IL BOSS A MINNEAPOLIS


ANDREA COLOMBO
Il Manifesto 
Giovedì 29 gennaio 2026
Pagina 24

È una canzone scritta a caldissimo, come l’album che aveva registrato di getto subito dopo l’11 settembre, The Rising. Ed è un testo durissimo, certamente l’atto di accusa più furioso ed esplicito che Bruce Springsteen abbia mai scritto. Persino più della dolente American Skin. 41 Shots, sull’omicidio da parte della polizia di New York di Amadou Diallo. Lì Springsteen non aveva citato il nome della vittima e non aveva messo nessuno direttamente sul banco degli accusati, prendendosela piuttosto con il sistema razzista dietro quell’esecuzione insensata.

NEL BRANO che ha pubblicato ieri, Streets of Minneapolis, invece ci sono i nomi delle due vittime, Renée Good e Alex Pretti, e c’è soprattutto il nome dei responsabili del loro omicidio, incluso il primo e il principale: «L’esercito privato di Re Trump». Un esercito invasore, arrivato con «gli stivali degli occupanti» e «le pistole sotto i giacconi» raccontando di essere a Minneapolis per far rispettare la legge.

SPRINGSTEEN ha scritto questa canzone, destinata a diventare l’inno della resistenza al fascismo trumpiano, sabato scorso, subito dopo l’esecuzione di Pretti. La ha registrata domenica e la ha resa pubblica sulle sue pagine social ieri. Non è un pezzo da mettere in vendita o da veicolare su Spotify. È «la risposta al terrore di Stato». È un omaggio «alla gente di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini di casa immigrati e in memoria di Alex Pretti e Renee Good». Streets of Minneapolis è anche altro. È una chiamata alle armi, non solo una protesta. Un inno che promette di «resistere per questa terra» e così facendo chiama a resistere per l’America e la democrazia americana. Springsteen non ha mai nascosto la sua opposizione a Donald Trump, senza aspettare che il presidente dimostrasse con i fatti di essere persino peggio di come il cantautore lo dipingeva.

Nei suoi concerti recenti si rivolge sempre al pubblico che denunciare quello che sta succedendo nel suo Paese.

ALLO STADIO San Siro di Milano, pochi mesi fa, aveva detto senza giri di parole che l’America «è nella mani di un governo corrotto che nega la libertà di parole e perseguita il dissenso», di «ricchi che godono nell’abbandonare in tutto il mondo i bambini alla malattia e alla morte».

Aveva denunciato il gusto sadico con cui nell’America di oggi «vengono perseguitati i poveri e i lavoratori onesti», additato «le alleanze con i dittatori» e gli attacchi alle università.

DOPO L’UCCISIONE di Renée Good, il 17 gennaio scorso, dal palco del Light of Day Winter Festival, aveva invocato una reazione forte: «Se ritenete di non dover essere uccisi per aver esercitato il vostro diritto americano a protestare, mandate un messaggio a questo presidente.

Come ha detto il sindaco di quella città: l’ICE deve andarsene da Minneapolis, cazzo!». Però il linguaggio più suo e più adeguato, la musica, Bruce Springsteen non lo aveva ancora adoperato.

Ora lo ha fatto, con la stessa durezza che Bob Dylan aveva messo nella sua feroce Masters of War, con la stessa lama affilata con la quale Woody Guthrie, moribondo, aveva inchiodato la remigrazione dei suoi tempi, perché le deportazioni c’erano già allora, nei primi anni Sessanta, in Deportees.

IN UN CERTO SENSO Streets of Minneapolis corona un percorso iniziato all’inizio degli anni Ottanta, con quel capolavoro acustico, registrato in casa, che è Nebraska. Il figlio di una famiglia operaia del New Jersey in qualche modo aveva sempre denunciato la divisione di classe e l’ingiustizia sociale del suo Paese ma in forma implicita, raccontando storie di vita, parlando dei ragazzi di tutti i colori che di quel sistema erano e sono vittime, a volte alludendo alla vita e alle sofferenze del padre operaio. Con Nebraska il tema si fa molto più preciso, tagliente, non più mascherato dal fragore del rock’n’roll o dagli spettacoli sul palco che allora erano anche più pirotecnici di oggi.

Quando Ronald Reagan, per la campagna elettorale del 1984, aveva provato a usare come inno l’allora popolarissima Born in the Usa gli aveva intimato di tirare giù le mani.

MA È STATO l’incontro con Woody Guthrie, la principale voce dell’altra America, quello che sulla chitarra aveva scritto This Machine Kills Fascists, «Questa macchina uccide fascisti», a spingerlo verso canzoni apertamente di protesta e denuncia quasi impensabili nello stile del primo Springsteen, quello di Born to Run. Da allora non ha più cambiato strada. Di politica, nelle canzoni e nella vita si è impicciato sempre più spesso. Dall’appoggio a Occupy Wall Street alla campagna elettorale per Obama, con il quale ha poi anche dato vita a un podcast diventato poi un libro di successo, Renegades, fino alla strenua opposizione a un’America che, come ripete sul palco in questi mesi, «non è quella che io ho sempre cantato». È l’esatto opposto.

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