Redford, la star progressista di Hollywood


Sul set Robert Redford sul set de «La leggenda di Bagger Vance» (2000), uno dei nove film 
girati come regista. L’attore era nato a Santa Monica, in California, il 18 agosto del 1936

L’attore-regista si è spento nel sonno, a casa, nello Utah 
Addio a Robert Redford, eroe affascinante e mito dei liberal 
Da «La stangata» al caso Watergate, conquistò due Oscar

17 Sep 2025 - Corriere della Sera
di Maurizio Porro
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Mentre dormiva nella sua casa nello Utah, ci ha lasciato ieri mattina Robert Redford, il maggiore attore americano degli anni 70, colui che, cambiando lo psicanalista di Hollywood, impose contro la violenza tipo di Charles Bronson, Steve Mcqueen, Clint Eastwood, l’immagine di un uomo affascinante, sensibile, democratico, bravo a baseball e con qualcosa in più, la coscienza civile che lo portò ad essere un vero antidivo.

Eppure dal 1974 al 1976 è stato campione assoluto al box office: ma aveva il senso del reale, attenzione per la Gente comune, come titola il suo film, primo Oscar nel 1981, aveva voglia di verità e passione per le battaglie.

I suoi successi sono tanti, più di 60 titoli, utili alla causa ma anche al sogno, pochi inutili, di moda (Proposta indecente). Perciò lui era amato da tutti: dagli ecologisti per l’attenzione alla natura (Corvo rosso non avrai il mio scalpo), dai liberal per Tutti gli uomini del Presidente, sullo scandalo Watergate, dai nostalgici per Come eravamo, amarcord diviso con (Barbra) Streisand sulla gioventù dagli ideali roosveltiani e il Tempo che ricuce la Storia nella malinconia.

Non ha la solita carriera da divo, giocava contro: dalla California dov’è nato nel 1936, dopo un’adolescenza infelice per la morte della madre, si concede un periodo bohémienne, viaggiando a visitare Francia e Italia, col desiderio di diventare pittore.

Ma il Rinascimento lo spaventa, nel 1959 torna a New York e debutta a Broadway in A piedi nudi nel parco, di Neil Simon, divertentissima commedia coniugale che sarà, sempre in coppia con la giovane Jane Fonda, il (suo) primo successo al cinema.

Gira con Arthur Penn La caccia, film antimaccartista scritto da Lillian Hellman, poi Lo strano mondo di Daisy Clover, ma ha il coraggio di rifiutare, anche sbagliandosi, Il laureato, Rosemary’s baby e Chi ha paura di Virginia Woolf?, centrando invece la straordinaria coppia carismatica con l’amico Paul Newman in Butch Cassidy (sconfiggendo Marlon Brando e Warren Beatty) e La stangata di Roy Hill, successi mondiali con song evergreen di Bacharach.

Seguirà, risarcimento militante alla politica, Il candidato, radiografia di un lancio elettorale, prendendosi poi una sfarzosa pausa letteraria quando, dopo (Alan) Ladd e prima di Leonardo Dicaprio, interpreta il fitzgeraldiano Grande Gatsby.

Sperimentato lo sportivo ne Il temerario, dov’è uno spericolato pilota di biplani, lo ritroviamo nel miglior thriller del periodo, I tre giorni del Condor di (Sydney) Pollack, un intrigo di potere nella CIA e dintorni che precede non a caso l’intrigo vero del Watergate nel film con Dustin Hoffman (fu lui ad acquistare per 450.000 dollari i diritti - cinematografici, ndr - del libro).

Redford è stato un attore perfetto per recitare in coppia, sia maschile sia femminile (celebre e romantica quella con Meryl Streep ne La mia Africa), non era mai virtuosistico, egocentrico, non aveva la recitazione «psycho» alla Jack Nicholson, preferendo quasi sempre l’impegno sociale o la sua scorciatoia, la malinconia dell’uomo semplice. Un altro successo eco fu L’uomo che sussurrava ai cavalli e fece rumore il western pro indiani Ucciderò Willie Kid di (Abraham) Polonsky, regista che era nelle liste nere e così tornò sul set.

L’impegno ecologista lo porta a film come Il cavaliere elettrico e soprattutto a fondare nel «suo» Utah nel 1981 il Sundance Institute poi Festival (dal nome del suo personaggio in Butch Cassidy) per un cinema indipendente, lontano dallo star-system.

Non amò mai farsi inghiottire della macchina di Hollywood, sceglieva i registi (Roy Hill, Pollack, Michael Ritchie), senza considerare il successo commerciale, che poi quasi sempre arrivava proprio grazie al suo fascinoso carisma.

Ma nei suoi nove film da regista non sempre si è scritturato, dando spazio e potere al soggetto con annesse polemiche, da Quiz Show (il primo scandalo che infranse il sogno americano) a Leoni per agnelli. Premi ottimi e abbondanti: un secondo Oscar alla carriera, Leone d’oro al Lido, Medaglia della libertà di Obama, Legion d’onore francese, David di Donatello e Golden Globe a raffica, un patrimonio di riconoscimenti lasciati ai 4 figli (due erano scomparsi prematuramente) e alla seconda moglie Sibylle Szaggars.

***

Il primogenito morto in culla, un altro figlio colpito da un cancro

Un dolore «immisurabile» aveva colpito Robert Redford nel 2020, quello per la scomparsa del figlio James, ucciso a 58 anni da un cancro. Apprezzato documentarista, James Redford nel 1993 aveva anche affrontato per due volte un trapianto di fegato, argomento che aveva trattato in The Strangers. James aveva condiviso con il padre l’impegno ambientalista: insieme nel 2005 avevano fondato il Redford Center, con l’obiettivo di sostenere i filmmaker ecologisti. Ma l’attore premio Oscar, anni prima, aveva già subìto la perdita di un altro dei suoi quattro figli, tutti nati dal matrimonio con la prima moglie Lola Van Wagenen: nel 1959 il primogenito Scott Anthony era morto improvvisamente, a due mesi e mezzo, per la sindrome letale infantile, lasciando Redford in preda al senso di colpa. Nel 1960 era poi arrivata la seconda figlia Shauna Jean, seguita nel 1962 da James e infine, nel 1970, da Amy Hart. Separatosi da Van Wagenen nel 1985, Redford si era risposato nel 2009 con l’artista tedesca Sibylle Szaggars: con lei, negli ultimi anni, conduceva una vita lontana dai riflettori.

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Jane Fonda: «L’ho amato»

Insieme a Venezia 2017: ne ero innamorata, ho fatto il film per baciarlo
Sentimenti «Abbiamo girato quattro storie insieme e in tre ero sempre pazza di lui»

Scompare un grande attore e regista. Ricordo il suo bellissimo film
I tre giorni del Condor, che venne prodotto da Dino De Laurentiis
   - Aurelio De Laurentiis

Un grande attore Redford ha avuto una serie di anni in cui non c’era nessuno migliore di lui. Per un certo periodo è stato il più hot
   - Donald Trump 

Un’icona del cinema con la C maiuscola. Il suo talento continuerà a emozionarci per sempre, brillando nei fotogrammi e nella nostra memoria
   - Antonio Banderas 

Robert Redford ha fatto parte di una Hollywood nuova ed entusiasmante negli anni ’70 e ’80. Difficile credere che avesse 89 anni
   - Stephen King

Figura culturale di enorme influenza per le scelte creative fatte come attore e regista, e per aver lanciato il Sundance Film
   - Ron Howard
L’ho sempre ammirato non solo per la sua leggendaria carriera È stato un campione dei valori progressisti. Una vera icona americana
   .- Hillary Clinton

17 Sep 2025 - Corriere della Sera
di Valerio Cappelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Sono rimasta molto colpita quando ho letto che Bob se n’è andato. Non riesco a smettere di piangere. Ha significato molto per me, era una bella persona in ogni senso. Si è battuto per un’America per la quale dobbiamo continuare a combattere». Sono le prime parole di Jane Fonda sulla morte del suo amato collega.

Due liberal, due simboli di un’altra America rispetto a quella che viviamo e subiamo ogni giorno, due attori dell’epoca d’oro di Hollywood che hanno cambiato il cinema statunitense, anteponendo i valori alla bellezza, l’impegno all’esuberanza fisica.

Jane Fonda, la donna moderna che si è reinventata tante volte, ancora sensuale a 87 anni, sex symbol e attivista politica che marciava contro la guerra in Vietnam, prima di convertirsi all’aerobica, ha fatto cattivi pensieri su Robert Redford, il principe biondo un po’ schivo, ecologista militante, paladino del cinema indie. Lui, californiano, nato nel 1936, aveva un anno più di lei.

Jane Fonda aprì la diga dei loro ricordi, a sorpresa, nel 2017, alla Mostra di Venezia: «Avevo delle fantasie su di lui». Lo fissò, lui aveva la pelle grinzosa e il fascino immutato. Davanti ai media gli disse: «Non te l’avevo mai detto? Mi ero innamorata sul serio di te, ma eravamo entrambi impegnati». L’attrice si riferiva al tempo di A piedi nudi nel parco. Erano entrambi belli come il sole, la luna e l’altre stelle. «Sui sentimenti gli uomini sono sempre più trattenuti, sul set presi io l’iniziativa, non riuscivo a non toccarlo». Si erano conosciuti nel 1966, per La caccia di Arthur Penn, dove sono marito e moglie.

A Venezia erano per il Leone alla carriera e Le nostre anime di notte, variazione sul tema dell’amore nella terza età. «Non ricordo standing ovation più lunga di quella, e ne ho viste tante — dice il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera —, mentre in precedenza quando venne il presidente (Giorgio) Napolitano mi chiese di conoscere Redford. Erano tutti e due emozionati, Redford non era completamente a suo agio, come non lo è mai stato mai in pubblico».

I due attori nel film sono vicini di casa, vedovi, non si erano mai filati. Non era la solitudine ad avvicinarli, bensì il desiderio di conoscersi. Una visita inattesa, lei gli propone di dormire insieme: «Non per il sesso, per superare la notte». Poche parole per raccontarsi, qualcuno che non si conosce anche se abita di fronte.

«Ho fatto questo film per poterlo baciare — disse Jane Fonda —, l’amore invecchiando migliora, è meraviglioso desiderare una vita sessuale, anche se il sesso non si vede nel film». «Ci sono sempre gli extra del dvd», intervenne sornione Robert Redford.

L’incontro si trasformò in uno show. Jane: «L’ho baciato a vent’anni e lo bacio ora, che ne ho quasi 80. Ha sempre baciato benissimo». Robert: «Fin dall’inizio è stato tutto naturale, non abbiamo mai avuto bisogno di parlare troppo. Jane è una sorta di Calamity Jane». Ancora lei, cercando nell’attore coetaneo, nonno come lei è nonna, una complicità cameratesca: «Nella vita non è mai troppo tardi per l’amore, se si è audaci e disposti a rischiare».

Lei aveva la parlantina, lui, riservato, la osservava curioso, appoggiando il pugno chiuso sul mento. E lei, sbarazzina, afferrò il microfono ancora una volta: «Ma digli della prima volta alla Paramount, le segretarie erano pazze di te, si sentiva qualcosa nell’aria e io mi dissi, quest’uomo diventerà una stella».

Dopo, negli incontri più raccolti, Jane confidò che «prima dell’attivismo la mia vita era triste, dobbiamo mettere significato nella nostra vita e ci ho messo tanto tempo prima di trovarlo». La incalzammo su Robert: «Abbiamo fatto quattro film insieme e in tre ero innamorata di lui. L’unica macchia è che a lui le scene di bacio non piacevano, era di cattivo umore e pensavo fosse colpa mia». Redford dall’altra parte del divanetto si trincerò nella discrezione, ricordò di quando Jane sposò Ted Turner, scegliendo di vivere ad Atlanta: «Pensai che si sarebbe allontanata dal cinema, poi, come accade nella vita, le prospettive cambiano e si torna al punto di partenza».

Fu Jane, allora, a fissarlo: «Robert è qualcosa di più che un attore, è un uomo».

Sono rimasti a spalleggiarsi fino all’ultimo.

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