Sarajevo '84 - I cannoni del Trebevic



Il Manifesto
Sabato 31 Gennaio 2026
Pagina 18

LUCA MANES
Per salire sul più imponente monte che guarda dall’alto Sarajevo, il Trebevic, basta prendere la funivia che parte da una delle stradine a ridosso del lungo fiume. A due passi ci sono forse la moschea più bella della capitale bosniaca, quella dell’Imperatore, e il museo del birrificio inaugurato addirittura in epoca ottomana, nel 1864. Un giro sulla funivia assicura una vista splendida della città, ma soprattutto conduce nei luoghi dell’Olimpiade invernale del 1984. Un momento di gioia e spensieratezza per un Paese, la Jugoslavia, che di lì a poco sarebbe imploso sotto il folle e sconsiderato peso dei nazionalismi e dell’odio etnico-religioso. Il Maresciallo Tito era già morto da quattro anni, ma era stato proprio lui, nel 1978, a realizzare quello che fu definito una sorta di miracolo: ospitare in una delle più povere repubbliche slave una delle competizioni sportive internazionali più importanti: i Giochi olimpici invernali.

La funivia, che abbiamo preso in un caldo pomeriggio di aprile dello scorso anno, è uno dei tanti Giano bifronte del recente passato di Sarajevo. Prima simbolo di orgoglio e progresso, poi della rovina e dei lutti che colpirono uno dei luoghi che più hanno segnato la storia del Secolo Breve.

Al principio dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro tremendi anni (dall’aprile 1992 al febbraio 1996) e costato oltre undicimila vite umane, la funivia fu distrutta, così da permettere alle truppe serbo-bosniache di tenere sotto scacco la città proprio dal monte Trebevic, dove erano acquartierate e da dove i loro cannoni facevano scempio dell’inerme popolazione locale. A soccombere fu anche la pista di bob e slittino costruita per i Giochi.

Dei tre chilometri originali rimangono vari tronconi, ricoperti da grafiti e visitabili a piedi, mentre delle tribune spuntano pochi detriti nella rigogliosa natura che pian piano ha riconquistato quel pezzetto di Balcani.

Non distante c’è l’hotel Igman, anch’esso totalmente abbandonato. Nel 1984 era adibito a villaggio olimpico, poi fu trasformato in albergo fino alla guerra, quando nelle sue stanze furono rinchiusi i prigionieri delle truppe serbo-bosniache.

A proposito di alberghi, anche l’Holiday Inn è un altro controverso emblema di quei convulsi decenni. Tra i più importanti edifici realizzati ex novo per le Olimpiadi, è stato poi residenza di Radovan Karadzic, l’ex presidente della Repubblica serbo-bosniaca, criminale di guerra e responsabile, tra l’altro, del massacro di Srebrenica. Anche dall’Holiday Inn hanno sparato i cecchini sotto il comando di Karadzic in quella che era definita la «Sniper Alley», uno dei punti più pericolosi della città, nelle immediate vicinanze della linea del fronte.

A Sarajevo la nostalgia e il ricordo di quei giorni di festa e serenità del febbraio del 1984 sono ben presenti. Oltre al Museo delle Olimpiadi, spunta un po’ ovunque l’effige di Vucko, il sorridente lupetto mascotte della rassegna. Sul Trebevic si incontrano tanti turisti, ma anche un po’ di locali, che si riappropriano di un luogo funesto e per anni impraticabile a causa delle numerose mine disseminate nel terreno.

Come per l’inattesa assegnazione dei giochi, anche per il loro svolgimento si parlò di miracolo.

Fino a una manciata di ore prima dell’inaugurazione era stato un inverno molto, troppo mite. Il monte Trebevic era tutto verde e non bianco come ci si aspettava.

Ma con il più classico colpo di teatro, il giorno prima del via ai Giochi iniziò a nevicare copiosamente. Il sogno di Tito era salvo. Di neve ne fece talmente tanta che per rassettare le piste dovettero accorrere migliaia di volontari, tutti ben contenti di dare il loro contributo per uno degli ultimi esempi di convivenza e successo per l’ex Jugoslavia.

Su piano sportivo furono Olimpiadi dominate da URSS e Germania Est, poi assenti per il celeberrimo boicottaggio all’edizione estiva di Los Angeles – allora i Giochi si tenevano entrambi lo stesso anno. Ma gli atleti a entrare del mito furono i pattinatori britannici Jayne Torvill e Christopeher Dean con la loro interpretazione del Bolero di Ravel, una delle pietre miliari dello sport mondiale. L’Italia vinse due ori: uno inaspettato con la sciatrice Paola Magoni, un altro con il bis 12 anni dopo Sapporo 1972 di Paul Hildgartner. Uno slittinista che non poteva sapere il tragico destino che attendeva la pista su cui aveva trionfato.


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