IL MAESTRO DI PROVINCIA
Giovanni Galeone non resterà negli albi d’oro ma nel cuore di chi ama il calcio. Se n’è andato il 2 novembre, come l’amato Pasolini, nel giorno in cui si sono sfidati i suoi due allievi più famosi
LUCA PISAPIA
Il Manifesto - Martedì 4 novembre 2025
Pagina 16
Il maestro Giovanni Galeone se ne è andato con quell’espressione un po’ così, che si è portato dietro per tutta la vita e che ci rimarrà impressa per sempre. Il ciuffo trasandato, l’impermeabile sgualcito, la cravatta slacciata, la sigaretta in bocca. Un tenente Colombo delle panchine del calcio di provincia, sempre pronto a incastrare il ricco borghese che ha orchestrato il delitto per i suoi sordidi interessi, mai capace di ottenere il giusto riconoscimento o di essere promosso nonostante l’indubbio talento.
E COSì IL MAESTRO lo ricorderemo per il gioco delle sue squadre, irrimediabilmente irriverente e offensivo, dove offensivo va inteso come strategia di gioco tesa sempre all’attacco e al segnare un gol più dell’avversario ma anche come offesa alla morale imperante del difensivista calcio italiano. Lo ricorderemo per le citazioni improbabili e per le boutade pseudointellettuali con le quali prendeva in giro l’ingessato mondo del giornalismo sportivo. Lo ricorderemo per le panchine di Pescara, Udinese e Perugia, le sue quattro promozioni dalla Serie B (due in Abruzzo, una in Friuli e in Umbria), i suoi unici piccoli successi; ma non lo ricorderemo mai sulla panchina di una grande squadra. Solo per pochi mesi a Napoli, città dove era nato durante la guerra da famiglia borghese prima di trasferirsi a Trieste, e dove andò malissimo: dieci partite e poi l’esonero. Nessun profeta lo è mai stato in patria.
GALEONE, PROFETA, lo diventò per caso a Pescara. Nella stagione 1986-1987 la squadra era retrocessa in Serie C ma fu ripescata in B a cinque giorni dall’inizio del campionato, con Galeone vinse la serie cadetta e l’anno dopo si presentò per la seconda volta (dopo la storic apromozione del 1977, ndr) nella sua storia in Serie A. L’esordio fu incredibile: 2-0 a San Siro contro l’Inter di Trapattoni. Il tenente Colombo sin dal primo episodio aveva già smascherato i meccanismi del potere, aveva inchiodato i ricchi alle loro colpe. E per questo non fu mai perdonato. Quel Pescara che rimase in paradiso per sole due stagioni riuscì comunque a segnare la piccola storia del calcio di provincia, con una banda di ragazzini sciamannati guidati dal brasiliano Júnior e dallo slavo Blaž Slišković riuscì a battere quasi tutte le grandi, sempre giocando all’attacco. «Sa qual è il segreto del Pescara? Che non c’è neanche un giocatore coglione. Forse uno, al massimo, ma innocuo», spiegò in un’intervista.
QUEL PESCARA giocava sempre con un modulo fisso come la rigida struttura delle puntate del tenente Colombo: il 4-3-3 arrembante e spettacolare che lo ha fatto amare dai suoi tifosi, e anche da quelli avversari quando il Pescara prendeva 8 gol dal Napoli, 6 dal Milan o 5 dalla Roma. «Il 4-3-3 è l’unico modulo che ha ragione di esistere, per giocare ci si deve divertire», spiegava ieratico il maestro. Era un’epoca di grandi profeti, di Arrigo Sacchi e Zdenek Zeman, ma a differenza loro a Galeone la grande occasione fu sempre preclusa.
Raccontava di essere stato vicino al Milan perché il suo gioco piaceva a Berlusconi, al Napoli perché lo voleva Maradona, all’Inter, squadra del cuore, ma poi il giorno del colloquio Moratti gli chiese dei suoi rapporti con Moggi. «Non ho ancora capito quella domanda» raccontò anni dopo. Il maestro che predicava l’allegria in campo e fuori, come solo le persone con quell’aria dimessa e quell’espressione un po’ così riescono a fare, riuscì comunque a diventare personaggio anche senza vincere mai nulla. E lo fece soprattutto con la dissacrante arma dell’ironia.
PRIMA DI UNA PARTITA contro il Milan di Sacchi, la sua nemesi, la sua ossessione, raccontò che in panchina si portava un libro di poesie di Prévert. Salvo poi confessare anni dopo che ci aveva presi tutti in giro. «In panchina portavo solo le Marlboro rosse. E poi Prévert era triste, mentre il mio calcio era allegria». Ma intanto era nata la leggenda, da lui sapientemente alimentata, dell’intellettuale ribelle che da giovane si era preso le manganellate per contestare Almirante e che da allenatore, tra un esonero e l’altro, leggeva Brecht, amava Sartre e frequentava Pasolini. Anche se quest’ultima è vera, come confermato dai suoi compagni di merende: Pasolini lo incontrava ogni estate a Grado, dove entrambi andavano a fare le sabbiature. E forse non è un caso che Galeone sia morto a Udine, all’età di 84 anni, proprio il 2 novembre, nel cinquantesimo anniversario della morte di Pasolini.
E NON È UN CASO nemmeno che lo stesso giorno si siano sfidati per la vetta della Serie A, lì dove il maestro non era mai arrivato, i suoi due allievi prediletti: (Gian Piero) Gasperini sulla panchina della Roma e (Massimiliano) Allegri su quella del Milan, in una partita peraltro bellissima, come il più doveroso degli omaggi. Altro che minuto di silenzio. Anche se il suo vero discepolo, il suo alter ego in campo e nella vita, è stato Slišković, sopraffino dissipatore di talento, il faro del suo Pescara che all’effimero successo calcistico ha sempre preferito godere fino in fondo degli eccessi della vita.
Perché il maestro ci ha insegnato quant’è difficile trovare l’allegria dentro al calcio, ma che volendo è possibile farlo, anche a costo di non vincere mai niente. E così molti altri allenatori avranno magari i loro nomi iscritti nell’albo d’oro dei vincenti, e lui no. Giovanni Galeone resterà per sempre un maestro di provincia. Ma il maestro è nell’anima, e dentro l'anima per sempre resterà.
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