Addio a Duvall il fuoriclasse discreto che oscurava le star


L'attore è morto a 95 anni 
Da spalla o antagonista ha fatto la storia del cinema in film come "Il Padrino" e "Apocalypse now"

ALBERTO CRESPI 
La Repubblica - Martedì 17 ebbraio 2026
Pagina 40

Era l'inverno del 1955. Robert Duvall era appena tornato dalla guerra di Corea, aveva servito come soldato semplice di fanteria nonostante fosse figlio di un ammiraglio della marina. Un modo per distinguersi da un padre ingombrante, militare di carriera.

«Si aspettava che entrassi all'Accademia navale — raccontò anni dopo — ma io ero incapace in tutto, a scuola ero un disastro e nell'esercito superai a stento l'addestramento. L'unica cosa che mi piaceva, e mi riusciva, era recitare». Così, nell'inverno del 1955 troviamo il 24enne Duvall iscritto alla Neighborhood Playhouse, una scuola teatrale Off Broadway, importante ma — mettiamola così – non importantissima. Chiedere soldi a papà è fuori discussione, Robert si arrabatta, lavora alle poste per pagarsi i corsi, fa il commesso nel grande magazzino Macy's e il camionista. Affitta una stanza in un appartamento in qualche angolo fetido di Manhattan e, per ottimizzare, la condivide con due giovani colleghi più spiantati di lui. Si chiamano Dustin Hoffman e Gene Hackman.

Hoffman, il ragazzino del gruppo (ha solo 18 anni), secondo la leggenda dorme per lo più nella vasca da bagno. Dite la verità: non vorreste tornare nel 1955 e andare a curiosare in quella stanza? Tonnellate di talento e di sogni. La cosa buffa, e bella, è che nessuno dei tre pensa a Hollywood. «Se ci avessero detto che avremmo lavorato regolarmente nei teatri Off Broadway, con delle paghe dignitose, avremmo firmato con il sangue — racconterà in seguito Hoffman – il cinema? Nessuno di noi ci pensava. Con quelle facce?».

Invece, dopo anni di gavetta teatrale, il cinema arrivò. Duvall fu il primo. Hackman e Hoffman dovettero attendere il 1967, rispettivamente con Gangster Story e Il laureato. Duvall ottenne la parte di "Boo" Radley, il matto del paese, nel capolavoro di Robert Mulligan Il buio oltre la siepe. Era il 1962, aveva 31 anni. In questo inverno di 64 anni dopo Duvall se n'è andato a 95 anni, lasciando in eredità un Oscar (per Tender Mercies, in cui faceva un cantante country), altre sei candidature, quattro Golden Globe e due Emmy per ruoli televisivi. Si può dire che l'America perde uno dei suoi attori più grandi. E anche se alcuni suoi ruoli cinematografici sono entrati nella leggenda, il suo contributo alla tv è stato immenso. Lui stesso affermava di prediligere, fra tutti i suoi lavori, la miniserie tv Lonesome Dove (in italiano Colomba solitaria) ispirata ai romanzi western di Larry McMurtry, e uno dei ruoli più belli e intensi è di certo quello del cowboy Prentice Ritter nel film tv Broken trail, straordinario western "di transumanza" di Walter Hill.

Duvall in Italia era spesso doppiato da Cesare Barbetti, lo stesso doppiatore (bravissimo) di Robert Redford. Non è una notazione peregrina. Duvall era un attore molto simile a Redford, anche se il fisico era ovviamente diverso. Pur dotato di tecnica sopraffina, non la ostentava mai. Era un re dell'underplaying, la recitazione sotto traccia, e non è casuale che abbia esordito nel citato Il buio oltre la siepe accanto a un altro fuoriclasse di quello stile come Gregory Peck. Nella saga de Il Padrino il suo personaggio del "consigliori" Tom Hagen è come il basso in una band dove gli assoli toccano a Marlon Brando, Al Pacino e James Caan: senza il basso nessun gruppo rock potrebbe esistere. Anche quando Coppola gli chiese di "esagerare", nel ruolo del colonnello Kilgore in Apocalypse Now, Duvall lo fece con classe sopraffina: la frase celebre "mi piace l'odore del napalm al mattino" è buttata lì come se fosse una cosa ovvia, e la sua imperturbabilità quando gli scoppia una bomba a un metro di distanza è indimenticabile: "Un giorno questa guerra finirà", dice, e poi ordina di suonare Wagner dagli altoparlanti degli elicotteri. Anche quando incarna la follia, Duvall è umano, troppo umano. Citare tutti i titoli di una carriera gloriosa è impossibile. Oltre all'Oscar per Tender Mercies, bisognerà ricordare almeno il notevole L'assoluzione di Ulu Grosbard, in cui ingaggiava (e vinceva) un grande duello di recitazione con Robert De Niro.

Ha anche diretto cinque film, e in uno di essi — L'apostolo, 1997 — ha portato se stesso alla candidatura all'Oscar come migliore attore. Al di fuori del lavoro, può essere interessante ricordare il suo amore per l'America Latina: sposato con un'argentina (l'attrice Luciana Pedraza), parlava spagnolo e amava il tango e il calcio. Tifava per la Albiceleste di Maradona e Messi — due fuoriclasse come lui. Era da parte di madre discendente del generale sudista Robert E. Lee ed era un fervente repubblicano.

Chissà se gli sarà piaciuta la pagliacciata di Trump che grazie all'AI si è trasformato nel personaggio di Kilgore per "dichiarare" guerra alla città di Chicago? Speriamo di no.

©RIPRODUZIONE RISERVATA getty images Robert Duvall era nato a San Diego nel 1931 e aveva studiato teatro a New York All'inizio della carriera aveva condiviso l'appartamento con Hackman e Hoffman.

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