L’Africa in festa
AFP/EPA AIRAGGI ESCLUSIVO
Il boato per un campione mai visto: un milione sul percorso, bici ovunque
29 Sep 2025
La Gazzetta dello Sport - Lombardia
Di FILIPPO MARIA RICCI INVIATO A KIGALI
La festa è iniziata molto presto, ed è andata avanti per ore. Sulle strade di Gishushu, Minagri, Ninzi, Nyabugogo, Ruliba, Nervege, Kimisagara, Onatracom, alcuni dei quartieri attraversati dalla corsa, Kigali ha chiuso col botto la sua settimana di passione ciclistica. E poi, soprattutto, Nyamirambo con la sua kwa Mutwe, il nome in kinyarwanda, la lingua bantu che si parla qui, del Mur de Kigali, lo strepitoso strappo in cima al quale ci siamo piazzati sperando che spaccasse la gara. E kwa Mutwe non ha deluso le aspettative.
Abbiamo scalato una terrazza quasi allo scollinamento, all’altezza dei tanti sparvieri che volavano tra il drone e l’elicottero della corsa. Un palazzo in costruzione nel quale siamo stati chiusi a chiave dal padrone che, per evitare intrusi, ha piazzato sulla porta un lucchetto grande come un mango assicurandoci che sarebbe venuto a riaprire più tardi. Lì abbiamo assistito a uno spettacolo pirotecnico senza fuochi d’artificio. Quando Pogacar, Del Toro e Ayuso hanno affrontato la curva a destra che aveva materassi neri come protezioni imboccando i 400 metri di pavé di kwa Mutwe il boato ha sovrastato la musica che da ore rimbombava dagli altoparlanti dei tanti bar di Amarangwi, che vuol dire ‘pittura’. Perché le strade lì hanno tutte l’asfalto colorato.
I canti, i tamburi, la musica, la passione sincera e travolgente che li hanno accompagnati su questo percorso tremendo resteranno per sempre nella memoria dei corridori che, per la prima volta in oltre 100 anni di storia, sono venuti a lottare per la maglia iridata in Africa. Agli africani non piace quella cosa molto europea di metterli tutti sotto la stessa bandiera, ma non ce ne vorranno se diciamo che sulle strade di Kigali è stata celebrata la festa di tutta l’Africa. Otto giorni di festival mondiale a due ruote in una città con più colline che edifici religiosi e tantissime biciclette spinte da autentici idoli del pedale. No, qui per questioni economiche quelle elettriche non sono arrivate, e occhio, perché il biker di Kigali, uomo o donna che sia, gira con un mezzo dall’aria pesante che sulla parte posteriore ha un enorme cuscino imbottito di gomma rivestito con plastica colorata per difendere il fondoschiena del passeggero.
Ma la passione, quella è 100% africana. Ieri hanno finito solo in 30 su 164, il 18% dei partenti, e un solo africano, l’eritreo Ghebreigzabhier a chiudere il ‘gruppo’. Beh, le pietre polverose e irregolari del Mur de Kigali le hanno assaggiate in tantissimi: volevano prendersi il diploma di kwa Mutwe prima di essere costretti al ritiro dalle regole della corsa che escludevano quelli con più di 10’ minuti di ritardo al decimo giro. Il gruppo lì si è sgranato così tanto che l’ultimo, l’ugandese Kagimu, ha scollinato 18 minuti dopo Del Toro e Pogacar. La gente, ordinatamente piazzata dietro una corda verde, non si era mossa sostenendo tutti e dedicando boati sinceri al primo ruandese, Nsengiyumva, al brasiliano Avancini da Silva, al giapponese Todome. Alcuni corridori passavano salutando riconoscenti, ricambiati dall’amore puro di un pubblico estasiato dalla presenza del mondo su quella rampa micidiale.
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Solo uno all’arrivo: 30° e ultimo a 12’04”
Prima di piazzarci in cima a kwa Mutwe, che sarà pure un semplice strappo ma è l’icona assoluta del ciclismo in Ruanda, siamo stati in giro sul percorso: una linea continua di palchi con gente che ballava in costume locale e musicisti che con i loro strumenti hanno accompagnato la lunga attesa del milione di persone (cifra ufficiale) che ieri ha seguito la corsa. Kigali ha un milione e 700mila abitanti, quindi oltre un cittadino su due ha passato la giornata sul percorso. Curioso: quasi assente la tradizione del cibo cotto sulle strade, forse perché Kigali è stata pensata e indirizzata verso un modello europeo.
Erano in 164 al via, dei quali 21 corridori africani. Al traguardo ne è arrivato soltanto uno, 30° e ultimo: Amanuel Gebreigzabhier, 31enne di Addis Abeba, Eritrea, compagno di squadra di Ciccone alla Lidl-Trek, si è tolto una bella soddisfazione nel primo Mondiale corso in Africa. Niente da fare, invece, per Biniam Girmay, l’eritreo più noto che si è ritirato.
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