L’ATTRICE RENATE REINSVE: «UN FILM COME UNA CONVERSAZIONE SU COSA SIA L’APPARTENENZA»
Renate Reinsve in una scena di Sentimental Value con l’attore svedese Stellan Skarsgård, 74 anni, premiato per il film con il Golden Globe al miglior attore non protagonista. È il padre di Nora, il personaggio interpretato da Reinsve
Pronta a correre per gli Oscar, racconta l’esperienza collettiva di Sentimental Value: «Si è generato tra noi attori uno scambio continuo attorno al nostro stare in una famiglia». Il connubio col regista danese, Joachim Trier, al terzo lavoro con lei: «Agisce sempre su temi profondamente umani su cui va a fondo creando intimità»
«SUL SET EMERGEVANO LE EMOZIONI DI TUTTI,
ABBIAMO PIANTO DI CONTINUO.
IO SAREI LA ISABELLE HUPPERT NORVEGESE?
SE CI CREDO SONO NEI GUAI...»
23 Jan 2026 - Corriere della Sera - Sette
di CRISTIANA ALLIEVI
Ci sono imbarazzi difficili da sostenere. Per Renate Reinsve, 38 anni, attrice ed ex modella norvegese, uno di questi è sentirsi dire che in Francia parlano di lei come «nuova Isabelle Huppert scandinava». Da quando è stata premiata come migliore attrice a Cannes per La persona peggiore del mondo nel 2021 e fino all’ultima edizione del Festival, l’aggettivo «strepitosa» non ha mai smesso di accompagnarla ed è stato pronunciato anche per l’interpretazione in Sentimental Value.
Accolto da 19 minuti di standing ovation all’anteprima mondiale, il nuovo film ad alta tensione emotiva di Joachim Trier, in sala da ieri (con Lucky Red e Teodora), vede Reinsve nei panni di Nora, una figlia colma di risentimento verso il padre (Stellan Skarsgård), che a suo giudizio ha abbandonato lei e la sorella per affermarsi come regista. Tornato improvvisamente nelle loro vite in occasione del funerale della madre, l’uomo vorrebbe che Nora – attrice di grande talento – fosse la protagonista del film destinato a rilanciare la sua carriera. Ma lei rifiuta il ruolo, che finisce così a una giovane star hollywoodiana (Elle Fanning). La magnifica casa di famiglia, abitata da generazioni, diventa anche il set del film: uno spazio carico di memoria che riattiva dinamiche irrisolte e riporta in superficie vecchi traumi.
Dopo aver vinto il Gran Prix a Cannes e aver ottenuto otto candidature tra European Film Awards e Golden Globe (alla cerimonia dell’11 gennaio scorso Stellan Skarsgård ha conquistato il “globo” per il miglior attore non protagonista), Sentimental Value è ora nella shortlist ufficiale degli Oscar come miglior film internazionale. E Reinsve, mentre leggete questa intervista, potrebbe essere entrata anche nella cinquina delle candidate a miglior attrice. Nel frattempo ha appena concluso le riprese di Fjord, di Cristian Mungiu – «una famiglia di rumeni che vive in Norvegia e finisce sotto indagine, è stato fantastico girarlo» – e sta per iniziare quelle del nuovo, riservatissimo progetto di Alexander Payne, Somewhere Out There, ambientato in Danimarca: la prima produzione europea del regista americano. Lavorare con ferite familiari come quelle che vediamo in Sentimental Value, com’è stato?
«Mi piace molto una frase che ha detto Joachim Trier, “Tenderness is the new punk”. Il suo modo di lavorare non è affatto complicato: non direi che sia “facile”, ma che è semplice nel senso più profondo del termine. È estremamente intimo. Cerca sempre di andare molto a fondo in qualcosa che è già profondamente umano e credo appartenga a tutti noi».
Perché veniamo tutti da una famiglia?
«Tutti apparteniamo – o non apparteniamo – a una famiglia, siamo molto vicini o, al contrario, estranei a parti della stessa. Entrare in quel territorio con tanto amore e tanta cura, come fa Joachim, è spaventoso, fa emergere moltissime emozioni. Sul set abbiamo pianto tutti, continuamente».
E però ha detto che è stato bellissimo.
«Bellissimo. Ti ritrovi a guardare le tue relazioni, la tua famiglia, da una prospettiva diversa. Perché osservi il modo in cui gli altri pensano, parlano, agiscono nelle scene. È stata un’esperienza collettiva, una sorta di grande conversazione su cosa significhi appartenere a una famiglia».
Nora è un’attrice, come lei.
«Mi riconosco in lei per il modo in cui arriva a comprendere un personaggio, senza riuscire sempre ad articolarlo razionalmente attraverso la sceneggiatura. Quello che emerge viene dal mio subconscio, a volte affiora qualcosa che non mi piace affatto, altre volte il contrario. Cerco di accogliere entrambe le cose, anche se è molto imbarazzante: sono onesta. Quello che non ho, invece, è l’ansia di Nora».
Quindi niente attacchi di panico prima di entrare in scena.
«No, non mi succede. Posso diventare molto nervosa, molto spaventata, ma uso quella sensazione come un motore».
La chimica con Inga Ibsdotter Lilleaas, sua sorella nel film, è stata così forte da valere una possibile nomination all’Oscar anche per il miglior casting.
«Abbiamo un modo di lavorare molto simile. Entrambe ci connettiamo ai nostri personaggi a un livello molto profondo. Ciascuna ha costruito il ruolo partendo da una comprensione personale di quella donna».
Stellan Skarsgård è considerato una sorta di padre nobile della Scandinavia. Come avete costruito con lui questo triangolo di tensione e tenerezza?
«È stata una dinamica molto naturale. Quando ho letto per la prima volta il personaggio sulla pagina, non mi sembrava così tenero. È stato Stellan a renderlo tale, ha fatto qualcosa di straordinario con quel ruolo, si sente chiaramente che ci ha messo del suo. È una leggenda. Entra in una stanza e la domina subito, dice cose completamente fuori misura… e io cerco di essere divertente per farlo stare bene, cerco di stargli dietro. Succede anche fuori dello schermo».
Qualcosa, nella scrittura, rende questa storia profondamente interessante per chi la guarda. Secondo lei, che cos’è?
«Abbiamo passato ore a parlare delle sfumature nelle relazioni. Ci chiedevamo: “Perché il padre è così assente?” E che vuol dire “sono cresciute nella stessa casa ma hanno avuto due esperienze completamente diverse?” E perché una figlia si arrabbia molto e l’altra, invece, si ritira? C’è molta profondità in questo lavoro». Ha scoperto qualcosa di inaspettato anche sulla relazione con il suo di padre, grazie a queste 2 ore e 15 minuti millimetriche di film?
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CHI È
LA VITA
Nata il 24 novembre 1987 a Solbergelva, un paesino di 6.000 abitanti a sud-est della capitale Oslo, Renate Reinsve ha 38 anni. Molto gelosa della sua vita privata, si sa che ha tre sorelle e un compagno con il quale ha avuto un figlio, oggi di 5 anni. Si è diplomata all’accademia nazionale delle Belle Arti di Oslo.
LA CARRIERA
L’esordio nel mondo dello spettacolo è avvenuto nel 2010, in teatro quando recita nel Peer Gynt di Ibsen al Trøndelag Teater di Trondheim, Norvegia del Nord.
Un anno dopo debutta al cinema, con il regista danese Joachim Trier (52 anni il prossimo 1° marzo) che la chiama per darle una piccola parte nel suo secondo film, Oslo, 31. august.
Dieci anni dopo, nel 2021, si ritrovano per La persona peggiore del mondo, il film di cui è protagonista e che la lancerà definitivamente con il premio alla migliore attrice del Festival di Cannes.
Ed è ancora suo l’attuale Sentimental Value (2025), che dopo il premio ai Golden Globe ora spera di entrare in lizza per i prossimi Oscar.
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