Gabriele Rosa: «La mia vita per l'Africa: il futuro passa da qua»
Alcuni atleti della Rosa & Associati si allenano sulle strade di Kapasait,
in Kenya, dove si trova un training camp del gruppo
Jacobs anni fa ci lasciò, la Doualla sarà grande
A Tergat ho detto di studiare: è membro CIO
Cheruiyot ha vinto maratone, ora chiede l’elemosina
Il medico bresciano è tra gli allenatori più vincenti della storia
«Da 35 anni coltivo i talenti keniani, sono i migliori di tutti .
Ma il doping in questo continente è diventato un’emergenza»
Jacobs - Era nella nostra agenzia. Ci godiamo Tebogo, olimpionico sui 200
Doualla - Un giorno si giocherà la medaglia d’oro olimpica nei 100 metri
30 Jan 2026 - La Gazzetta dello Sport
di FILIPPO CONTICELLO, INVIATO A ELDORET (KENYA)
Chi è quel signore vestito da sciamano, con un bastone tra le mani e un girotondo di bambini keniani attorno? In questo angolo di mondo Gabriele Rosa, 83enne medico bresciano e guru dell’atletica, è accolto ormai da capo di Stato, ma stavolta sembra soltanto un nonno felice. In fondo, ciò che ha seminato nella vita ha dato frutti: in 35 anni è diventato il patriarca della maratona africana e l’allenatore più vincente della storia. Qui, lungo la mitologica Rift Valley, in uno squarcio della Terra che toglie il respiro, ha aperto 12 “training camp” per far allenare i talenti del posto. E ora che è tornato nel “suo” Kenya, grandi e piccini, atleti e aspiranti tali, lo omaggiano in ogni villaggio: daktari, tunakupenda, ti vogliamo bene dottore, ripetono prima di correre, ancora e ancora.
Rosa, ma lei cosa è: un medico, un manager, un pioniere dell’Africa o solo un allenatore?
«Il manager vero e proprio è solo mio figlio Federico. Io resto un cardiologo, ma la corsa è la mia vita e mi sento soprattutto un allenatore... africano. Ho conosciuto questo Continente nel 1991, quando una leggenda del mezzofondo come Moses Tanui mi chiese di allenare gli atleti keniani. Dopo 35 anni sono ancora qui: proviamo a creare nuovi campioni e spesso ci riusciamo. Siamo a 8 ori olimpici, 23 mondiali e oltre 1000 maratone vinti dai miei atleti».
Questo Kenya cosa è per lei?
«È passione e scoperta continua, ma anche creatività per sopperire ai disagi. E poi talento immenso: non esistono atleti più grandi dei keniani. Il mio compito è sempre stato quello di portarlo alla luce e aggiungere professionalità. Abbiamo imparato a fidarci: io voglio massimizzare l’allenamento all’infinito, loro hanno capito che con me si fatica ma poi si vince. E pensare che all’inizio i keniani non volevano dedicarsi alla maratona perché credevano rendesse impotenti: anche questo è Africa».
Dal 1991 ad oggi, come è cambiato questo Continente davanti ai suoi occhi?
«All’inizio non c’erano mezzi di comunicazione e trasporti, solo tantissima corruzione e diffidenza: molto c’è da fare, ma molto è cambiato anche attraverso il nostro lavoro perché qui la maratona ha dato una nuova prospettiva di vita a tanti, soprattutto alle donne. Un tempo incontravo ragazze con un bambino davanti, uno dietro e la zappa in mano ma, pian piano, siamo riusciti a tirarle via da questa condizione. Le abbiamo convinte che, se ben allenate, avrebbero potuto gareggiare. Adesso in Kenya le donne volano più degli uomini: non c’è un atleta maschio dominante come Beatrice Chebet sui 5000 e 10.000. In generale, questo Continente deve ancora liberare tutte le proprie misteriose energie, ma sono convinto che il prossimo sarà il secolo africano».
La sua attività non può, però, sembrare quasi come una forma di colonialismo?
«Chi lo dice ha mai parlato con i locali? Ha chiesto quanto sia cambiata la loro vita attraverso lo sport? È chiaro, dalle vittorie guadagniamo pure noi, ma con la corsa si sono aperte prospettive impensabili per un intero pezzo di Africa. Qua non si sogna di diventare calciatori, ma maratoneti. Certo, i problemi ci sono, a partire dal doping...».
Ci spieghi meglio.
«Questa è l’emergenza del Kenya. Abbiamo avuto molti casi anche tra i nostri atleti, però siamo stati integerrimi e li abbiamo cacciati tutti, ogni accusa passata nei nostri confronti è poi caduta. In questo Paese il doping è gestito da medici, farmacisti e mascalzoni vari che avvicinano gli atleti: controllare dall’Italia, o anche solo con i nostri allenatori locali, è impossibile. Il problema si può risolvere soltanto dall’interno, mandando in prigione chi fa il furbo».
Chi è l’atleta a cui è più legato e chi quello che più l’ha delusa?
«Paul Tergat è un ragazzo speciale e non per i record mondiali della maratona e nei 10.000: mi ha ascoltato quando gli dissi che doveva studiare, ha cominciato a 23 anni ed oggi è membro Cio e potrebbe tranquillamente diventare il presidente del Kenya. Robert Cheruiyot, invece, ha vinto quattro maratone di Boston e una di Chicago, ma ora chiede l’elemosina. Uno dei problemi degli atleti africani è la gestione dei guadagni e l’alcolismo in cui cadono in tantissimi dopo i primi soldi in tasca».
Quale maratoneta riuscirà a rompere il muro delle due ore?
«Poteva riuscirci Samuel Wanjiru, ma la sua storia è una ferita. È stato oro a Pechino, correva in maniera disordinata seguendo un talento unico. Poi a 25 anni è volato da una finestra e la sua morte è ancora un mistero. Ora punto sul “nostro” Jacob Kiplimo, ugandese, che da tre anni vince i mondiali di cross e ha fatto solo due maratone».
Rimpiange un po’ di non fare parte della nuova primavera dell’atletica italiana?
«Agli inizi, quando era solo un saltatore in lungo, Jacobs era gestito per la parte manageriale dalla nostra agenzia, la Rosa & Associati, poi Marcell ha scelto di lasciarci, anche perché non tutti gli sponsor avevano capito il suo potenziale. Ammetto che al tempo c’eravamo rimasti male, ma siamo felici che un bresciano abbia vinto l’oro olimpico. E poi, visti tutti i successi che abbiamo ottenuto come agenzia, ce ne siamo fatti una ragione: ad esempio, ci godiamo Letsile Tebogo, oro olimpico sui 200».
Che futuro vede per l’atletica nel nostro Paese?
«È diventata di moda, popolare, attrattiva, ed è bellissimo perché l’atletica fa misurare l’uomo con i propri limiti. Il nostro futuro azzurro è Kelly Doualla, sprinter formidabile già a 16 anni. Facciamola crescere in pace, ma se farà tutti i passi giusti, senza accelerare, un giorno si giocherà l’oro nei 100 metri all’Olimpiade».
***
Gabriele Rosa
In carriera ha "vinto" otto ori olimpici e 23 mondiali
Cardiologo bresciano, 83 anni, è presidente della Rosa & Associati, società che gestisci molti atleti, soprattutto africani. In quel continente ha creato dodici training camp per allenare talenti del mezzofondo e della maratona. I suoi assistiti hanno vinto 8 ori olimpici, 23 mondiali e più di 1000 maratone.
***
Rosa con abiti di festa keniani durante
la 35esima edizione del suo “Discovery Kenya”
Commenti
Posta un commento