Oh, Sugar, Sugar



"Il più grande giocatore non indotto nella Hall of Fame".

E se le parole del suo agente e amico John Zelbst saranno pure di parte, allora bastino quelle di illustri ex che da guardie dovevano marcarlo. Ed esserne marcati.

Per Isiah Thomas, è stato l'avversario che gli "ha creato più problemi. Era più alto, più veloce, segnava da tre e dalla media, e il suo gioco in post era da élite. Offensivamente, aveva tutto".

Metteteci anche che è stato pure tre volte primo in NBA per recuperi (più di Magic e Jordan) e capirete perché ai tempi, parola di Quinn Buckner, il top "nel ruolo erano Magic e, subito dopo, Sugar".

Ancora oggi, nella Bologna bianconera (come pure a Livorno - due volte - e a Forlì): basta la parola. Sugar.

In campo e fuori, una delle superstar più immarcabili - e spettacolari - avvistate in Europa.

Texano di Lubbock classe 1955, Michael Ray Richardson è cresciuto a Denver, Colorado, ed è diventato Sugar alla University of Montana, da cui - dopo 4 stagioni a 17 di media (24,2 da senior, record di ateneo) e quasi 2000 punti - nel 1978 è stato quarta scelta assoluta dei Knicks;

La tentacolare Grande Mela gli andrà poi di traverso, ma prima, ragazzi, che show: pointguard, realizzatore, difensore diventa l'idolo del Garden, smanioso di ritrovarsi The Next Walt Frazier.

Alla seconda stagione da pro' è già primo per assist della lega. Magic, poi 4 volte miglior passatore, lo fu dalla quarta.

Dove però Sugar scivolava era però la neve, e in tempi di reaganismo spinto anche la NBA si adeguò al "Just Say No" della First lady Nancy.

E nell'86, positivo per la terza volta al test antidroga, lo aveva bannato: poi non a caso il titolo della sua autobiografia.


Graziato dal commissioner David Stern, su insistenza di coach Bob Hill e le pressioni dell'avvocato Gianluigi Porelli sulla FIBA, Sugar aveva potuto dominare alla Virtus (due coppe Italia, tra cui il primo successo di coach Ettore Messina, e la Coppa delle Coppe, 29 punti in finale al Real Madrid a Firenze - dove oggi gioca in viola il figlio Amir - e primo trofeo europeo delle V Nere).

A 70 anni, per un cancro alla prostata veloce com'era lui in campo, se n'è andato nel suo buen retiro di Lawton in Oklahoma.

E per quel posticino nella Hall of Fame si fa ancora in tempo.

PER SKY SPORT 24 ©, CHRISTIAN GIORDANO ©
Martedì 11 novembre 2025

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