La resa di George il duro, quello di "Rumble in the Jungle"


Due volte campione del mondo dei massimi, ha battuto i più forti ma resta quello demolito da Ali
L’addio a Foreman A 16 anni salì sul ring e a 19 vinse l’oro ai Giochi di Città del Messico 1968
«Presa al laccio di un allocco» così nel 1974 passò alla storia
Si ritirò nel 1977 tornò nel 1987 e riconquistò il titolo a 45 anni

23 Mar 2025 - Corriere dello Sport
Di Dario Torromeo
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Anche adesso, che se ne è andato per sempre, rischia di pagare pegno al suo incubo più grande. Big George Foreman ha combattuto negli anni in cui i massimi schieravano autentici fuoriclasse. Ha vinto l’oro olimpico e due volte il mondiale della categoria tra i professionisti, la seconda quando aveva quasi 46 anni. Ha messo due volte KO Joe Frazier, sconfitto in un’epica sfida Ron Lyle, battuto Ken Norton. Eppure, per parlare di lui, è quasi indispensabile dire che era l’altro sul ring di Kinshasa, quel 30 ottobre 1974; il rivale demolito da Muhammad Ali.

Una sconfitta avvolge nella nebbia anni di successi ad altissimo livello. Credo sia ingiusto.

Big George Foreman merita più rispetto.

Quando la sua storia comincia, tutti lo chiamano Monk. Vive nel ghetto di Fifth Ward a Houston. A 12 anni è già un colosso, se ne sta in mezzo al marciapiede, chiedendo un pedaggio di 25 cent a chiunque voglia passare da lì. Presi i soldi, gli tira un calcione sul sedere e li manda via. A fine giornata entra in un malandato pub e spende tutti i dollari in vino. Nel tempo libero, rompe le finestre dei vicini, taglieggia i negozianti e partecipa a qualche piccola rapina. Non porta armi con sé.

«L’arma è lui!» dice Roy, uno dei fratelli.

A 16 anni scopre la boxe. A 19 vince l’oro nei massimi ai Giochi di Città del Messico '68.

Diventato professionista, mette assieme 37 vittorie. Poi, il 22 gennaio 1973, affronta Joe Frazier per il mondiale. Lo manda tre volte giù nel primo round, per tre volte lo fa volare sul ring nel secondo. Poi urla a Yank Durham, uomo d’angolo del rivale.

“Fermalo, ti prego. Non voglio ucciderlo.”

Su un gancio destro di Foreman l’altro vola ancora in aria e cade sbattendo la schiena sul tappeto. L’arbitro ferma il match. Dopo 275 secondi di pugni, George Foreman è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

Da qualche parte degli States il Mostro sorride. È un mito, ma è stato troppo a lungo fermo. Muhammad Ali non è più quello di un tempo. Anche il suo clan teme possa farsi male affrontando quell’uomo che picchia così forte.

Il 30 ottobre 1974 va in scena “Rumble in the Jungle”.

Si combatte a Kinshasa. A casa di Mobutu, il dittatore che cerca di ripulire i propri peccati, sfruttando la pubblicità generata dall’evento.

Big George si isola dal mondo. Si carica di mille dubbi, ingigantisce i problemi.

Ali ha bisogno di tre cose per vincere. Controllo della mente, del corpo e aiuto della gente. Possiede un vantaggio. Conosce la sconfitta, ne ha già sentito il gusto amaro contro Frazier e Norton. Big George si crede imbattibile. Ha 40 successi in fila.

«Vola come una farfalla, pungi come un’ape».

No, stavolta quella strada non è percorribile. Bisogna che il gorilla si stanchi di picchiare.

L’Africa è con lo sfidante. L’altro è solo un bianco travestito da nero.

Ali in quel mondiale è il più bravo. Ne gestisce ogni istante, anche quando è alle corde e subisce. Deve lasciarlo sfogare, fino al momento in cui i dubbi non invaderanno la sua testa. Negli anni la storia sarà raccontata come “presa al laccio di un allocco”. Forse è solo uno slogan, Foreman rafforza questa versione.

A fine ottobre del 2004 lo intervisto a Milano. Perché hai perso? «Ricordi come Ali ha definito quella vittoria?».

Certo. Presa al laccio di un allocco.

«Io ero l’allocco». Cosa è davvero accaduto quella notte?

«Ho sbagliato tutto. Pensavo fosse un vecchio, ero sicuro che l’avrei messo KO entro due round. E invece mi sono trovato davanti il pugile più coraggioso, l’uomo più forte che abbia mai incontrato. L’ho picchiato ripresa dopo ripresa. All’inizio del settimo round mi è venuto vicino e mi ha sussurrato in un orecchio: “È tutto quello che sai fare, George?”.

Poi, mi ha messo al tappeto. L’ho odiato per tanti anni, poi ho imparato ad amarlo».

Batte Ron Lyle al termine di una guerra pazzesca, mette ancora KO Joe Frazier. Poi, il 17 marzo 1977, arriva Jimmy Young. Nello spogliatoio, dopo la sconfitta, Foreman sente le voci, vede la sua anima staccarsi dal corpo.

«Gesù Cristo sta diventando vivo in me! Alleluia, sono nato di nuovo!» grida.

Sono allucinazioni dovute alla disidratazione, a lui sembra di avere ricevuto la chiamata del Signore.

Sta fermo dieci anni. Apre un istituto per la gioventù, predica cinque volte alla settimana in Chiesa. Poi torna sul ring.

Prima era arrogante, presuntuoso, si portava dietro la rabbia del ghetto in cui era cresciuto. Dopo assapora il dolce della vita. Diventa simpatico, spiritoso.

Sul ring è sempre lo stesso. Uno da cui è meglio stare lontani.

Il 5 novembre 1994 sconfigge Michael Moorer e dopo vent’anni torna campione del mondo dei massimi, a 45 anni e 299 giorni.

Nel 1997 si ritira definitivamente.

Da quel giorno continuerà a prendere a pugni solo la cattiveria del mondo. Il suo lavoro sarà nella promozione di hamburger, libri di cucina, griglie che annullano la negatività dei grassi. È un perfetto testimonial. È un uomo felice.

Ieri se ne è andato via per sempre.

E noi, che questo sport disperato e affascinante lo amiamo, ci sentiamo un po’ più soli.

***

76 vittorie di cui 68 per KO

George Edward Foreman, detto Big George, nato a Marshall (Texas, USA) il 10 gennaio 1949. 
Morto a Houston (Texas, USA) il 21 marzo 2025.
Alto 1.91, peso forma attorno ai 105 chili. 
Oro olimpico nei massimi a Città del Messico 1968 (in semifinale batte l’azzurro Giorgio Bambini per ko 2). 
Due volte campione del mondo dei massimi tra i professionisti. 
Record: 76 vittorie (68 per ko), 5 sconfitte (1 per KO). 
Debutto 23 giugno 1969.
Ultimo match 22 novembre 1997.

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