«Hamnet», l’umana nascita di un capolavoro immortale


La vita amorosa di Shakespeare nel film di Chloé Zhao, da oggi in sala

Il Manifesto - Giovedì 5 Febbraio 2026
Pagina 23
ANTONELLO CATACCHIO

Si narra che a Stratford upon Avon, tra la fine del '500 e i primi del '600 i nomi Hamlet e Hamnet fossero intercambiabili. E proprio lì, a Stratford, incontriamo Agnes, appisolata tra le radici degli alberi. Allevata dalla matrigna e pervasa da conoscenza e intenso rapporto con la natura circostante, come le aveva insegnato mamma, fatto che la porta a essere guardata con qualche sospetto. Non da Will che arriva in paese come insegnante privato, suo padre, guantaio, ha fatto debiti, è violento e ottuso, e lui è costretto a lavorare, gratis, per riscattare la famiglia. Agnes e Will si guardano, si piacciono, ben oltre le convenzioni dell’epoca e della zona, e devono convolare a nozze. Sono innamorati e felici, nel frattempo sono nati anche i gemelli, ora i figli sono tre e per far quadrare i conti Will deve andare a Londra per cercare qualche fortuna scrivendo, non ce lo hanno ancora detto, ma lo sappiamo, lui di cognome (ancora sconosciuto all’epoca) fa Shakespeare. E quando le cose sembrano ingranare vorrebbe che anche lei e i bimbi si trasferissero in città. Agnes è però troppo ancorata alla natura. E la lontananza non aiuta i rapporti, soprattutto quando Hamnet, il figlio maschio, muore e babbo è lontano. Lei è disperata e rancorosa, lui è solo disperato e cerca di trovare uno sbocco a tanto dolore.

A MONTE di uno dei film più significativi della stagione c’è un romanzo di Maggie O’Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet (Guanda editore). La scrittrice nordirlandese scava a mani nude nella tragedia dei suoi personaggi per restituirci una chiave di lettura fantastica della genesi di un capolavoro universale come Amleto.

Leggenda vuole che Chloé Zhao, cinese d’origine, britannica di formazione, statunitense d’adozione, già regista di The Rider e dell’ottimo e oscarizzato Nomadland, fosse inizialmente impressionata e intimorita di fronte al progetto, salvo poi accettare a condizione di scriverne la sceneggiatura con l’autrice.

Meno male che il progetto, inteso come romanzo, era stato letto da un terzetto di produttori di grande fiuto cinematografico: Liza Marshall, Pippa Harris e Nicolas Gonda, capaci di coinvolgere poi nel lavoro Sam Mendes e Steven Spielberg.

CONVINTA la regista ecco la scelta dei due protagonisti. Jessie Buckley è una superba e inarrivabile Agnes, capace di alternare un’infinità di registri espressivi con grande disinvoltura e pochissima teatralità, nonostante sappia calcare le scene con successo. Lui, il bardo, è Paul Mescal che riesce a infondere molteplici sfumature al suo personaggio tanto famoso quanto sconosciuto.

LE CONSIDERAZIONI di fronte a un film di questa portata emotiva sono molte e sfaccettate. Eccoci indirettamente testimoni della nascita di un capolavoro immortale, ma si tratta di una nascita imprevedibile e piena di passione e compassione seppure scritta da uno degli autori più prolifici della letteratura e del teatro.

Non siamo di fronte alla vita amorosa e difficile tradotta in banale intrattenimento per serate fiacche, neppure davanti a un’agiografia tutto sommato inutile.

Sono storie di uomini e donne e bambini che vibrano, pulsano, chiedono empatia. Poi c’è la storia, quella grande che prende curve inaspettate nel suo percorso e come un fiume incontenibile travolge le vite di quelli che si trovano sul suo cammino. E ancora bisogna entrare nel merito del ritmo narrativo.

Oggi diremmo che si tratta di un film diesel, deve scaldare il motore prima di poter ingranare e proseguire il cammino. L’inizio del film infatti appare lento, con concessioni bucoliche e di costume che rischiano di lasciare indifferenti quasi ci si trovasse di fronte a un dejà vu. Poi, poco per volta, tutto comincia a macinare, il racconto si fa sempre più coinvolgente risucchiando lo spettatore in una storia irresistibile, sia per quel che racconta che va a risvegliare conoscenze o semplici reminiscenze che ognuno aveva riposto in qualche angolo remoto, sia per come lo racconta toccando corde sempre più profonde, appassionando sino all’esplosione di un finale insostenibile per bellezza e commozione. Due soli consigli, non perdetevi questo goiellino con otto candidature all’Oscar, e rifornitevi di fazzolettini perché ne avrete bisogno.

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