Robert Duvall l’avvocato del Padrino
Il premio Oscar morto a 95 anni: tantissimi titoli, ma per tutti resterà il consigliori di Brando
FULVIA CAPRARA
La Stampa - Martedì 17 Febbraio 2026
Pagina 31
La simpatia era naturale, veniva fuori dalle interpretazioni, dalle espressioni anche solo accennate, da un modo contenuto di essere attore superlativo, senza darlo a vedere, rifiutando qualunque tipo di aura divistica: «Ho sempre pensato che dalla culla alla tomba ognuno di noi abbia il proprio percorso individuale, e forse il mio è stato positivo e mi ha permesso di raggiungere determinati obiettivi senza pestare i piedi a troppe persone». Robert Duvall è morto ieri a 95 anni, lasciando un'eredità di ruoli leggendari, in film che hanno fatto la storia del cinema, come Il padrino, Apocalypse Now, La conversazione: «Ieri abbiamo detto addio al mio amato marito – ha scritto la moglie Luciana in un post su Facebook pieno di amore e riconoscenza –, caro amico, e uno dei più grandi attori del nostro tempo. Bob se n'è andato serenamente a casa, circondato da amore e conforto. La passione per il suo mestiere era pari solo al suo profondo amore per i personaggi, per un ottimo pasto, e per la recitazione. In ognuno dei suoi numerosi ruoli, Bob ha dato tutto ai suoi personaggi e alla verità dello spirito umano che rappresentavano.
Così facendo, ha lasciato a ciascuno di noi qualcosa di duraturo e indimenticabile. Grazie per gli anni di supporto che gli avete dimostrato e per averci concesso il tempo e l'intimità necessari per celebrare i ricordi che lascia dietro di sé».
Settanta anni di carriera, un Oscar nel 1984, per la prova in Tender Mercies - Un tenero ringraziamento, il film di Bruce Beresford in cui interpretava il cantante country alcolizzato Mac Sledge che ritrova la voglia di vivere e di cantare grazie all'incontro con Rosa Lee (Tess Harper) vedova della guerra in Vietnam, e con suo figlio Sonny: «Mi sono sempre visto – confessava – come un caratterista, cerco di essere versatile, per mostrare i diversi aspetti dell'esperienza umana». In realtà Duvall, nato a San Diego il 5 gennaio del 1931, è andato molto oltre il modo con cui amava descriversi. Nel cinema degli Anni Settanta, grazie ai tratti espressivi e alla capacità innata di trasmettere emozioni, è entrato spesso nei panni di uomini scomodi e violenti, riuscendo a renderne tutta la carica distruttiva. Poi, dagli anni Ottanta, è diventato anche regista, dirigendo film apprezzati come L'apostolo, ritratto di un'America profonda, ipnotizzata dalla figura di un predicatore a tratti psicopatico, capace di catturare desideri e aspirazioni del popolo degli emarginati. In The Judge di David Dobkin, del 2014) era stato il padre, anziano, malato e conflittuale, di Robert Downey jr: «È una storia meravigliosa – aveva detto Duvall nell'intervista alla Stampa –, una sceneggiatura brillante, animata da quel genere di personaggi che noi attori cerchiamo sempre. Quanto all'essere genitori... bè non credo esista un modo valido per tutti. Bisogna tentare di comunicare con i figli, una cosa difficile, ma io sono un padre adottivo e posso dire solo che cerco di fare del mio meglio». Nell'incontro Duvall aveva anche detto che il film gli aveva ricordato il clima delle sue performance migliori («Il mio personaggio mi ha offerto tanti spunti interessanti su cui lavorare, tante cose da trovare dentro me stesso»), ma le confessioni più divertenti riguardavano i suoi incontri italiani: «Ho conosciuto Massimo Troisi in Messico, sul set di Hotel Colonial.
Film terribile, ma Massimo era meraviglioso, con un incredibile senso dell'umorismo, ci siamo divertiti un mondo, parlavamo sempre di calcio, io ne vado pazzo. Dicevamo che Maradona era meglio di Pelè, e io Pelè quando avevo 12 anni l'ho visto giocare».
Ex soldato dell'esercito degli Stati Uniti, di fede repubblicana, figlio di un ammiraglio della Marina Usa e di un'attrice dilettante, studente presso la Playhouse School of Theatre di New York, insieme ad alunni come Gene Hackman, James Caan e Dustin Hoffman, con cui divideva l'appartamento, Duvall ha esordito sul grande schermo dopo un lungo apprendistato a Broadway. Il film era Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan e lui recitava nei panni di un individuo con disagi psichici. Da quel momento non si è più fermato, è stato maggiore dell'esercito un po' troppo scrupoloso in Mash di Robert Altman, consigliere fedelissimo e senza scrupoli di don Vito Corleone nella saga del Padrino, gangster brutale in Killer elite di Sam Peckinpah, folle colonnello Kilgore che adora l'odore del Napalm in Apocalypse Now: «Posso sempre crescere un po' – dichiarava –, e provare a fare qualcosa di diverso, sono alla ricerca di ciò che c'è là fuori, del potenziale umano». Oltre il cinema c'è stato, accanto all'ultima compagna (la quarta, dopo i matrimoni con le due ballerine Barbara Benjamin e Sharon Brophy e con l'attrice Gail Youngs, in linea con una delle sue confessioni «non posso vivere senza una donna. Devo avere una donna, devo avere una moglie») l'impegno nelle cause dei più deboli, attraverso la creazione del Robert Duvall Children's Fund per sostenere le famiglie del nord dell'Argentina e con il sostegno all'organizzazione di beneficenza Pro Mujer, per aiutare le donne povere dell'America Latina: «Spero – aveva detto - di aver lasciato un'eredità che piacerà alla gente».
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