita dei Pistons passa anche dalle scelte nei Draft: nell’85 è la volta della guardia Joe Dumars, l’anno seguente delle ali grandi John Salley e Dennis Rodman.

Nel 1987 è l’ora della prima finale di Eastern Conference. Dopo il nuovo record di franchigia di 52-30 in regular, i Pistons abbattono ai playoff Washington e Atlanta per contendersi il titolo con i fortissimi Celtics di Larry Bird e Dennis Johnson. 

La sfida si decide soltanto in gara 7, in cui Boston porta la serie sul 4-3 qualificandosi per la finale contro i L.A. Lakers. Nonostante la bruciante sconfitta, i Pistons hanno sfoderato un modo di giocare efficace e controverso. 

Il gioco di coach Daly verte esclusivamente sull’aggressività e sulla intensità difensiva. I Bad Boys, forti, cattivi e affamati, giocano un basket fisico e tatticamente intelligente con interventi duri al limite del regolamento. I Pistons si rendono ambasciatori NBA dello spirito tipicamente operaio che aleggia nei sobborghi di Detroit, la capitale statunitense dell’automobile. 

All’ombra di Pontiac riecheggia il suono caotico del lavoro in fabbrica, dei turni massacranti, della catena di montaggio. I ragazzi terribili di coach Daly rielaborano la teoria del fordismo proiettandola nel maestoso show del basket NBA, la “rivoluzione” dei Pistons è tutta lì.

Il basket sporco, duro e letale porta i Pistons a contendersi nel 1988 il titolo NBA. Dopo la rivincita contro i Boston Celtics in finale di Eastern Conference, i Bad Boys sfidano i campioni Western dei L.A. Lakers del trio stellare Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy. 

Dopo gara 5 i Pistons conducono 3-2 e si preparano ad affrontare il doppio confronto al Silverdorme che si risolverà, tuttavia, in favore di Magic Johnson e compagni. L’anello non ne vuole proprio sapere di sbarcare a Detroit.

Arriviamo dunque ad un anno dopo, a quel canestro allo scadere di Michael Jordan che porta i Bulls sul 2-1 in finale di Eastern Conference. Isiah Thomas, la mente che si cela dietro l‘impeto brutale dei Bad Boys, fatica a prendere sonno. Thomas ripercorre quella gara maledetta appena conclusasi. MJ sembra una montagna troppo ardua da scalare, i Bulls un ostacolo insormontabile lungo la via per il loro primo titolo NBA. Ad un tratto arriva l’illuminazione. Thomas alza la cornetta del telefono e digita il numero di Joe Dumars, l’altro cervello del quintetto. “Rimanemmo al telefono per molto tempo – affermerà Dumars – parlammo solo di una cosa: del 23 in canotta rossa e di come fermarlo”. Thomas e Dumars iniziano a porre le basi delle “Jordan Rules”, le regole per fermare MJ e il suo tiro micidiale. Le consultazioni proseguono fino a notte fonda. Ad un tratto squilla il telefono del viceallenatore Brendan Suhr: “Io e Joe sappiamo come fermare Jordan”. 

La palla passa a Chuck Daly che mette a punto la strategia “anti-Jordan”. Sarà lo stesso coach a spiegare anni avanti le peculiarità delle “Jordan Rules”. 

“Se Michael era in isolamento su un lato lo spingevamo verso il centro del campo, se aveva la palla in punta lo costringevamo a spostarsi sul lato sinistro dove veniva immediatamente raddoppiato. Se riceveva in post basso, il raddoppio lo facevamo con un lungo”. 

Ma la caratteristica principale della gabbia difensiva era l’aggressività: “Dovevamo inchiodarlo, aggredirlo fisicamente ogni volta che aveva palla”.

Il piano per arginare MJ rappresenta la massima espressione del gioco dei Bad Boys. Il 23 dei Bulls sente la pressione dei Pistons, che si impongono a Chicago col punteggio di 86-80, impattando la serie sul 2-2. 

In gara 5 i Pistons ritrovano l’appoggio del pubblico amico nel nuovo Palace of Auburn Hills, arena da 22mila posti a sedere diventata la nuova casa dei Bad Boys dal 1988. 

La finale di Conference viene capovolta dai Pistons che si aggiudicano sia gara 5 che gara 6 chiudendo sul 4-2 e qualificandosi per la seconda finale NBA consecutiva.

La strada per l’anello trova come ostacolo ancora Magic Johnson e i L.A. Lakers. Ed è proprio contro i californiani che i ragazzi terribili diventano grandi: 109-87 e 108-105 a Detroit, 114-108 e 105-97 a Los Angeles. I Detroit Pistons si aggiudicano il titolo NBA per la prima volta nella storia e Joe Dumars viene nominato MVP delle finali.

L’anno successivo arriverà la conferma. I Pistons trionferanno contro i Portland Trail Blazers dopo aver sconfitto in finale di Conference i Chicago Bulls di Michael Jordan. No, MJ non digerirà mai i Bad Boys: “Nessuno apprezza il loro stile, le giocate sporche, i continui falli intenzionali, la condotta antisportiva. È un male per il basket”.

Brutti, sporchi, cattivi e vincenti. Dopo le dinasties negli anni '80 di Boston Celtics e L.A. Lakers è la volta di quella dei Detroit Pistons, la macchina perfetta che ha segnato la storia della NBA. “Not bad, boys!”.

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