Crujiff, Pep e il DNA del Barcellona


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Quando oggi si pensa al Barcellona, si pensa immediatamente a uno stile e a un'idea di calcio ben definiti, ma non è sempre stato così. Il merito di questo cambiamento è del Profeta olandese Johan Crujiff e di chi ha portato avanti il cammino da lui intrapreso: Frank Rjikaard e, soprattutto, Pep Guardiola. La nuova puntata del podcast '90/10 Storie di Calcio con Stefano Borghi' è dedicata proprio alla nascita e allo sviluppo del 'DNA Barca'

Stefano Borghi © - Sky Sport Insider ©
21 nov 2025 - 16:30

Oggi, se si pensa al calcio spettacolo, alla qualità estremizzata, allo stile del vincere divertendo, il primo nome che viene in mente è quello del Barcelona Fútbol Club. E probabilmente c'è anche l'idea che questa sia stata da sempre la filosofia e l'immagine della società catalana. Ma non è proprio così...sicuramente il Barça è sempre stato un grande club, anzi ‘més que un club’ come dicono loro, espressione di una città importante e florida, orgogliosa e determinata, da sempre antagonista rispetto al contesto nazionale in cui è inserita. E di conseguenza, il suo più illustre club calcistico è sempre stato acerrimo rivale del Real Madrid in un dualismo totale che trascende il calcio. Però ha anche sempre avuto un palmares neanche paragonabile a quello della Casa Blanca, soprattutto in tema di allori internazionali. Perché fino all'inizio degli anni '90, quindi sì un po' di tempo fa ma non tantissimo tempo fa, il Barcellona non aveva mai vinto la Coppa dei Campioni, la corona più illustre che ci si possa mettere nel calcio europeo.

Le cose sono cambiate proprio in quel momento, un momento che in generale fu di grande svolta per la città catalana, che grazie all'assegnazione dei Giochi Olimpici del 1992 ha cambiato volto, si è proiettata nel futuro e ha assunto quell'immagine che la caratterizza ancora oggi. Ma per il Barcelona Fútbol Club, la vera svolta è avvenuta quando ha scelto di definire in maniera profonda e inderogabile il proprio stile, quello che più di qualunque figura, qualunque conquista e qualunque simbolo definisce la sua identità. La sua unicità. E lo ha fatto nel momento in cui è tornato in Catalogna il Profeta olandese, Johan Crujiff, che ha portato il suo stile divisivo ma nettissimo, facendolo diventare quello di una delle più grandi realtà calcistiche del mondo.


L'arrivo di Crujiff a Barcellona nel maggio del 1988 - ©Getty

Crujiff è tornato al Barcellona nel 1988, non più con i crismi del più grande giocatore del continente ma in veste di allenatore, o meglio di direttore tecnico. E ci è tornato, ovviamente, in un momento di crisi totale. E' la mossa disperata dell'assediato Presidente Nuñez: nell'annata precedente, la squadra – diretta da Luis Aragones, tecnico saggio e vincente ma eternamente identificato con i colori e la filosofia dell'Atletico Madrid – aveva salvato una stagione pessima vincendo la Copa del Rey. Ma la soddisfazione era ai minimi, le tribune del Camp Nou si svuotavano ogni giorno di più tanto che per la finale di coppa furono venduti solo cinquemila dei trentamila biglietti a disposizione, e il culmine era stato il clamoroso ‘Motìn de Hesperia’, una sbalorditiva presa di posizione pubblica da parte di squadra e allenatore contro il numero uno del club. Nella sua prima conferenza stampa, indetta alle ore ventitré del 4 maggio 1988, Crujiff fu molto chiaro: “Mi impegno per un anno, poi vedremo. Quello che voglio è dare di nuovo l'idea al nostro pubblico che il Barcellona è una grande squadra, e che giocheremo sempre per dare spettacolo”. Poi fece cedere immediatamente diciassette giocatori, ne prese quattordici, rimase sulla panchina blaugrana non una stagione ma otto e vinse undici titoli, fra cui quattro campionati di fila e soprattutto la prima, agognata Coppa dei Campioni. La coppa del Dream Team.



Calcio
90/10 Storie di Calcio con Stefano Borghi: DNA Barca

La finale di Wembley, quella contro la Samp di Vialli e Mancini, decisa ai supplementari da un fulmine su punizione di Rambo Koeman e valsa il primo titolo di Campione d'Europa per il Barça, è la certificazione di come il Barcellona, con Crujiff e grazie a Cruijff, abbia sì la sua Coppa dei Campioni ma soprattutto il suo stile. E la sua eredità da tramandare. In quel Barcellona di Wembley, il numero 10, maglia iconica vestita prima e poi da quelli che per molti sono i due migliori calciatori della storia, lo porta un ragazzo di ventuno anni, fatto in casa. Un catalano doc che simboleggia l'attaccamento alle radici e il concetto di club come scuola, che Cruijff aveva sperimentato su sé stesso all'Ajax e che ha imposto fin da subito anche al Barcellona.


Il Barcellona festeggia la vittoria della sua prima Champions League - ©Getty

Pep Guardiola è arrivato al club quando di anni ne aveva tredici, è stato fatto debuttare dal Profeta prima ancora di compierne venti, inizialmente come difensore centrale ‘alla olandese’. E poi messo a sovrintendere il gioco di tutti. Guardiola ci sarà anche nella sciagurata finale di Atene, persa 4-0 contro l'incontenibile Milan di Capello e unica vera grande macchia del ciclo cruijffista. Ci sarà poi nell'anno sotto la guida di Bobby Robson, l'inglese che arrivò accompagnato da quel traduttore/assistente che poi diventerà il più grande contraltare di Pep, e non credo di dovervi ricordare il suo nome...ci sarà anche nel primo ciclo di van Gaal, quello della vera grande infornata olandese, ma anche – forse soprattutto – di Rivaldo e di Figo. Ma non della seconda Coppa dei Campioni...

Per quella, il Barcellona ha dovuto attendere ben quattordici anni dalla serata londinese targata Koeman e Cruijff. E ha dovuto aspettare, guarda caso, un altro olandese: Frank Rjikaard, altro ex calciatore di massimo livello ma anche altro tecnico tutto da pesare, perché quando, nell'estate del 2003, un altro presidente sotto assedio – il rampante avvocato Laporta, che aveva scalato il club sostenuto dall'amicizia di molti personaggi estremamente influenti, in primis proprio Cruijff – aveva deciso di affidargli la panchina di un Barcellona che non vinceva nulla da quattro anni, Rijkaard è reduce niente meno che da una retrocessione nel campionato olandese con lo Sparta Rotterdam.


Estate 2003: Laporta presenta alla stampa Rijkaard - ©Getty

Anche Rijkaard però ribalta completamente la squadra, decide di puntare sul talento in primis di Ronaldinho, attinge a piene mani da una generazione dorata che sta emergendo dalla Masia, il centro di tutte le attività del settore giovanile nonché il vero tabernacolo del DNA barcellonista come da lezione crujiffista, e in breve tempo riporta i blaugrana a dominare. Sia in Spagna, dove si mettono dietro i Galacticos di Florentino Perez, sia in Europa, dove la seconda Champions viene strappata dalle mani del grande Arsenal di Wenger. E' un Barcellona ultraspettacolare, dove Eto'o-Ronaldinho e Thierry Henry compongono un tridente da sogno, dove i giovani Iniesta e Xavi impongono lo stile, dove oltretutto viene lanciato un piccoletto argentino che promette di diventare la più grande sensazione del football mondiale. Ma è anche un Barcellona che sul lungo periodo flirta con l'anarchia, dove lo spirito libero e l'allegria estremizzata tendono sempre più all'autogestione e all'indisciplina. E infatti dura solo qualche anno. Poi altra crisi, altre difficoltà, Rijkaard che alla quinta stagione non vince nulla, il presidente Laporta che si ritrova ancora ferocemente contestato e la necessità di un'altra scommessa. Stavolta ancora più azzardata. Perché nell'estate del 2008, sull'orlo della sfiducia, Joan Laporta affida il Barça a Pep Guardiola, che ha all'attivo una sola stagione da allenatore, per quanto brillante e vincente, alla guida del Barcellona B nella quarta serie spagnola. Ma che è, prima di tutti e più di tutti, il prodotto più puro e diretto di Johan Cruijff.


Estate 2008: Pep Guardiola è il nuovo allenatore del Barcellona - ©Getty

Questo perché indubbiamente ne aveva tutte le caratteristiche intrinseche, anche se il percorso di formazione non fu totalmente morbido... l'olandese lo aveva individuato nel settore giovanile, e lo ha fatto debuttare molto presto, colpito dalla sua velocità di pensiero, dalla sua ottima capacità di sopperire alle carenze muscolari grazie al senso della posizione e al tempo della giocata, e soprattutto dalla sua grande personalità. A volte fin troppo grande, tanto che, nei primi tempi in cui lo stava coinvolgendo stabilmente con i grandi, Crujiff ha dovuto intervenire per evitare che considerasse tutto eccessivamente facile. Era da un po' che l'allenatore insisteva con il giovane Guardiola sulla necessità che tirasse di più da fuori, senza però avere risposte tangibili. Lo vedeva giocare sempre allo stesso modo: bene, benissimo, ma senza curarsi troppo delle consegne. Allora lo prese e gli disse senza mezzi termini, in perfetto stile Cruijff: “domani non ti convoco, vai a giocare con la seconda squadra. Voglio che tu sia il migliore in campo e che segni un gol da fuori area”. Il giorno dopo, la partita Sabadell-Barça B finì 1-2, gol decisivo di Guardiola, a cinque minuti dalla fine, con un tiro da venticinque metri...

La morale è che Pep non solo ha mutuato dal suo mentore la filosofia calcistica, i principi di gioco e la visione globale. Ma anche l'idea chiara che l'allenatore abbia sì il dovere di mettere il giocatore nelle condizioni ideali per esprimere la propria creatività e il proprio talento, ma prima ancora di educarlo attraverso l'esperienza che il calciatore non può avere mentre il tecnico sì, per fare in modo che possa rendere al meglio nel minor tempo possibile. Questa premessa è fondamentale per capire come Josep Guardiola sia potuto arrivare alla guida del Barça nel modo in cui lo ha fatto, e anche come abbia potuto raggiungere, in pochi mesi, i traguardi che ha raggiunto. Perché il resto poi è storia: Triplete al primo anno che diventerà poi Sextete, due Champions e un totale di quattordici trofei in quattro stagioni, Messi che diventa il più grande giocatore della storia e il volto di copertina di un club che è diventato un'icona. Una vera e propria icona di stile, quello stile che è stato fissato da Crujiff, alimentato da Rijkaard, esaltato da Guardiola e poi ripreso anche da Luis Enrique. Quello stile che è stato fissato in maniera ormai inevitabile. Perché è vero che il Barcellona non è sempre stato così, ma è altrettanto vero che, da lì in avanti, il Barcellona potrà essere il vero Barcellona solo se rimarrà sempre così.


I giocatori del Barcellona lanciano in aria Pep Guardiola per 
festeggiare la vittoria della Champions League nel 2009 - ©Getty

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