La spia che suggerì a JFK di dire: io sono berlinese


il personaggio / Frederick Dalziel Vreeland.

È morto Frederick Vreeland: sussurrò a Kennedy l'iconica frase "Ich bin ein Berliner" pronunciata davanti al Muro

ENRICO FRANCESCHINI
La Repubblica - Giovedì 19 Febbraio 2026
Pagina 21

«Io sono un berlinese». La frase pronunciata in tedesco da John Fitzgerald Kennedy il 23 giugno 1963 davanti al muro di Berlino è passata alla storia: riassumeva in poche parole la solidarietà dell'America alla città della Germania occidentale circondata dalla Germania Orientale comunista, simboleggiando l'appoggio degli Stati Uniti all'Europa libera e democratica, in contrapposizione al blocco sovietico, nell'era della Guerra fredda. L'uomo che sosteneva di avere suggerito al presidente americano quell'espressione, "Ich bin ein Berliner", si è spento a Roma nei giorni scorsi all'età di 98 anni: si chiamava Frederick Dalziel Vreeland, era stato un agente della CIA e un grande diplomatico

Mondano, sofisticato, elegante, era figlio della leggendaria creatrice di moda Diana Vreeland, a lungo direttrice di Vogue, che gli aveva aperto la strada nei salotti più cosmopoliti ed esclusivi di mezzo mondo: un ambiente certamente utile per una spia. Non è certo che sia stato veramente lui a suggerire a Kennedy la frase del discorso di Berlino, ma la sua esistenza sarebbe stata straordinaria anche senza rivendicare la paternità di quel celebre motto.

Nato nel 1927 a Danbury, nel Connecticut, Vreeland era cresciuto in un ambiente privilegiato, tra New York e l'Europa, istruito nelle migliori scuole, quindi all'università di Yale. Dopo poco la laurea viene reclutato dalla Central Intelligence Agency, che nel 1952 lo manda a Ginevra, poi a Berlino e a Bonn, negli anni più tesi del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sotto copertura diplomatica, prosegue l'attività di agente segreto presso l'ambasciata americana alle Nazioni Unite.

Vive a lungo in Marocco, dove nel 1992 Bush senior lo nomina ambasciatore. Elegante, brillante conversatore, a suo agio nei ricevimenti del jet set: la capacità di muoversi tra politici, finanzieri e celebrità lo rese una risorsa preziosa per l'intelligence americana.

Quanto alla frase di Kennedy, secondo Vreeland il presidente cambiò all'ultimo momento il discorso preparato dal suo speechwriter Ted Sorensen per inserire le parole a effetto "io sono un berlinese" suggerite da lui. Secondo un'altra versione fu McGeorge Bundy, un consigliere di Kennedy, a suggerire la frase al presidente. E Robert Lochner, che in quel viaggio fece da interprete a Kennedy, raccontava che il presidente la concepì autonomamente, chiedendogli poi di aiutarlo a pronunciarla in modo corretto. Ma l'agente segreto non aveva bisogno di questo cameo per entrare nella storia: gli bastava dire "io sono Vreeland" e si aprivano tutte le porte.

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