Enrico Paolini, tre volte tricolore di serietà e simpatia


di Gino Sala

Come passano gli anni, mi dico sovente. Chi ha la fortuna di guardarsi alle spalle, s'accorge che il tempo vola, che i fatti si accumulano con una velocità supersonica. Diventiamo vecchi rapidamente, siamo travolti dagli avvenimenti belli e brutti in un modo che non concede spazio alle riflessioni. Credo proprio che bisognerebbe rimanere bambini per vivere pienamente le ore di una giornata e i mesi della primavera, dell'estate e dell'inverno. Sto divagando? Mica tanto, visto che volendo illustrare il periodo agonistico di Enrico Paolini mi sembrano cose di ieri quelle vissute dal ciclista nato a Pesaro il 26 marzo del 1945 e professionista dal '69 al '79. È trascorso un quarto di secolo, Enrico è quasi sessantenne, ma poco o niente è cambiato nel suo aspetto di personaggio solare, dotato di modi e di un sorriso che inducono all'ottimismo, qualità che accompagnano la sua opera di direttore sportivo nelle file della Domina Vacanze, la squadra di Mario Cipollini.

Paolini è stato un valoroso passista dotato di uno spunto che lo portava ad emergere negli arrivi con molti corridori ingobbiti sul manubrio. Ragazzo educato che al mattino ti dava il buongiorno, atleta che nel '73, nel '74 e nel '77 ha conquistato il titolo di campione d'Italia. Sono 37 le sue vittorie alle quali bisogna aggiungere un'infinità di piazzamenti. Venti volte al secondo posto, altrettante volte al terzo, una carriera, a ben vedere, di tutto rispetto e un solo rimpianto, quello di non aver vinto il Giro di Lombardia del '75.
«Ero in ottime condizioni. Pensavo di conquistare un successo importante. Sette ore sotto la pioggia e un finale a tre in cui mi sentivo forte e galvanizzato dalla precedente affermazione ottenuta nel Giro dell'Emilia e invece sono stato battuto da Francesco Moser. Quel risultato mi è rimasto sullo stomaco», ricorda Enrico con un tono che sembra un rimprovero verso se stesso.

Undici anni di bella presenza trascorsi interamente con la maglia della Scic, due rovinose cadute nei Tour de France del '70 e del '71, un Paolini che non si arrende e che via via entra con frequenza nell'elenco dei vincitori. Il primo dei tre titoli nazionali è riportato nella Tre Valli Varesine dove anticipa Marcello Bergamo, Italo Zilioli e Franco Bitossi. Fra gli staccati Motta e Gimondi.
Il secondo è frutto di una Milano-Vignola in cui Gimondi e Basso devono accontentarsi della seconda e terza moneta.
Il terzo in un Giro di Campania a spese di Bergamo e di Moser. Atleta di fondo il simpatico Paolini, capace di imporsi su distanze che andavano dai 250 ai 270 chilometri.

Ho detto simpatico e aggiungo modesto perché mai altezzoso, mai fuori dalle righe, valido esponente di un ciclismo che ha cambiato pelle, per certi aspetti cambiato in peggio, ma lui, Enrico, si limita semplicemente a rimarcare quella mancanza di fraternità che regnava nel plotone della sua epoca di pedalatore.
E adesso? Adesso Paolini è un uomo che si diverte sull'ammiraglia con un occhio speciale per i giovani. Tanti gli devono gratitudine per gli insegnamenti ricevuti e altri sono tenuti ad ascoltarlo per diventare veri corridori e veri uomini.

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