Josephine, paura e perdita dell’innocenza
SUNDANCE
La regista lavora in un equilibrismo originale e difficile sullo sguardo e le emozioni della bambina
GIULIA D’AGNOLO VALLAN
Il Manifesto - Martedì 3 febbraio 2026
Pagina 14
In un’atmosfera di quasi-elegia, chiude Sundance 2026, e con esso il capitolo Park City. Un taglio così netto che uno dei cinema storici del festival, il multiplex Holiday, dove negli ultimi anni si sono tenute le proiezioni press e industry, sarà demolito nel giro di qualche settimana, in virtù di una completa riconfigurazione del piccolo mall che lo ospita, che non prevederà sale cinematografiche. Mentre, già a partire dall’inizio della settimana scorsa le sale e le strade si svuotavano, emerge il bilancio di un’edizione che, in un certo senso, doveva soddisfare sia l’eredità del passato che l’aspettativa per il futuro della manifestazione genialmente inventata da Robert Redford, il cui fantasma, però, difficilmente lascerà le valli dello Utah - pur se imbarbarite dalla calata di una gentrificazione aggressiva e miliardaria; come il Festival stesso è stato imbarbarito dalla calata degli sponsor corporate, che lui pativa molto, e che quest’anno avevano accesso privilegiato alle proiezione dell’Eccles (la sala principale) entrando prima di tutti.
Quello di tenere insieme quest’edizione ponte non era un compito facile. In gran parte, Eugene Hernandez e Kim Yutani rispettivamente direttore del festival e della programmazione in gran parte ci sono riusciti.
Il bisogno di nuove idee e nuova energia (una visione del cinema indipendente più curiosa?) si sentiva però anche nelle maglie della selezione, animata da alcuni film notevoli ma nel complesso non memorabile, specialmente per quanto riguarda i concorsi. Svettava, tra gli altri titoli, fin dai primi giorni, quello che venerdì è diventato il vincitore del concorso fiction USA, Josephine, di Beth de Arajo, il cui primo lungometraggio, Soft & Quiet (un piccolo horror girato in quattro sere, su un gruppo di donne suprematiste ariane, e costruito in tempo reale) aveva fatto sensazione nella scena indie del 2022.
Josephine, la bambina che da’ il titolo al nuovo lavoro della regista cino/americana/brasiliana, ha otto anni e un forte legame con il taciturno papà (Channing Tatum) con cui, all’alba, condivide ardue corse nel Golden Gate Park di San Francisco.
DURANTE una di queste sessioni di jogging e bonding, Josephine (Mason Reeves, bravissima, il cuore imperscrutabile della storia), seminato il genitore, imbocca da sola un sentiero che si affaccia su una radura in cui sta un basso fabbricato. È lì, in quel silenzio verde, che la bimba, il respiro e le guance un po’ affannate dall’esercizio, facendo capolino da dietro un albero, si trova ad assistere a una scena di stupro. Da quell’inizio folgorante, il film si allarga su ciò che succede a, e in, Josephine a seguire quell’istante. De Arajo, lavora in un equilibrismo originale e difficile sullo sguardo e le emozioni della bambina senza mai abbracciare completamente la soluzione di una vera soggettiva, che potrebbe risultare falsa, accondiscendente e/o manipolatoria. Il suo è invece un film di osservazione «all’altezza», di Josephine - che vive, come da dentro a una bolla, il rapporto con i genitori (il papà che si esprime allenandola e a cui bastano le endorfine, mentre la mamma, Gemma Chan, è più comunicativa e vorrebbe mandarla dallo psicologo), la nuova realtà con i compagni di scuola, il caso giudiziario di cui diventa parte, e la presenza dello stupratore stesso. Il film non ha ancora un distributore, anche se è difficile pensare che non lo trovi presto.
A CACCIA di distribuzione, ma presentato fuori concorso, nella sezione Premieres, è da segnalare anche Chasing Summer, della regista Josephine Drecker (Madeleine Madeleine, e Shirley, sulla scrittrice Shirley Jackson), scritto e coprodotto dalla comica standup Iliza Shlesinger, che è anche la protagonista, una sorta di missionaria della devastazione meteorologica che, tra una spedizione di soccorso e l’altra, torna nella cittadina texana dove è cresciuta e che ha abbandonato senza mai guardarsi indietro. Quella del ritorno in provincia (e alle radici con cui si devono prima o poi fare i conti) non è una premessa originale. Ma il contrasto tra la scrittura, e il personaggio di Shlesinger, e lo stile libero, arioso, immaginifico, di Drecker è insolito e interessante.
IL DOCUMENTARIO ha storicamente avuto un ruolo molto importante al Sundance, sia nei programmi del Festival, sia presso l’Istituto, che finanzia e segue nei suoi Lab parecchie produzioni di non-fiction. Il fatto che tutti i documentari nominati all’Oscar di quest’anno abbiano avuto la loro prima mondiale a Park City, nel 2025, la dice lunga sul peso che il Sundance - con il suo accento ipercontenutistico - ha sviluppato nei confronti di questa forma. Esce dai confini di quella gabbia purtroppo limitata - e lo fa con grande forza - Once Upon a Time in Harlem, presentato nella sezione Premieres, un film concepito e girato dal William Greaves (l’autore di Syombiopsychotaxiplasm: Take 1, pietra miliare, e anomalia, del cinema afroamericano degli anni Settanta) e finito da suo figlio David, dieci anni dopo la morte del padre.
L’anno è il 1972, il luogo la townhouse di Duke Ellington, dove Greaves Senior ha radunato tutti gli allora sopravvissuti della Harlem Reinassance per filmarli, in una sessione di quattro ore. Il risultato è una magica, sontuosa, danza di personaggi, storie, gesti, conversazioni, ricordi, dibattiti (tra i più accesi quello sul movimento panafricano di Marcus Garvey), performances, arte e battibecchi, coreografato in splendido 16mm dall’occhio elegante e colto di Greaves (anche David partecipò alle riprese). Tra i partecipanti, i pittori Aaron Douglas, Romare Bearden e Ernest Crichlow; l’attore Leigh Whipper; il fotografo James Van Der Zee e la scrittrice Anna Bontemps. Un film magnifico che è molto più che una capsula del tempo, un’ispirazione per il presente.

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