Addio a Duvall star del «Padrino»
È morto Robert Duvall: da «Il padrino» I e II a «Apocalypse Now», memorabile interprete di antieroi militareschi, sgradevoli e ossessivi
17 Feb 2026 - Corriere della Sera
di Paolo Mereghetti e Maurizio Porro
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Robert Duvall, morto l’altro ieri all’età di 95 anni, è stato uno dei volti forti del grande cinema americano anni ‘70, quello che combatteva per ideali sbagliati, spesso scegliendo personaggi sgradevoli, ossessivi, militari, gangster, il volto nascosto di un’america impegnata a combattere spesso per cause altrettanto sbagliate.1972 Conservatore Robert Duvall ne «Le regole del gioco» del 1994: si sposò quattro volte, ma non ebbe mai figli. A differenza della maggior parte degli attori di Hollywood, perlopiù di tendenze liberal, non nascose mai le sue simpatie repubblicane, anche se negli ultimi anni rivelò di sentirsi indipendente perché il partito era diventato un pasticcio
È stato davanti e dietro la macchina da presa, sceneggiatore, musicista (si è scritto le canzoni per Un tenero ringraziamento storia della crisi di un cantante country alcolizzato per cui ha vinto l’oscar), produttore e, per quattro volte, marito ma sempre senza figli. Per molti anni è stato un grande attore, mai divo, grazie alla complicità di Francis Ford Coppola che, fin da Non torno a casa stasera, il suo film più intimista, storia esistenziale on the road, gli ha costruito su misura apparizioni diabolicamente indimenticabili.
Ma anche per la costanza con cui ha seguito le direttive di una carriera che ha rappresentato la violenza del potere, il diktat del maschio tra vecchie e nuove nevrosi: Duvall era spesso un leader. Nato a San Diego, California, il 5 gennaio 1931, figlio di un ammiraglio — fra i suoi antenati c’è il famoso generale Lee della guerra di secessione — fa il soldato in Corea e coltiva un curriculum teatrale di tutto rispetto. Frequenta i corsi della Playhouse School of Theatre di New York, ha come compagni di classe Dustin Hoffman, Gene Hackman, James Caan, che avrà talvolta partner.
È protagonista di una edizione off Broadway di Uno sguardo dal ponte di Miller, poi tanti best seller: Picnic, il Crogiuolo, una riduzione di M, Bus stop, ma è anche Kovalski in Un tram che si chiama desiderio, fino ad American buffalo di Mamet. Oltre al lavoro seriale in tv debutta al cinema col film cult civile Il buio oltre la siepe di Mulligan con Peck, nel ruolo di Boo, un malato di mente; poi è il disilluso maggiore Burns di Mash di Altman e il protagonista dell’ Uomo che fuggì dal futuro, il fanta esordio di Lucas.
Ma il grande successo arriva col Padrino, primo e secondo, dove è Tom Hagen, figlio adottivo e consigliere mafioso di don Vito, quel Marlon Brando con cui aveva solo sette anni di differenza. Con la saga dal libro di Puzo, la carriera decolla, il volto è conosciuto, spesso s’identifica col Male. In Betsy sull’industria automobilistica, combatte contro il nonno Laurence Olivier, in Quinto potere di Sidney Lumet è il manager tv che per primo sfrutta la follia di Peter Finch e poi ne prepara l’assassinio, nella Conversazione, sempre di Coppola, è il direttore di un’agenzia che assume Hackman per spiare una coppia, nella Notte dell’aquila è l’ufficiale tedesco che organizza il rapimento di Churchill, in Killer èlite di Sam Peckinpah uccide un cliente e poi spara all’amico Caan, in Joe Kidd è un proprietario terriero che assolda Eastwood contro i messicani. Di tutto e di più, ogni ossessione è ammessa. Affronta anche i generi classici che stavano mutando pelle: nella Banda di Jesse James dà un altro umore al famoso eroe, mentre in L’uomo che fuggì dal futuro si ribella contro la vita dominata dal computer, anticipando la lotta all’ai, mentre in Sherlock Holmes soluzione al 7% complotta per attirare il detective a Vienna da Freud e guarirlo dalla tossicodipendenza. Se nel Grande Santini Duvall è candidato all’oscar nel ‘79 come un colonnello che impone anche a casa la propria disciplina militare in epoca di cortei e lotta anti Vietnam, sarà con Apocalypse now, altro grande Coppola sulla disastrosa guerra, che Duvall offre una memorabile partecipazione: è il razzista colonnello Kilgore che parla dell’odore del napalm inneggiando alla vittoria. Terribile biglietto da visita che resterà.
La sua è una carriera lunghissima, lo troviamo in Un giorno di ordinaria follia, Colors di Hopper, come detective con De Niro in L’assoluzione, con Cruise in Giorni di tuono e nell’83 debutta nella regìa con Angelo amore mio, viaggio nell’america dei gitani. E continua anche il lavoro in tv, vedi la serie Ike. E nel 92 gira La peste da Camus diretto da Puenzo, mentre nel 2014 è coprotagonista con Robert Downey in The judge che gli vale la 7ª candidatura agli Oscar. Politicamente ha sostenuto i repubblicani, poi ha rivelato di sentirsi indipendente. Il partito era diventato un pasticcio.
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