David Foster Wallace: “Scrivere? Un piacere puro, quasi genitale”


A 30 anni dalla prima edizione, torna l’opera fluviale (e di culto) “Infinite Jest”

31 Jan 2026 - Il Fatto Quotidiano
Crocifisso Dentello

“Ho grande disprezzo per tutti quelli che si lagnano a proposito di quanto sia difficile scrivere. Per me è una combinazione di realizzazione e di piacere quasi genitale”. Così David Foster Wallace in una lettera indirizzata all’amico e collega Jonathan Franzen. Del resto già 25enne licenzia le 500 pagine di La scopa nel sistema (1987, prima edizione italiana Fandango, 1999) con la grottesca disavventura di una centralinista alla ricerca della bisnonna studiosa di Wittgenstein fuggita dalla sua casa di riposo. C’è da crederci per di più perché altrimenti l’autore statunitense non avrebbe mai dato alle stampe Infinite Jest, un monumento di carta che annovera più di 1.200 pagine (con annesse 388 note in corpo minutissimo). “Sarà un buon libro da spiaggia” annunciò sornione all’editore, “nel senso che la gente potrà usarlo per farsi ombra”. La critica Kakutani del New York Times sentenziò che pareva scritto “in base al principio: più grosso è, meglio è”, subito rimbeccata dallo stesso Wallace: “Ogni riga è lì per uno scopo preciso”. Il romanzo festeggia i suoi trent’anni di vita, pubblicato negli USA il 1° febbraio 1996 (da noi approdato quattro anni più tardi per Fandango con l’eroica traduzione del premio Strega, Edoardo Nesi). Un anniversario tondo che Einaudi Stile Libero celebra con una speciale edizione cofanetto. Un testo sì sperimentale e schizofrenico – il lettore si perde in un labirinto di frasi, di digressioni continue, di interruzioni del flusso narrativo – ma proprio per questa inaccessibilità assurto a classico contemporaneo in cui tutto lo scibile viene assorbito: citazioni erudite e immaginario pop, etica e tivù commerciale, geopolitica e sesso. “Volevo parlare di cosa significa vivere in America alla fine del millennio” la spiegazione dell’autore.

Un tentativo di plot: siamo a Boston in un tempo distopico con due strutture confinanti. Da una parte, una prestigiosa accademia di tennis dove gli atleti sono strafatti perché pressati dall’agonismo e, dall’altra, un centro di recupero per tossici. Tra le innumerevoli sottotrame un gruppo separatista che vuole mettere le mani su una pellicola che ha il potere di rendere catatonici gli spettatori. Un affresco postmoderno che mostra come la dipendenza ossessiva sia la sola resistenza possibile contro dolore e alienazione (“La tristezza di chi conosce il lusso di vivere in un mondo dove ti martellano di pubblicità perché hai soldi per comprare e tempo per divertirti”, ha scritto Tommaso Pincio). Lo stesso Wallace ha intervallato periodi più sereni a periodi di abusi di droghe e alcool per tamponare una depressione già curata con psicofarmaci. Proprio il cambiamento di una terapia farmacologica pare sia stata la causa scatenante del suo suicidio all’età di 46 anni mentre era impegnato nella stesura di un romanzo sul tedio della vita lavorativa in un ufficio del fisco dell’Illinois, uscito incompiuto con il titolo de Il re pallido (Einaudi, 2011). Il 12 settembre 2008 la moglie lo rinviene impiccato nel garage di casa, a Claremont, nel sud della California.

Infinite Jest resiste nel tempo con la sua aura di leggendario “libro più parlato che letto” anche in virtù del culto postumo. Un suo editor ha dichiarato: “Talenti come il suo ne nascono uno ogni cento anni”. Qual è dunque il contributo di questo “genio con la bandana” capace di trarre reportage memorabili da una crociera ai Caraibi (vedi Una cosa divertente che non farò mai più, minimum fax, 1998) o dagli Oscar del porno o da un festival dell’astice nel Maine (vedi Considera l’aragosta, Einaudi, 2006)? Nei suoi racconti il mito dell’American Dream si infrange, ma dalla prospettiva di personaggi geniali eppure incapaci di barcamenarsi nel mondo reale: la campionessa lesbica di un quiz televisivo in La ragazza con i capelli strani (Einaudi, 1998); la depressa che costringe al suicidio l’analista in Brevi interviste con uomini schifosi (Einaudi, 2000); il maestro elementare divorato da una crisi psicotica in Oblio (Einaudi, 2004).

Non sorprende che Wallace, al pari delle sue creature di carta, sia stato una delle “migliori menti” della sua generazione. Figlio di un docente di Filosofia e di una docente di Inglese, è cresciuto con la libreria come cardine della casa. Un’intervista sulla sua infanzia è rivelatrice della sua parabola: “Ricordo i miei genitori che si leggevano a voce alta l’Ulisse a letto, tenendosi per mano”.

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BIOGRAFIA DAVID FOSTER WALLACE (1962-2008)

Scrittore e saggista americano, vantava altresì una formazione da logico matematico: estro particolarissimo, penna fluviale e annosi problemi di depressione, che lo portarono al suicidio a soli 46 anni. Il suo romanzo “Infinite Jest”, uscito 30 anni fa, è stato citato dalla rivista “Time” come uno dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005, mentre il “Los Angeles Times” ha definito Wallace “uno degli scrittori più influenti e innovativi degli ultimi 20 anni”. L’ultimo romanzo, incompiuto, “Il re pallido”, è uscito postumo nel 2011.

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