LOST SOULS - Joe “the Destroyer” Hammond


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di Christian Giordano
LOST SOULS: Storie e miti del basket di strada

«In rapporto alla statura, il più grande giocatore prodotto da Harlem».
L’investitura è di Don Adams, coach della Taft High School per la quale Joe Hammond, nel 1963, giocava nella Public School Athletic League (PSAL). All’epoca per il ragazzo il basket e la vita di strada viaggiavano ancora su binari paralleli, prima che l’uno deragliasse nell’altra e lui nel nuovo Herman Knowings, nel nuovo Earl Manigault: più guardia che ala di 1.84 x 85 kg, meno esplosiva dei predecessori, ma di mano persino più morbida. Lo chiamavano The Destroyer, perché in attacco ti distruggeva, segnando da ovunque, contro chiunque. Fosse anche il Dottore.

«Finali della Rucker League del 1970» racconta Joe «Ero in ritardo per la partita. Si doveva giocare alle 14, invece cominciò un’ora prima, così giocai solo il secondo tempo. Ma questo conta poco. Quel che conta è che mi ero già misurato con Doctor J, il grande Julius Erving, e di punti gliene avevo rifilati 50 in un tempo. E lui, in tutta la partita, ne fece appena 39». Suona un po’ grossa, anche per il Distruttore.

Vai col confronto incrociato. Tutto vero per data e location, da una parte i Westsiders assemblati in panchina da Peter Vecsey, columnist al curaro del New York Post, e imbottiti di pro: oltre a Dr. J, Billy “The Whopper” Paultz, che in ABA già c’era, ai NY Nets, e Charlie Scott (primo nero reclutato a University of North Carolina, da coach Dean Smith), che stava per entrarci, nei Virginia Squires, e dulcis in fundo Mike Riordan, durissima guardia dei Knicks freschi campioni NBA. Dall’altra, quelli dell’est, la Milbank di Hammond, “Pee Wee” Kirkland, Eric Cobb, Joe Thomas e Jake Ford. Un po’ meno il resto. La partita arrivò al secondo supplementare e del presunto cinquantello va presa per buona la metà, che è già un signor bottino. Hammond fu MVP, ma il torneo andò ai Westsiders. Più documentabili, perché trasmessi da una Tv via-cavo, i 73 (record imbattuto) infilati al Rucker nel ’77, dopo quattro anni di assenza dal torneo. Il Distruttore era tornato, anche se per l’ultima volta.

«Una cosa che mi ha sempre dato fastidio è questa str.ata su Joe che ha segnato 50 punti a Julius in un tempo. Joe era un grande giocatore, troppo forte per vedersi etichettare la vita da cose mai successe. Joe segnava a ripetizione già da due passi oltre la metà campo. Faceva canestro prima ancora che su di lui cominciassero a difendere. Lo volevano i Lakers. Ma non è stata la mia o la sua grandezza a portarci via dai pro». Sono state la “testa” e le compagnie, perché di talento ne avevano in abbondanza «per aspirare legittimamente alla NBA», ha detto Vecsey, che ha avuto la fortuna di allenarli nello stesso backcourt. «Erano di una classe a parte».

E come tali fecero la stessa fine, inghiottiti dal business della droga fin dentro le galere cittadine. Hammond vi sconta due condanne. Dal 1985 al 1988, alla Camp Gabriels di Lake Placid e al Clinton Penitentiary di Dannemora. Nel 1990, sei mesi a Rikers Island. In prigione, la sua reputazione cestistica gli concede il lusso più ambito: un alto status nella feudalissima gerarchia carceraria. A Clinton, sfida i detenuti a gare di tiro libero: chi fa per primo 23 su 25 vince all’altro una scatoletta di tonno. Dopo pochi mesi, Hammond ne aveva un centinaio impilate nella sua cella. «Le davo a chi aveva fame. Ecco perché avevo tanti amici».

E non solo tra i detenuti. Venuto a conoscenza delle doti e della buona condotta di Hammond, a Clinton il “chief parole officer” fece in modo che quel recluso molto particolare insegnasse al figlio del dirigente carcerario alcuni movimenti cestistici. Alla sera. A celle chiuse. In prigione. «Gli piacevo» ricorda Joe «Piacevo a tutti. Dicevano che avevo trasformato un carcere di massima sicurezza in un centro ricreativo, pensa un po’».

Sempre a Clinton, le guardie si fidavano talmente di lui e della sua reputazione che gli chiesero di fare da paciere qualora fossero scoppiate delle risse. Un pomeriggio, durante una partitella, Hammond venne involontariamente sgambettato e nel cadere si ruppe un braccio. Il detenuto che lo aveva fatto inciampare era terrorizzato dalla ritorsione dei secondini e degli altri detenuti che si precipitò a prenderlo in braccio, facendosi largo tra due guardie, per portarlo in infermeria. Una volta steso Hammond sul letto, quattro agenti presero a manganellate l’altro detenuto fino a fargli quasi perdere i sensi: volente o no, aveva fatto male a Hammond.

Nato a East Harlem nel 1951, Joe era un ragazzo-prodigio che ha sempre fatto di testa sua. A 12 anni, alcuni ragazzi più grandi, tra cui il 20enne Manigault, si accorsero che aveva abbastanza talento per poter andarsene dal ghetto. Quando Hammond non era ancora adolescente, the Goat, in uno dei suoi rari momenti di sobrietà, al playground del Morris Park di East Harlem lo prese in un angolo e gli disse che restando pulito, concentrato sul basket, prima o poi avrebbe fatto la bella vita. Cinque anni dopo, su quello stesso campetto (dove per 5000 dollari sfidava gonzi dal portafoglio gonfio in uno contro uno ai 31) Joe avrebbe dominato, senza farsi riconoscere, Cazzie Russell, la stella di Michigan. Ma al college, tranne una effimera parentesi con i Cadets della minuscola Military Academy of Eroica, dove lui e Ralph “The Rocket” Walker erano Mr. Outside e Mr. Inside, Hammond non ci ha mai creduto seriamente.

Come alla NBA. Jack Kent Cook, proprietario dei Lakers, lo scelse 19enne col numero 5 all’hardship draft del 1971, ma gli offrì un annuale non garantito di 50 mila dollari, «quanti me ne aveva messi in banca mio padre. Non avevo problemi di soldi, allora. Guadagnavo migliaia di dollari l’anno, garantiti, piazzando marijuana e eroina. Solo nel mio appartamento ne tenevo nascosti 200 mila». E rifiutò.

Oggi fa volontariato in un’organizzazione nonprofit sulla 125ª, aiuta i ragazzi a non seguire il suo esempio: «mi dà uno scopo, e non ne avevo da un po’». E forse ripensa ai tempi in cui era «il più forte giocatore da playground di sempre», a giudizio di Bob McCollough, che al Rucker ha visto i più grandi. Come Knowings, il suo più feroce rivale, perlomeno in termini di reputazione, o “the Goat”, che quel giorno a Morris Park gli disse: «Non lasciare la scuola, Joe. Impara da me e dai miei errori». Una giocata troppo difficile. Anche per la magia nera di Harlem. «Se mi volto indietro, mi accordo di quanto sono stato stupido col mio talento». The Destroyer, al solito, ha fatto di testa sua. E ha distrutto se stesso.
Christian Giordano

BIO
Joe “the Destroyer” Hammond
Nato: East Harlem, NY (1952)
Ruolo: guardia
Statura e peso: 1,84 x 85 kg
High School: Taft HS
College: Military Academy of Eroica (Cadets)
Pro: -


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