ADDIO A JESSE JACKSON
Tutti i colori di un simbolo della possibile America
ALESSANDRO PORTELLI
Il Manifesto - Mercoledì 18 febbraio 2026
Pagina 9
Una sera, una casa isolata, in cima alle montagne degli Appalachi, famiglia di minatori bianchi in una zona quasi interamente bianca. Sarà stato il 1988, per la seconda vol ta Jesse Jackson era candidato nelle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti, primo afroamericano a provarci. Il padre, minatore: «Sta dalla parte giusta; ma non ce la faccio a votare un nero, purtroppo mi hanno educato così».
La figlia, militare: «Jesse Jackson non lo voto, mi vuole portare via le armi». E la madre: «Nero o non nero, armi o non armi, io lo voterei. Perché sta dalla nostra parte e ci dà speranza».
«Keep hope alive», tieni viva la speranza, è stata la sua frase guida. Il suo simbolo era la “coalizione arcobaleno”, tutti i colori di una possibile America molteplice dopo la tempesta, i colori che sarebbero stati poi quelli dei movimenti di liberazione LGBT e dei movimenti per la pace.
Ma, pensando a quella sera in quella casa in Kentucky, sono anche i molti colori di quell’intessitura di frammenti che creano una nuova bellezza che è il “quilt”, il simbolo della cultura delle donne del Sud, «la coat of many colors» di Dolly Parton.
Diceva Jesse Jackson: «L’America non è una coperta cucita con un solo filo, un solo colore, un solo tessuto. Quando ero in South Carolina e mia madre non si poteva permettere una coperta, invece di lamentarsi prese vecchi pezzi di stoffa - pezze di lana, seta, iuta da sacchi - giuste solo per pulirsi le scarpe, e con mani ferme e filo forte, le cucì insieme in un quilt, una cosa di potere, di bellezza, di cultura. Adesso dobbiamo costruire un quilt tutti insieme».
«La mia base», aveva detto in un memorabile intervento alla convenzione del Partito democratico del 1984, sono «i disperati, i dannati, i diseredati, i disillusi e i disprezzati». Collaboratore, allievo ed emulo di Martin Luther King («voleva essere Martin», ironizzava l’altro leader del Civil Rights Movement, Ralph Abernathy), Jesse Jackson aveva però una storia e una base diversa - non il Sud rurale e segregato ma quella Chicago urbana e teoricamente integrata, la Chicago dove King fu accolto inizialmente con difficoltà e ostilità, ma dove capì che il razzismo non era solo una questione giuridica del Sud ma una questione che in tutto il paese si intrecciava con i rapporti di classe.
Nel 1968, quando Martin Luther King organizza la ”marcia dei poveri” e va a occupare lo spazio davanti al Campidoglio di Washington, Jackson è designato come «sindaco» di questo accampamento di protesta. È tutto il contrario di quella «politica delle identità» che è stata il disastro del Partito democratico: gli afroamericani si battono per i loro diritti ponendosi come «classe generale», alla testa di tutti gli altri esclusi e sfruttati di un paese sempre più disuguale (ed è per questo che un afroamericano può ambire alla presidenza, cioè a rappresentare tutti).
Avverrà la stessa cosa con Black Lives Matter, quasi quarant’anni dopo; e ritroviamo Jesse Jackson a Minneapolis, alla testa delle manifestazioni che accompagnano il processo all’assassino di George Floyd. Troverà modo di farsi arrestare ancora una volta, nel 2021, per aver manifestato a Washington contro le crescenti manovre per azzerare i diritti di voto garantiti del Voting Rights Act per cui aveva manifestato nel 1965.
Il giorno in cui Martin Luther fu ucciso a Memphis in occasione di uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana (a seguito della morte di due di loro causata dall’insicurezza sul lavoro), Jesse Jackson gli è vicino (lo mostrano le foto, insieme agli altri su quel balcone). Il giorno dopo, apparve in televisione con un maglione macchiato di sangue, e in una commemorazione al consiglio comunale di Chicago disse: «Vengo qui con un peso sul cuore perché ho sul petto la macchia del sangue della testa di Martin Luther King».
Probabilmente esagerava: il New York Times dedica metà del suo necrologio a discutere di come andarono i fatti quella volta (l’aveva proprio abbracciato? Quanto era vicino? Aveva davvero toccato la testa o solo un braccio? ...
) come segno delle sue «imperfezioni umane» di narcisista ambizioso ed egocentrico.
Chissà, forse un poco anche di questo ci vuole per nascere figlio di un lustrascarpe nero in South Carolina e avere la sfrontatezza di pretendere la presidenza degli Stati Uniti, vent’anni prima di Obama.
Forse esagerava. Ma poi, quel giorno, aggiunse: «Martin Luther King ha subito, letteralmente, una crocifissione. Io ero lì. E sarò lì alla resurrezione». E questo, finché teniamo viva la speranza, è vero.
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DA JOE BIDEN A BERNICE A. KING. LE REAZIONI ALLA NOTIZIA DELLA SCOMPARSA
«Costruttore di ponti».
E Trump ne usurpa l’eredità
MARINA CATUCCI
Il Manifesto
Mercoledì 18 Febbraio 2026
Pagina 9
La morte del reverendo Jesse Jackson ha attraversato gli Stati uniti come una scossa, capace di far emergere memorie, conflitti e appropriazioni.
Leader religiosi, attivisti, esponenti politici e istituzioni hanno reagito alla scomparsa di una delle figure più influenti del movimento per i diritti civili del secondo Novecento.
L’EX PRESIDENTE Joe Biden lo ha ricordato come «un uomo di Dio e del popolo», sottolineandone la capacità del reverendo di coniugare fede, politica e mobilitazione sociale. Ma è soprattutto dal mondo dei diritti civili che sono arrivate le parole più significative. Il reverendo Al Sharpton, che di Jackson è stato allievo e compagno di battaglie, lo ha definito «un leader influente e rivoluzionario che ha cambiato questa nazione e il mondo», aggiungendo di aver pregato al telefono con la famiglia nelle ore immediatamente successive alla morte.
Un messaggio carico di memoria è arrivato anche da Bernice A. King, figlia minore di Martin Luther King Jr, che su X ha descritto Jackson come «un negoziatore di grande talento e un coraggioso costruttore di ponti». In un secondo post ha condiviso una fotografia che ritrae Jackson accanto a suo padre, accompagnata da una sola frase: «Entrambi ora antenati».
Jackson era sul balcone del Lorraine Motel di Memphis nel 1968, quando King venne assassinato, e ieri, al National Civil Rights Museum, sorto proprio in quel luogo, le bandiere sono state abbassate a mezz’asta. «Si è fatto avanti, ha alzato la voce e ha sollevato gli altri mentre saliva», ha scritto il museo in una dichiarazione ufficiale.
BANDIERE A MEZZ’ASTA anche in stati simbolo come la Carolina del Sud, dove Jackson era nato, e in Illinois, dove aveva costruito una parte decisiva della sua carriera politica.
Non sono mancati i tributi dal mondo religioso progressista: il gesuita James Martin ha ricordato su X come Jackson «abbia difeso e sostenuto la giustizia», mentre diversi esponenti democratici lo hanno indicato come una bussola morale contro il razzismo istituzionale. Il sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani, lo ha definito «un gigante del movimento per i diritti civili che non ha mai smesso di chiedere all’America di mantenere le sue promesse».
A rompere l’unanimità del cordoglio è stato Donald Trump, che ha usato la morte di Jackson per un attacco politico e un esercizio di autoassoluzione. In un lungo messaggio su Truth Social, Trump ha elogiato il carisma dell’attivista, rivendicando al tempo stesso di non essere razzista e accusando la «sinistra radicale», per poi colpire Barack Obama, descritto come beneficiario ingrato dell’azione politica di Jackson. «Nonostante io venga falsamente e costantemente definito razzista dai mascalzoni e dai pazzi della sinistra radicale - ha scritto il tycoon - TUTTI democratici, è sempre stato un piacere per me aiutare Jesse lungo il cammino. Jesse era una forza della natura come pochi altri prima di lui. Ha avuto molto a che fare con le elezioni, senza alcun riconoscimento o merito, di Barack Hussein Obama, un uomo che Jesse non sopportava».
IL RAPPORTO tra Jackson e Obama, in realtà, è stato complesso e talvolta anche aspro.
Jackson era stato tra i primi a sostenere Obama, ma lo aveva anche criticato duramente per quello che riteneva un allontanamento dalle questioni nere arrivando ad accusarlo, nel 2007, di «comportarsi come se fosse bianco» e a rimproverarlo brutalmente, l’anno successivo, per la sua svolta centrista. Nonostante tutto, quando Obama ha vinto le elezioni, è rimasta nell’immaginario collettivo l’immagine del volto rigato di lacrime di Jackson mentre stringeva la bandiera americana.


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