«The New Yorker», il doc sulla voce più influente d’America


5 Jan 2026 - Corriere della Sera
di Aldo Grasso
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«Questa non è una rivista, è un movimento!». «The New Yorker at 100» (2025), il doc di Marshall Curry, ripercorre un secolo di eventi storici e culturali, collegando il settimanale al suo tempo attraverso riferimenti alla storia e alla cultura e rappresenta un appuntamento imperdibile per chi ama il giornalismo, la letteratura e l’arte, per chi crede che The New Yorker non sia solo un «miracolo editoriale» ma il frutto dell’impegno, di standard elevatissimi di scrittura, di fact-checking e di approfondimenti (Netflix).

Il 21 febbraio 1925, un nuovo settimanale faceva la sua comparsa nelle edicole di New York, promettendo di essere un «riflesso nella parola e nell’immagine della vita metropolitana». Nessuno avrebbe potuto prevedere che quella rivista, The New Yorker, sarebbe diventata una delle voci più influenti e durature della cultura americana e mondiale. Guardando agli anni trascorsi, «The New Yorker at 100» dimostra come il giornalismo possa essere allo stesso tempo elegante, critico e incisivo ma invita anche a riflettere su cosa significhi oggi fare informazione seria nell’era digitale e delle fake news.

Il doc evidenzia il ruolo centrale di The New Yorker nella letteratura, nella grafica, nell’illustrazione, nella satira e nella critica culturale (anche con le copertine e i cartoons), mostrando come una rivista possa diventare un’istituzione artistica. Senza dimenticare che il settimanale è stata la più importante palestra letteraria incubatrice del New journalism, quel giornalismo letterario che sfornerà capolavori come «A sangue freddo» di Truman Capote, uscito a puntate tra settembre e ottobre del 1965; o di «Hiroshima», l’articolo-fiume di John Hersey, uno dei primi e più influenti reportage sulla devastazione causata dalla bomba atomica sganciata sulla città giapponese il 6 agosto 1945, o «La banalità del male» di Hannah Arendt.
 
Al fondatore Harold Ross (1892-1951) è attribuita la frase diventata subito un mantra della redazione: «La rivista non si rivolge alla casalinga di Dubuque, Iowa», un avvertimento per dire che non bisognava esagerare in elitarismo ma nemmeno farsene una colpa. Ecco da dove nasce l’espressione «la casalinga di Voghera».


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