L’Italia sul podio alla maratona di New York
L’azzurro emigrato dall’Eritrea sul podio 24 anni dopo Baldini: «Un sogno»
8 Nov 2021 - Corriere della Sera
di Marco Bonarrigo
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Eyob Faniel, l’azzurro di origini eritree, arriva terzo alla maratona di New York dopo una fuga di oltre un’ora. C’è un punto preciso lungo il percorso della maratona di New York (è la discesa dal Queensboro Bridge sulla 1st Avenue, subito dopo metà gara) in cui si passa dal silenzio assoluto del ponte chiuso al traffico al boato della folla che attende i primi e che ieri aspettava il dio etiope del fondo Kenenisa Bekele, l’argento olimpico della specialità Abdi Nageeye e il recordman del mondo della mezza, Kibiwott Kandie. E invece, assieme al marocchino El Aaraby, ecco la figurina filiforme dell’azzurro Eyob Faniel, figlio di due partigiani che si sono conosciuti combattendo fianco a fianco nella guerra per l’indipendenza dell’Eritrea, arrivato in Italia da bambino per ricongiungersi col padre emigrato in Veneto per cercare pace e fortuna.
Dopo una decina di chilometri dalla partenza, Eyob ha deciso di fare una di quelle azioni folli che in maratona si pagano caro: stanco di ciondolare dietro ai super big, ha alzato di colpo il ritmo da 5’ a 4’45” al miglio, mettendo progressivamente fuori fuoco gli avversari lanciati al suo inseguimento. La mattata di Eyob ha logorato Bekele e Nageeye ma non Korir e Kandie, che hanno agganciato la coppia di testa al 30° chilometro. A quel punto il copione sembrava scritto: Faniel, di certo sfinito, cede di botto e si ritira o arriva al traguardo poco prima del tramonto. E invece no, il poliziotto che vive a Bassano del Grappa ha tirato fuori tutto quello che aveva, rimontato Kandie e chiuso al terzo posto l’edizione numero 50 della leggendaria Nycm, in 2.09’56”: erano 24 anni (Baldini, 1997) che un italiano non saliva sul podio della più celebre maratona del pianeta, erano 10 che un europeo non entrava nei primi tre. Per questo talento che ha cambiato da poco allenatore, passando da Ruggero Pertile a Claudio Berardelli, è un gran salto di qualità. «È un sogno che si realizza — ha spiegato Faniel, emozionato — ed è il riscatto per la delusione delle Olimpiadi, dove ero ben preparato ma non ho potuto dare il 100%. Una sconfitta difficile da accettare, soprattutto perché non dipendeva dai miei errori. Allora ho deciso di mettermi a lavorare per prendermi quello che mi spettava. Riparto da qui per dimostrare ciò che valgo».
Primatista italiano di maratona e mezza maratona (record ottenuti in pieno lockdown), prima di entrare nelle Fiamme Oro (nel 2018) Faniel era atleta part-time e lavorava come pulitore di piscine per sbarcare il lunario assieme ai fratelli. Il suo faro, la sua forza è la madre che l’ha protetto durante un’infanzia difficile e pericolosa ad Asmara: «Ha sempre superato tutti gli ostacoli da sola, ha sacrificato la sua vita prima per l’indipendenza dell’Eritrea e poi per i suoi tre figli. È la mia eroina e solo grazie ai suoi sacrifici e insegnamenti sono potuto andare alle Olimpiadi».
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Faniel riporta l’Italia sul podio di New York
Il figlio di partigiani eritrei in una nuova dimensione: «Ora so che è solo l’inizio»
8 Nov 2021 - Corriere dello Sport
di Massimo Basile
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NEW YORK - «Ora posso ritenermi consapevole che è solo l’inizio», dice Eyob Faniel, 28 anni, il figlio della Resistenza eritrea, l’ex ragazzino che puliva piscine a Bassano per vivere, mentre se ne sta seduto in tuta e sneaker, su un panchetto, all’interno del Media Center. L’inizio è un terzo posto alla 50ª Maratona di New York, ventiquattro anni dopo l’ultima volta di un italiano sul podio, Stefano Baldini, la prima di un europeo negli ultimi dieci anni, nel giorno in cui vincono ancora una volta atleti keniani, Albert Korir (2h08’22”) tra gli uomini e Peres Jepchirchir (2h22’44”) tra le donne, primo oro olimpico a conquistare anche New York.
UNICORNI
L’inizio è qui, in mezzo a questa vallata circondata da montagne di cemento che è Central Park, mentre l’americano Shadrack Biwott va incontro alla famiglia camminando a fatica, le gambe rigide, e Makenna Myler viene portata via adagiata su una sedia a rotelle. Tutto è metafora a New York. La maratona è boxe applicata all’atletica: sai di andare incontro al dolore, ma è ciò che ti definisce. La differenza è che attorno al ring non trovi gente vestita da unicorno rosa o la band che intona “Ring of Fire”. «Atmosfera unica - racconta Faniel - qui la gente ti urla per tutto il percorso. Ti sorprendi quando non la senti, quando passi lungo un ponte e c’è solo silenzio. Nelle altre maratone ti sorprendi quanto trovi qualcuno».
Faniel ha condotto una gara coraggiosa. Nono al 5° chilometro, ottavo al 10°, secondo al 15° e al 20°, in testa a metà gara, fino al 25°, per poi scendere al terzo, al quarto e chiudere sul podio, dietro Korir e il marocchino Mohamed El Aaraby, con un distacco
di 1’30’’60. «Avevo buon sensazioni - racconta - Con il mio allenatore, Claudio Berardelli, ci eravamo detti di aspettare, vedere e interpretare. Quando Korir ha attaccato, gli sono rimasto incollato. Poi con il marocchino abbiamo preso un vantaggio sul gruppo. Ci stavano lasciando andare. Ho detto, bòn, sarà la volta buona». Da quel momento è cominciata una strategia di coppia. «Con El Aaraby - racconta ci siamo parlati e capiti subito, abbiamo deciso di attaccare un chilometro a testa e alla fine ha pagato alla grande».
Il momento di difficoltà al 35° km. «Ho avuto un fastidio alla pianta del piede - racconta - ma alla fine è andata bene. Ho dimostrato tutto il mio coraggio. In futuro ce la metterò tutta anche, perché no, per vincere». La naturale pronazione dei piedi ha reso più dolorosa la sua corsa, ma Faniel non si è scomposto. «Sono convinto - dice il suo manager, Marcello Magnani - che Eyob possa conquistare una presenza costante, in futuro, tra i migliori al mondo».
CAVIGLIE
Benedette le caviglia slogate quando Faniel era ragazzino. «Giocava a calcio - racconta - come “terzino centrale”, anche se non si direbbe, in una squadra di Bassano, il San Vito. Ogni volta, un infortunio. Un amico mi disse: perché non provi a correre? Lì è nato tutto». Ma anche molto prima. I genitori erano partigiani in Eritrea. «Hanno combattuto per l’indipendenza - racconta - Mio padre aveva 16 anni, mia madre 14». Il papà raggiunse l’Italia per cure: la guerra gli aveva lasciato schegge nella spalla. «Venne operato due-tre volte, poi trovò lavoro come operaio in una fabbrica. A quel punto decise di far venire mia madre, me e i miei due fratelli. Sono molto orgoglioso della loro storia».
A Bassano lo aspettano. Tornerà in Italia stasera ma intanto, stamani, per smaltire l’acido lattico, farà una sgambatura di venti minuti proprio qui, a Central Park, il luogo dove per i newyorkesi hanno inizio i sogni e dove lui, in attesa del pulmino che lo riporti in albergo, controlla il cellulare in attesa di nuovi messaggi dall’Italia.
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