SANITARI DI TUTTO IL MONDO
Sanzioni per chi non caccia i medici che Cuba esporta ai paesi in crisi: al diktat Usa cedono Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana... Ma ce ne sono oltre 30mila. Anche in Calabria
GIOVANNI CARROSIO
Il Manifesto - Sabato 14 Febbraio 2026
Pagina 32
L'11 febbraio il Guatemala ha annunciato la cessazione progressiva del programma di cooperazione sanitaria con Cuba. Quattrocentododici operatori sanitari, di cui 333 medici, che dal 1998 lavorano nelle aree indigene e rurali del Paese centroamericano, saranno gradualmente rispediti a casa. Il Ministero della Salute ha parlato di «analisi tecnica» per «rafforzare il Sistema Sanitario Nazionale». Nessuno ci ha creduto.
NON CI HA CREDUTO Fernando González Davison, esperto guatemalteco di relazioni internazionali, che ha ricordato come i medici cubani fossero andati dove nessun altro voleva andare: nelle comunità indigene devastate da quarant'anni di guerra civile, nei villaggi dove la corruzione aveva svuotato gli ambulatori e i giovani laureati guatemaltechi rifiutavano di trasferirsi. Non ci ha creduto Philip J. Pierre, Primo ministro di Santa Lucia, che ha denunciato pubblicamente le pressioni statunitensi sul suo governo affinché interrompesse persino l'invio di studenti a formarsi a Cuba, definendo la situazione «un problema enorme». E non ci crede nessuno che abbia seguito la cronologia dei fatti.
A FEBBRAIO 2025, il Segretario di Stato (USA) Marco Rubio ha annunciato restrizioni sui visti per i funzionari cubani coinvolti nelle missioni mediche all'estero, estendendo la misura a qualsiasi funzionario straniero giudicato complice del programma.
Ha definito le missioni mediche cubane una forma di lavoro forzato. Ad agosto, le sanzioni hanno colpito funzionari brasiliani e grenadini. Nel frattempo, uno dopo l'altro, i Paesi hanno ceduto: il Paraguay, le Bahamas, la Guyana, Antigua e Barbuda. Quest'ultimo caso è tra i più eloquenti: il Primo ministro Gaston Browne aveva difeso per tutto il 2025 il programma cubano come essenziale per la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale, per poi cancellarlo a dicembre senza fornire alcuna spiegazione pubblica, sostituendo i medici cubani con personale reclutato in Ghana.
IL MECCANISMO è sempre lo stesso. Washington minaccia restrizioni sui visti e ripercussioni commerciali. I governi, quasi tutti dipendenti dagli Stati Uniti per commercio, aiuti e sicurezza, capitolano. E i poveri restano senza medici.
Bisogna guardare i numeri per comprendere la portata di ciò che si sta smantellando.
Dal 1963, oltre 600mila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio in più di 160 paesi. Nel 2019, le Nazioni Unite stimavano circa 30mila medici cubani attivi in 67 nazioni.
Cuba, undici milioni di abitanti, un'isola strangolata da sei decenni di embargo, è il Paese con la più alta densità di medici al mondo: 8,4 ogni mille abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti. Cuba fornisce più personale medico ai Paesi in via di sviluppo di tutti i Paesi del G8 messi insieme.
In Honduras, tra il 1998 e il 2003, nelle aree servite dai medici cubani la mortalità infantile è scesa da 30,8 a 10,1 per mille nati vivi, quella materna da 48,1 a 22,4. Nel 2004, il Guatemala ha conferito ai 1.700 medici cubani presenti nel Paese l'Ordine del Quetzal, la più alta onorificenza dello Stato.
Quando il terremoto ha colpito il Kashmir pakistano nel 2005, 2.400 operatori sanitari cubani hanno curato 1,7 milioni di pazienti in 32 ospedali da campo, donati al Paese al termine della missione. Un Paese con cui Cuba neppure aveva relazioni diplomatiche.
E POI C'È la Calabria. Dal 2022 centinaia di medici cubani lavorano negli ospedali di Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro, in una regione dove la sanità pubblica è sotto commissariamento da oltre un decennio. Il governatore Roberto Occhiuto, esponente di Forza Italia, ha firmato l'accordo con la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos perché, semplicemente, non c'era alternativa. I medici italiani non vogliono lavorare negli ospedali calabresi. Quelli cubani sì. Il programma prevede oggi di arrivare a mille medici cubani nella regione. I pazienti calabresi, come ha scritto Il Post, usano espressioni come «boccata d'ossigeno» e «indispensabili».
La questione dello sfruttamento esiste. Non si può ignorare che il governo cubano, attraverso la società statale CSMC, trattiene una parte significativa dei compensi destinati ai medici. In Calabria, dei 4.700 euro lordi mensili corrisposti dalla Regione, secondo un'inchiesta della giornalista Annarel Grimal, al singolo medico ne arriverebbero circa 1.200. Nelle Bahamas, i medici ricevevano il 15 per cento dei 12.000 dollari mensili pagati dal governo locale. Sono cifre che pongono interrogativi legittimi.
MA LA PRETESA che siano Marco Rubio e l'amministrazione Trump a farsi paladini dei diritti dei lavoratori cubani è una delle più spettacolari inversioni retoriche della politica contemporanea. Rubio, figlio dell'esilio cubano di Miami, ha costruito la sua intera carriera politica sulla promessa di strangolare il governo dell'Avana. Il suo mandato come Segretario di Stato ha coinciso con un'escalation senza precedenti: sette misure contro Cuba nel solo primo mese, compresa un'ordinanza esecutiva che minaccia sanzioni ai Paesi terzi che forniscono combustibile all'isola. Non si tratta di proteggere i medici cubani. Si tratta di tagliare la principale fonte di valuta pregiata di Cuba, stimata in circa 6 miliardi di dollari nel 2021, e di eliminare il più potente strumento di soft power dell'Avana.
L'ironia è feroce. Gli Stati Uniti, che non riescono a garantire l'accesso universale alle cure ai propri cittadini, dove 27 milioni di persone non hanno assicurazione sanitaria e l'aspettativa di vita è in calo, pretendono di insegnare sanità pubblica a un Paese che ha costruito la più grande scuola di medicina del mondo per i poveri del pianeta. La ELAM, Escuela Latinoamericana de Medicina, fondata nel 1999 all'Avana, ha formato gratuitamente oltre 30mila medici provenienti da 122 Paesi, compresi 250 cittadini statunitensi, quasi tutti afroamericani, ispanici e Nativi americani provenienti da comunità svantaggiate, che oggi lavorano nelle aree degli Stati Uniti più povere.
L'OFFENSIVA CONTRO le missioni mediche cubane non riguarda (solo, ndr) i diritti umani. Riguarda il fatto che un piccolo Paese sotto embargo dimostra ogni giorno, con i suoi medici nei villaggi più remoti del Guatemala, nelle terapie intensive della Calabria, negli ospedali donati al Kashmir, che la salute può essere un diritto e non una merce. È una lezione che il mercato non può tollerare. E che Washington, con la complicità di governi troppo deboli per dire no, sta cercando di cancellare.
Chi pagherà il prezzo non sarà Rubio, né l'ambasciata statunitense a Città del Guatemala. Saranno i pazienti delle comunità indigene del Petén. Saranno i calabresi di Vibo Valentia. Saranno tutti coloro per i quali un medico cubano era l'unico medico possibile.

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