Le tante vite di Redford il divo che si batteva per un'America migliore


l'icona - L'attore è morto a 89 anni 
Con ruoli indimenticabili ha unito arte e impegno civile 
Timido e mai isterico, ha capito quando ritirarsi

GABRIELE ROMAGNOLI
La Repubblica - Mercoledì 17 Settembre 2025
Pagina 37

Non Come eravamo, ma come avremmo voluto essere: come Robert Redford.

Belli (perché no?), impegnati (perché sì), coerenti, appartati, convinti che le cause o sono locali o sono universali e in mezzo ci sono soltanto il clamore, la voglia di apparire, appelli da firmare e cartelli da alzare senza poter incidere. Quand'è che un ragazzo svagato e attraente, dopo aver flirtato con il disastro e divorato tanti libri ("Condor legge")* ha trovato la sua strada? Resta, a bobine ferme, l'impressione che sia accaduto nell'ultima scena di, appunto, Come eravamo. In quel film del 1973 impersona un giovane della borghesia americana, bianca e protestante. Mai così seducente come nello sguardo della sua donna (Barbra Streisand, "un tipo"), è conservatore, militarista e disinteressato alle questioni sociali, tanto quanto lei è coinvolta, progressista, pacifista. L'amore, l'attrazione fisica, la nascita di un figlio (una figlia, ndr) non basteranno a farli restare insieme. Quando lui pubblica un romanzo che diventerà un film lei lo mette in guardia contro lo stravolgimento che Hollywood potrà fare del suo talento. Invano. Si lasceranno per incompatibilità non tanto di caratteri, quanto di ideali. Alla fine, in un fugace incontro a New York, il personaggio di Robert Redford, conquistato il successo (però come autore televisivo, ndr) che aveva desiderato, si staccherà per sempre da lei, ancora in strada a protestare (contro gli armamenti nucleari, ndr), con la sensazione (in lui, ndr) di non avere ottenuto niente.

L'uomo e l'attore hanno trascorso il resto della vita a cercare di non essere mai quel personaggio, per non provarne il rimpianto, la disillusione, quel sottile poi dilagante senso di spreco che ci devasta quando ci rendiamo conto che il piccolo, inevitabile compromesso è stato in realtà una resa, che abbiamo tradito l'unica vera patria che ci è dato difendere fino alla morte e oltre: noi stessi. Da allora, incrociando recitazione, regia, e vita pubblica Robert Redford ha denunciato la corruzione del potere (Tutti gli uomini del presidente, Leoni per agnelli, Il prezzo della verità), le ambigue manovre della CIA (I tre giorni del Condor, Spy Game), la crudeltà assurda del carcere (Brubaker, Il castello), la sopraffazione a danno degli ultimi (Milagro). Ha bloccato la costruzione di una nuova autostrada a sei corsie e di una centrale a carbone. Ha combattuto da idolo suo malgrado, in fondo timido, mai isterico; e allergico all'idea di confluire in qualcosa che chiamano "movimento" proprio quando si immobilizza in gerarchie e discipline. Ha difeso beni comuni. Da amante della natura è stato ambientalista praticante assai più che militante. Ha capito che i temi sociali non possono escludere quelli individuali, che le tragedie dell'esistenza, la perdita di un figlio (Gente comune) o l'amore negato (Le nostre anime di notte) sono condivise, che raccontando la sofferenza e la privazione di uno si raccontano quelle di tutti e si afferma il diritto a non farsi schiacciare. Ha mantenuto una linea professionale, cercando di non scadere, per necessità o per avidità. Non ha mai gigioneggiato, come altri suoi pur valenti colleghi, a fine carriera. Ha smesso in tempo. Ha criticato l'attuale presidente degli Stati Uniti, ma con argomenti e non con offese. Ha visto minacciati "da un singolo uomo il senso di tolleranza degli americani, la sacralità del diritto, la libertà di espressione e di stampa". Si è fidato, bontà sua, del giornalismo, della sua incorrotta missione. Nell'ultima scena dei Tre giorni del Condor, dopo aver consegnato al New York Times il dossier sui crimini della CIA, incontra il suo superiore nei servizi segreti (Higgins, un magistrale Cliff Robinson, ndr), che gli dice: "E se non lo pubblicano?". Risponde: "Lo pubblicano, lo pubblicano". Il film finisce lì, sulla sua speranza addobbata (nel film siamo sotto Natale, ndr) da certezza; alza il bavero e torna da dove è venuto.

Ha dato una casa al cinema indipendente (e presto senza tetto): il Sundance. Da quel piccolo grande tempio ha cacciato i mercanti, alzando appena la voce per sancire: "Qui non c'è posto per quelli del marketing, per le marche di vodka, le borse regalo e le Paris Hilton".

Ha provato a fare politica, ma ha smesso subito, capendo che la sua integrità non si sarebbe adattata a un ruolo in cui non voleva semplicemente recitare, ma essere. Più di una volta è circolato il suo nome come candidato democratico alla Casa Bianca, ma è sempre stato un espediente per riempire un vuoto di notizie. Non sarebbe mai stato il prestavolto di un entourage, come Ronald Reagan. E probabilmente non aveva di sé la spavalda opinione necessaria per mettersi in corsa. Aveva perso fiducia nel suo Paese e nel futuro, ma rimetteva agli altri, che nel loro complesso chiamiamo popolo, il compito di smentirlo, di raddrizzare una curva che gli sembrava puntare verso il precipizio. Guidava un'auto vecchia, costosa e inquinante e spesso la spingeva oltre i limiti di velocità consentita. Era Robert Redford, non il Mahatma Ghandi. Una star riluttante, ma pur sempre un luccichio.

Nel film Il migliore la donna che sposerà gli dice: "Penso che abbiamo due vite: quella in cui impariamo e quella che viviamo dopo". Nel 1973, quando era come era e stava ancora imparando, Barbra Streisand gli insegnò: "Gli uomini non sono altro che i loro princìpi". E (lui) se ne ricordò, cercò di farlo, fino alla fine. L'ultima battuta: "Sai che cosa faccio quando la porta si chiude? Salto dalla finestra". Prima dello schermo nero l'ha richiusa, da fuori, senza fare rumore, ma con fermezza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 

* citazione da I tre giorni del Condor, ndr.

***
  • Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, film di Sydney Pollack del 1972 
  • 1973: La stangata di George Roy Hill, con Paul Newman, ha vinto sette Oscar Come eravamo (Sydney Pollack, 1973), con Barbra Streisand 
  • Sydney Pollack sceglie di nuovo Redford per I tre giorni del Condor (1975) 
  • In Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula c'è anche Dustin Hoffman 
  • La mia Africa: con Redford, nel film del 1985 di Sydney Pollack, c'è Meryl Streep 
Nato a Santa Monica nel 1936, l'attore è morto ieri all'età di 89 anni 
Robert Redford mentre riceve la Medaglia della Libertà dall'ex presidente Usa Barack Obama.

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ALBERTO CRESPI
il commento

L'invenzione del Sundance e il feeling con Jane Fonda

di alberto crespi Redford era troppo bello per essere preso sul serio dai critici. Ciò nonostante, è stato uno degli uomini di cinema più importanti del XX secolo. Redford non si è limitato ad assumere il controllo della propria carriera; ha fatto, se possibile, di più: ha creato un modo di "pensare" il cinema. Fondando il Sundance Film Festival all'inizio degli anni '80 ha dato una vetrina importantissima al cinema indipendente, lanciando le carriere di innumerevoli cineasti (da Quentin Tarantino a Christopher Nolan) e stabilendo un canone dei film off-Hollywood che è valido ancora oggi.

"Sundance" è la parola chiave. È il nome del suo personaggio in Butch Cassidy, il film di George Roy Hill che in originale si intitola Butch Cassidy and the Sundance Kid. Il suo ingresso in scena è memorabile. Sta giocando a carte in un saloon e l'avversario lo accusa di barare. Lo sfida a duello. In quel momento entra Paul Newman, lo vede mentre si accinge a battersi e lo chiama per nome. L'altro pistolero resta di sasso.

"Tu saresti il famoso Sundance Kid?"… e butta la pistola per terra; quando poi Redford e Newman se ne vanno, risparmiandolo, gli chiede "Sundance, ma sei davvero così svelto?" e Redford estrae la pistola (con la sinistra! Era mancino) e colpisce l'arma dell'altro due-tre-quattro volte, facendola rotolare per il saloon. Nasceva così una coppia formidabile che purtroppo ha fatto solo due film, quello e La stangata. 

La chimica fra Newman e Redford, attori diversissimi, era impressionante.

Newman era un tormentatissimo allievo dell'Actors Studio, Redford sfoderava l'apparente nonchalance dei divi della vecchia Hollywood: era l'erede di Gary Cooper, Spencer Tracy, Robert Mitchum, quelli che recitano senza fare apparentemente nulla. Lo stesso contrasto che si vedrà in Tutti gli uomini del presidente, con lui e con Dustin Hoffman.

Gli anni 70 sono il suo decennio d'oro, soprattutto grazie al sodalizio con Sydney Pollack: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Come eravamo e I tre giorni del Condor sono i capolavori di una coppia che si ritroverà un decennio dopo in La mia Africa, dove nuovamente Redford è un esempio di recitazione sotto traccia accanto a un'attrice super-tecnica come Meryl Streep. Redford vince l'Oscar come regista, dando inizio a una seconda carriera: Gente comune è il primo di nove lungometraggi. Il migliore è probabilmente Quiz Show, il più sentito è In mezzo scorre il fiume dove dirige un giovanotto che un po' gli somiglia e che recita sotto le righe come lui, Brad Pitt.

In tanti abbiamo pensato che avremmo voluto vederlo alla Casa Bianca. Volete mettere, lui e Ronald Reagan? Redford era un convinto ambientalista e per certi versi il suo manifesto politico è All Is Lost, in cui interpreta un navigatore in solitaria e dice tre parole in due ore. Non era amante delle passerelle. Quando la Mostra di Venezia, nel 2017, ha dato a lui e a Jane Fonda il Leone alla carriera lei era super esuberante, lui appariva ritroso e quasi a disagio. A un certo punto Jane, in conferenza stampa davanti a mille giornalisti, disse: «Con Bob ho sempre lavorato bene, e poi era così bello, ci avevo anche fatto un pensierino». Lui rispose: «E ti sembra questo il momento di dirmelo?».

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L'INTERVISTA
Muccino "Quel pranzo tra la neve al suo Festival il mio primo traguardo"

ARIANNA FINOS

- Gabriele Muccino, che cosa ha rappresentato Robert Redford?

«Da attore ha incarnato il volto del sogno americano e come regista la sua coscienza più profonda.
Creando il Sundance Film Festival ha dato al cinema indipendente la visibilità che meritava. Ha visto avanti rispetto a grandissima parte dell'industria hollywoodiana».

- Lei lo ha incontrato proprio al Sundance, dove "L'ultimo bacio" vinse il premio del pubblico.

«Sì. Ricordo un pranzo bellissimo organizzato dal Festival, la sua stretta di mano forte, gli occhi che mi guardano dritti, dentro».

- Per un autore giovane il Sundance è un'esperienza unica.

«Sì. Un paese freddissimo dello Utah in mezzo alle montagne, la neve leggera come farina che si solleva quando cammini e migliaia di cinefili e volontari che lavorano per la logistica e l'organizzazione di questo festival collocato in un posto tecnicamente complesso ma dove tutto funziona in modo perfetto. Quando arrivo mi dicono che si parla bene del mio film.
Mentre stiamo per ripartire chiedono a me e al produttore Domenico Procacci di restare. Alla cerimonia parlano di un Tie ward, ma non so che significa ex aequo, così quando chiamano Paul Greengrass per il Premio del pubblico al film Bloody Sunday mi rilasso e mi rassegno».

- Subito dopo la chiamano.

«Sì, salgo sul palco, preso alla sprovvista, senza uno straccio di "speech". Il giorno dopo sul New York Times leggo del "discorso incomprensibile" del regista italiano. Capisco subito che quel premio è il primo vero grande traguardo della mia vita, che qualcosa resterà. Il resto lo conosciamo».

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