È morto Jesse Jackson, portò gli afroamericani sulla scena politica


Dagli esordi con Martin Luther King alle candidature alla presidenza creò la "Rainbow Coalition" che mobilitò minoranze sempre ignorate

ANNA LOMBARDI
La Repubblica - Mercoledì 18 Febbraio 2026
Pagina 15

Quando ovunque in America c'era una causa da sostenere, si poteva contare su una cosa: Jesse Jackson sarebbe andato là. Lo ha fatto fino alla fine, anche in sedia a rotelle». Donzaleigh Abernathy, figlia di quel reverendo Ralph che prese il posto di Martin Luther King dopo la sua morte, ce lo racconta al telefono da Los Angeles fra le lacrime: «Siamo cresciuti insieme, gli volevo bene», dice dell'attivista spentosi ieri, a 84 anni, a causa di una malattia neurodegenerativa: «Era un uomo di carisma. È stato la voce del popolo. Il popolo di ogni colore. Lo capì anche mio padre, con cui pure ebbe tanti scontri». E pensare che quando la mattina del 5 aprile 1968 Jesse Jackson si presentò in tv con la giacca sporca del sangue di Martin Luther King - ucciso il giorno prima mentre nella stanza 306 del Lorraine Motel parlava proprio con lui e col musicista Ben Branch - tutti lo accusarono di eccessivo protagonismo. Peggio: di voler speculare sulla figura del leader che solo tre anni prima lo aveva accolto, giovanissimo, nella cerchia dei suoi uomini più attivi e fedeli, affidandogli l'organizzazione delle attività di Chicago, dove Jackson studiava teologia. Quel giudizio non se lo scrollò più di dosso. E infatti nel corso della sua lunga carriera, non ottenne mai la benedizione, tanto cercata, di Coretta, vedova del reverendo King, che pur gli sarebbe stata utile nelle sue campagne presidenziali del 1984 e 1988. Né poté proseguirne il lavoro: cacciato dalla Southern Christian Leadership Conference, creata da MLK, proprio da Ralph Abernathy: «Mio padre, uomo di un'altra epoca, lo riteneva troppo giovane per le sue ambizioni. Anni dopo si parlarono. Cambiò idea», racconta Donzaleigh. Di sicuro, sul podio delle più influenti figure della storia dei neri d'America, il reverendo Jackson – era un pastore battista anche lui – segue il paladino dei diritti civili: Luther King, appunto. E il primo presidente afroamericano, Barack Obama. Grazie alle sue crociate e a iniziative politiche che aprirono la strada a tanti. Sempre animate da un'incredibile capacità retorica: colorita, forbita, mistica, degna del predicatore che era. Proprio quei modi esuberanti ne fecero il leader che avrebbe lasciato il segno fin da quando, a 19 anni, sfidò la segregazione razziale entrando, insieme con altri sette studenti neri, in una biblioteca per soli bianchi di Greenville, nella Carolina del Sud dov'era nato. Per oltre 60 anni è stato onnipresente nei programmi tv: e al contempo sempre in strada, ovunque ci fosse una marcia, una manifestazione, una causa sociale da difendere. Il convinto sostenitore della non violenza che esortò sempre alla moderazione sia all'indomani dell'assassinio di MLK che dopo l'uccisione da parte della polizia del 18enne Michael Brown a Ferguson nel 2014: quella che segnò la nascita del movimento Black Lives Matter. Nel tempo è stato pure un appassionato negoziatore internazionale: capace di ottenere la liberazione del pilota (nero, ndr) Robert Goodman, ostaggio in Siria quando alla Casa Bianca c'era ancora Ronald Reagan. E, l'anno dopo di convincere Fidel Castro a rilasciare 48 prigionieri politici. «La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nazione è arcobaleno: rossa, gialla, marrone, nera e bianca. L'America non è una coperta a tinta unita: è come una trapunta fatta di tante toppe, tenuta insieme da un filo comune», affermò nel suo discorso più celebre. Quello alla Convention democratica di San Francisco nel 1984, lanciando la sua Push Rainbow Coalition: una nuova forza diversificata all'interno del partito, che coinvolgeva organizzazioni di base. Funzionò: portò gli afroamericani alle urne, raccogliendo 3,3 milioni di voti alle primarie dem del 1984 e 6,9 milioni a quelle del 1988. Molti più di qualsiasi altro candidato nero fino ad allora, una mobilitazione di cui poi si gioverà Bill Clinton. Merito di campagne dove si rivolgeva agli elettori delle minoranze, all'epoca ancora sottorappresentate se non ignorate. Un ruolo cruciale riconosciutogli ieri da Obama: «Ha creato opportunità per generazioni di afroamericani e ne ha ispirati molti altri, Michelle e me compresi». 

©RIPRODUZIONE RISERVATA 
Esuberante, spesso accusato di eccessivo protagonismo, era sempre presente ovunque ci fosse una causa da difendere Le lacrime di gioia di Jackson la sera della vittoria di Barack Obama, nel 2008. A sinistra, la sua campagna presidenziale del 1988 Il giovane Jesse Jackson mentre discute con Martin Luther King nel 1966.

***


l'intervista
Raphael Warnock

Warnock: «Ci ha ispirati, con lui abbiamo capito che nulla è impossibile»

Il senatore della Georgia, pastore della chiesa dove predicava Martin Luther King, rievoca l'impatto del reverendo su una generazione di neri

"Senza di lui Barack non sarebbe diventato presidente, 
e io il rappresentante di uno Stato del sud" 

"Oggi negli Stati Uniti il diritto di voto è di nuovo a rischio, 
sta a noi continuare il suo lavoro" 

"L'insegnamento più grande è che il cambiamento non è inevitabile,
servono coraggio e perseveranza" 

   - Raphael Warnock.

PAOLO MASTROLILLI
La Repubblica - Mercoledì 18 febbraio 2026
Pagina 15

Richiama davvero i giorni più bui nella lotta per i diritti civili, quanto viviamo oggi negli Stati Uniti. Perciò dobbiamo raccogliere il testimone di Jesse Jackson e continuare la sua lotta». Fa impressione sentirlo dire da Raphael Warnock, durante una conference call con i giornalisti, perché oltre a essere il senatore nero della Georgia, lui è anche il pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa dove predicava Martin Luther King.

- Senatore Warnock, Jackson quale eredità lascia?

«Ricordo il reverendo come un'ispirazione fin dai tempi della mia infanzia. Ero un ragazzo che cresceva nelle case popolari, e ho potuto assistere a questo uomo nero candidarsi alla presidenza.
Mi ha dato un assaggio di ciò che è possibile fare. E mi ha insegnato come si fa a dire: sono qualcuno.
Ha sempre messo al centro la dignità umana e ci ha ricordato che il cambiamento non è inevitabile, richiede perseveranza. Bisogna essere coraggiosi, implacabili, e costruire il tipo di coalizione necessaria per far avanzare tutti noi. Oggi ne piangiamo la perdita, ma c'è un modo per garantire che la sua voce non sia mai messa a tacere: oggi più che mai è necessario come punto di riferimento per il lavoro che dobbiamo fare ora, mentre assistiamo al regime di Trump-Vance che sequestra le schede elettorali nella contea di Fulton, in Georgia, e mentre vediamo paramilitari non addestrati sorvegliare le nostre strade, creando terrore per intere comunità. Abbiamo bisogno dell'esempio morale di Jesse Jackson, che ci ha insegnato che siamo migliori quando ogni bambino ha una possibilità.
Quindi la sua voce ora tace, ma il suo esempio è eterno e quel lavoro adesso tocca a noi».

- Ricorda il suo discorso per la candidatura presidenziale alla Convention democratica del 1988?

«Ero uno studente universitario all'epoca. La sua corsa nel 1984 e nel 1988 cambiò per sempre la politica americana, perché non solo si opponeva ai segregazionisti tradizionali, ma doveva affrontare anche gli alleati del Partito Dmocratico e aiutarli a vedere come il loro sistema discriminava elettori e candidati neri. Mentre ampliava il terreno politico, elevava i nostri occhi e la nostra immaginazione affinché potessimo vedere i risultati che si possono attenere. Per me quel discorso è lo standard di ciò che bisogna fare. In quel momento ha canalizzato la sensibilità morale, il vocabolario e il potere spirituale della Chiesa nera sulla scena nazionale, e ha creato il tipo di coalizione multirazziale che lo ha spinto avanti e ha reso possibile l'esistenza di Barack Obama e di me stesso».

- Gli elettori neri non hanno mai avuto così tanta influenza nelle primarie presidenziali del Partito Democratico, e oggi ci sono più senatori neri che mai. Eppure il "Voting Rights Act" è in pericolo per via della Corte Suprema che potrebbe abolirlo. Come valuta, oggi, il potere politico degli afroamericani?

«Jackson ci ha aiutati a vedere il nostro potere, e ha dovuto affrontare anche molti amici per mostrare che nel Partito Democratico alcuni leader neri, abituati a negoziare il potere in un certo modo, sbagliavano. Ha ampliato la gamma di ciò che è possibile ed è questo il lavoro che dobbiamo fare. Perché mentre lui vedeva il nostro potere, anche gli avversari del progresso e della giustizia razziale lo vedevano. Ora stiamo assistendo a un attacco ai diritti di voto che richiama davvero i giorni più bui nella lotta per i diritti civili. Io sono arrivato al Senato lottando per i diritti di voto, cercando di far approvare il John Lewis Voting Rights Advancement Act. Siamo stati bloccati in quell'iniziativa, ma devo al reverendo Jackson, e lo dobbiamo alla prossima generazione, far approvare quel genere di legge e garantire che il campo di gioco sia livellato, affinché nella nostra democrazia ogni voce sia ascoltata».

- Che ricordi personali ha di Jesse Jackson?

«Ho avuto molte interazioni con lui, dal condividere il pranzo di Pasqua all'invito a predicare dal pulpito della Ebenezer, ad Atlanta. Lo invitai nel mio primo anno come pastore della chiesa, e fu durante quella visita che iniziò a parlarmi della situazione a New Orleans, dove c'erano persone che a causa dell'uragano Katrina erano state evacuate proprio ad Atlanta. Poiché lo Stato della Louisiana richiedeva agli elettori di votare di persona, la preoccupazione era che molti di quei cittadini sarebbero stati privati dei loro diritti. Così all'inizio del mio ministero a Ebenezer ho creato la "Freedom Caravan". La nostra chiesa ha portato autobus pieni di evacuati di Katrina a New Orleans, affinché non venissero privati del diritto di voto nella loro stessa città. È stato Jesse Jackson a suscitare in me quella preoccupazione. Me lo ha fatto notare e mi ha messo sulla strada di quel lavoro che ancora oggi continuo a fare per proteggere il diritto al voto».

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