Addio Robert Duvall, inquieto sguardo d'acciaio di Hollywood
Il suo era un naturalismo discreto, dal teatro alla meno nota carriera da regista
Morto a 95 anni l’attore americano, l’Oscar nel 1983, «Il padrino» e «Apocalypse now» fra i titoli più osannati
GIULIA D'AGNOLO VALLAN
Il Manifesto - Martedì 17 febbraio 2026
Pagina 15
I love the smell of napalm in the morning, amo l’odore del napalm alla mattina. Scritta da John Milius, e pronunciata sullo sfondo di una spiaggia vietnamita in fiamme, sull’imminente crescendo de La cavalcata delle Valchirie, la battuta di Kilgore, il colonnello surfista di Apocalypse Now, è uno dei frammenti d’immaginario che subito evocano alla memoria Robert Duvall, scomparso ieri, nella sua casa in Virginia, a novantacinque anni.
Come quella clip, dal film più lisergico di Francis Coppola, lo evoca la calma minacciosa emanata dal consigliere della famiglia Corleone, Tom Hagen, che l’attore ha magnificamente interpretato nei tre The Godfather di Francis Coppola. La nuova Hollywood è stata infatti la culla cinematografica di Robert Duvall, prodotto di un’infanzia vissuta tra basi militari (il padre era contrammiraglio), che gli era rimasta addosso come un’aura di risoluta rudezza mascolina, nonostante gli studi di teatro (incoraggiati dai genitori) che lo avrebbero portato ai palcoscenici newyorkesi, a metà degli anni Cinquanta.
DUSTIN HOFFMAN e Gene Hackman erano gli amici di quel periodo che come lui stavano formandosi secondo un nuovo stile di recitazione, più ombroso, enigmatico e interiore, di quella tramandato dalla tradizione hollywoodiana sulla West Coast. Il suo era un naturalismo discreto, meno fiammeggiante di quello di Hoffman, che si sposava bene con lo stile della Golden age televisiva di quel decennio, nei cui palinsesti Duvall approdò dopo una memorabile apparizione nell’allestimento teatrale del dramma di Arthur Miller, Uno sguardo dal ponte, diretto da Ulu Grosbard, regista con cui sarebbe tornato a lavorare in futuro. Dalla loro collaborazione è scaturito uno dei titoli più famosi nella sua filmografia, L’assoluzione (True Confessions, 1981), neo noir a sfondo losangeleno in cui Duvall è un poliziotto e Robert De Niro suo fratello prete.
La prima volta al cinema è stata nel piccolo ma importante ruolo di Boo Radley (uno dei suoi personaggi preferiti di sempre), il vicino elusivo, nell’adattamento dal classico di Lee Harper Il buio oltre la siepe (1962), seguito e pochi anni di distanza, da Bullitt, di Arthur Penn, Il Grinta e dall’altmaniano M*A*S*H*. L’esordio con Coppola, nel 1969, è Non torno a casa stasera. La conversazione è del 1971, lo stesso anno in cui George Lucas lo volle per L’uomo che fuggì dal futruro. Spesso in bilico tra la carriera di un grande caratterista e quella di star - senza mai farti pensare che ci tenesse troppo alla seconda, anche se il critico nel New York Times Vincent Canby, nel 1980, lo definì il Lawrence Oliver americano - Duvall è stato nominato all’Oscar parecchie volte e lo ha vinto interpretando un’appassita stella del country in Tender Mercies, di Bruce Beresford, su sceneggiatura di Horton Foote, un altro collaboratore importante dalla scena teatrale di New York.
IL WESTERN gli piaceva molto, anche per temperamento (politicamente si dichiarava un libertario), e tra le sue esperienze preferite rimane la miniserie per la CBS The Lonesome Dove dal best seller di Larry McMurtry. Memorabile anche, più recentemente, Broken Trail, di cui fu produttore, per la regia di Walter Hill, per il quale Duvall aveva già interpretato un militare in Geronimo. Meno nota, ma molto appassionante (come la sua dedizione al tango) la sua carriera di sceneggiatore regista, influenzata dal cinema di Ken Loach e dall’interesse a lavorare con attori non professionisti. Dopo il documentario del 1977 We Are Not Jet Set e Angelo, amore mio (1983), ambientato in un comunità di zingari di New York, il suo migliore film dietro la macchina da presa è L’apostolo (1997), un storia di redenzione i cui Duvall è l’abbiente, carismatico leader di una chiesa texana, costretto a scappare dopo aver mandato in coma, con una mazza da baseball, il giovane pastore che è l’amante della moglie (Farrah Fawcett).
Fuggendo senza nulla, Sonny arriva in una zona povera della Louisiana dove, facendo il meccanico e vedendo hamburger, si ribattezza «l’apostolo» e riesce entro breve ad aprire un’altra chiesa dove predicare. «I predicatori religiosi potrebbero essere l’unica forma d’arte originale americana», ci aveva detto allora in un’intervista in occasione del debutto di The Apostle al New York Film Festival.

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