La strage del pop, ferita della memoria irlandese
Riccardo Michelucci, «Il giorno in cui morì la musica»
ENRICO TERRINONI
Il Manifesto - Venerdì 19 settembre 2025
Pagina 13
«Nel buio non riusciva a vedere niente, così fece un paio di passi verso il furgone allontanandosi dai suoi compagni. Ma prima che potesse raggiungerlo sentì una canna di fucile puntata dietro la schiena che lo costrinse a tornare in fila con gli altri. Ormai si era convinto che quello non era un normale posto di blocco». Sono tanti i libri che raccontano storie vere in maniera narrativa, restituendoci quadretti più o meno precisi di fatti realmente accaduti. E poi ci sono i libri scottanti, quelli che bruciano tra le mani e consentono di entrare nel vivo di quanto è davvero successo: libri che ci fanno sentire voci, vedere volti, e provare paure che altri, nella realtà, hanno sentito sulla propria pelle.
L’ULTIMA FATICA di Riccardo Michelucci, Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos (Milieu, pp. 240, euro 18) appartiene a quest’ultima categoria.
«Ho incontrato Stephen Travers per la prima volta nell’estate del 2017. Sono andato a trovarlo a Cork, dove si è stabilito da tanti anni con la sua famiglia...
Pur seguendo le vicende irlandesi da tanti anni non mi ero mai imbattuto direttamente nella storia della Miami Showband». Michelucci, che è a tutti gli effetti il più affidabile e accorto commentatore di cose irlandesi nel nostro Paese, racconta una storia che nasce da un’urgenza personale: la necessità di esaminare da vicino, da vero cronista, persone, luoghi, impressioni, resoconti.
La strage della Miami Showband avviene il 31 luglio 1975.
È uno degli episodi più tragici e simbolici dei Troubles. Giovani musicisti perennemente in tour, quella notte erano di ritorno dal Nord, e il loro furgone fu fermato da un presunto posto di blocco. Si rivelò poi essere stato allestito da una delle più cruente squadracce paramilitari lealiste, colpevole negli anni di innumerevoli delitti efferati.
Tre musicisti furono uccisi a sangue freddo dopo l’esplosione di un ordigno, che però uccise due paramilitari. Altri due componenti della band si salvarono per miracolo. La loro vicenda è un episodio di violenza settaria emblematico che ha segnato la memoria collettiva di un Paese non ancora pacificato.
Tra le stragi compiute in terra d’Irlanda, è una delle più simboliche, in quanto ha preso di mira uno spazio dell’immaginario, scegliendo come obiettivo un gruppo di giovani, amati da gran parte della popolazione del Paese: «Se non fossero vissuti in un paese bigotto e arretrato come l’Irlanda di allora, molto probabilmente sarebbero diventati star planetarie paragonabili ai Beatles, ai Rolling Stones e ad altri grandi di quegli anni».
Michelucci adotta un approccio misto, che si muove tra macro e micro storia. Sempre attento a ricostruire un contesto in maniera chiara e precisa, sa condurre il lettore all’interno di esistenze reali. Incontriamo i sogni del bassista Stephen Travers, sopravvissuto all’agguato - il manifesto ha pubblicato una sua intervista il 31 luglio di quest’anno -, e il panorama più ampio che vide l’ascesa, sulla scena musicale irlandese, di questa popolarissima band. Percepiamo l’elettricità che circondava le loro tournée, e avvertiamo le speranze di tanti giovani che riuscivano a trovare nella musica un modo di esorcizzare il peso inesorabile di una storia, in gran parte da loro subita.
Assistiamo nel libro a una ricostruzione rigorosa del contesto della strage. Accediamo alle oscurità del famigerato «triangolo della morte», un luogo geografico situato nel Nord, tuttora temibile per chi volesse avventurarvisi senza conoscerne a fondo la storia di violenze e brutalità. Ci muoviamo tra trame oscure che coinvolgono paramilitari, forze dell’ordine e politica. E a colpirci come un pugno in faccia è il silenzio delle istituzioni e della giustizia britannica, un silenzio durato decenni.
Il libro, pubblicato per il cinquantenario del massacro, è sì un tentativo di non far piombare nell’oblio vittime innocenti, ma anche un atto d’accusa verso ingiustificabili omertà. Michelucci dimostra la non accidentalità del massacro, collocandolo all’interno di una vera strategia della tensione. Con la Miami Showband, assieme alla musica, si spense anche una stagione di grandi speranze.
ATTENZIONE PERÒ. Non siamo di fronte a un libro di storia nel senso tecnico dell’espressione, né si avverte la pecca di molti testi non accademici che affrontano fatti di violenza realmente accaduti. Non abbiamo alcuna spettacolarizzazione del dolore. Il libro di Michelucci si legge a tratti come un thriller, ma ambisce a restituire la storia senza mezzi termini o scorciatoie, consapevole che non c’è pace senza verità, e che le ferite ancora aperte sono un monito che nessun depistaggio potrà mai silenziare.

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