Hockey - USA-URSS 1980, miracolo sul ghiaccio
Il manifesto - sabato 31 gennaio 2026
Paolo Bruschi
Lo scorso dicembre, si è concluso alla Casa Bianca un iter legislativo bipartisan che ha onorato con la medaglia d’oro del Congresso la squadra di hockey su ghiaccio che nel 1980 si aggiudicò le Olimpiadi di Lake Placid. Il presidente Donald Trump si è riferito a quel successo come a «uno dei più grandi momenti nella storia dello sport statunitense», che, come scritto nella legge approvata, contribuì a «rivitalizzare il morale americano al culmine della Guerra fredda, ispirare generazioni e trasformare lo sport dell’hockey negli Stati Uniti».
A spiegare tanta retorica a 45 anni di distanza non bastano i meri contorni sportivi, che pure furono notevoli. Alla vigilia dei Giochi, l’Unione Sovietica era la netta favorita, con altrettanti ori nelle ultime quattro edizioni e uno strabiliante record di 27 partite vinte e una sola sconfitta. Gli Stati Uniti erano inoltre la squadra con la più bassa età media del torneo e i giocatori provenivano come era regola all’epoca dalle università, mentre i sovietici erano professionisti camuffati da dilettanti, essendo a libro paga di corpi militari o complessi industriali solo per giocare a hockey. Nell’ultima amichevole di preparazione, giocata al Madison Square Garden di New York, la nazionale dell’Urss aveva ribadito la propria superiorità con uno schiacciante 10-3. Tredici giorni dopo, il 22 febbraio 1980, nel gironcino per l’assegnazione delle medaglie, le cose andarono diversamente: gli Usa passarono in svantaggio per tre volte, ma nel terzo periodo ribaltarono il punteggio e resistettero ai furibondi assalti avversari, prevalendo per 4-3.
L’oro fu in effetti conquistato con la successiva vittoria sulla Finlandia, ma fu l’insperato trionfo contro i sovietici, transitato dalla cronaca alla storia come il «miracolo sul ghiaccio», a innescare dimenticate manifestazioni di patriottismo con tante bandiere a stelle e strisce quante non se ne vedevano dagli anni '60, quando però venivano bruciate per protesta e non sventolate in segno di giubilo.
LA CRISI
L’America che si affacciava agli anni '80 era un Paese depresso. L’onda lunga della crisi petrolifera del 1973 con il corollario di inflazione e disoccupazione non pareva rifluire; lo scandalo Watergate e le dimissioni di Richard Nixon avevano mostrato che la corruzione era giunta fino alla Stanza Ovale; l’ignominiosa fine della guerra in Vietnam, da cui i marines erano scappati precipitosamente nel 1975, aveva umiliato l’intero paese. Poi, alla fine del 1979, accaddero due avvenimenti che plasmano ancora oggi le relazioni internazionali: in novembre, l’ambasciata americana a Teheran, dove l’ayatollah Khomeyni aveva instaurato un regime teocratico ostile all’Occidente, era stata assaltata da centinaia di studenti, che avevano preso in ostaggio funzionari e dipendenti; il giorno di Natale, l’Armata Rossa aveva invaso l’Afghanistan per soccorrere il traballante regime comunista, iniziando un’occupazione e una guerra che avrebbero contribuito al crollo dell’Unione Sovietica, ma che sul momento sembrarono un altro punto per il Cremlino nella competizione della Guerra fredda.
In questo scenario, il «miracolo sul ghiaccio» esondò subito dal mero alveo sportivo e divenne una costruzione discorsiva incentrata sulla speranza e sul riscatto. Sul collegamento, retorico e psicologico, fra l’affermazione sportiva e quel cruciale tornante storico, si sono cimentati vari storici americani.
Nel solco della teoria di Eric Hobsbawm, che vede negli atleti le espressioni primarie della comunità di appartenenza e soldati per procura nel perenne conflitto nazionalistico, alcuni hanno letto nel successo di Lake Placid un percorso di rigenerazione nazionale, quasi una parabola pedagogica su come l’America avrebbe potuto risollevarsi da una percepita decadenza politica, economica e culturale.
Anche la scelta della sede olimpica fu reinterpretata alla luce della clamorosa sconfitta del titanico Golia contro il piccolo e coraggioso Davide. Lake Placid era infatti una minuscola città. Nel nord dello Stato di New York, contava appena 2300 abitanti, che all’allestimento della kermesse olimpica dedicarono più ore di volontariato disinteressato che di specialistica competenza: il sindaco gestiva un caseificio, un elettricista operava nel comitato organizzatore e il responsabile del protocollo olimpico era un dj della locale stazione radio. Il disordine organizzativo che ne discese fu elogiato come espressione di autenticità e la retorica del «piccolo che resiste» soffuse di mito una vittoria dovuta all’indomita determinazione di un pugno di volenterosi.
QUASI DILETTANTI
La narrazione venne qui rafforzata dall’insistenza sul contrasto fra i navigati giocatori sovietici, finti amateur, e gli studenti americani con la passione dell’hockey. In realtà, anche negli Stati Uniti, l’adesione al dogma del dilettantismo era più dichiarata che praticata. Dopo tutto, dalle università uscivano, come ancora adesso, i migliori talenti e molti dei medagliati avevano già firmato sontuosi contratti per giocare nella National Hockey League. Inoltre, la squadra aveva ricevuto finanziamenti consistenti e lauti stipendi, si era preparata intensamente per sei mesi e aveva disputato oltre 60 partite pre-olimpiche. Per tacere della pioggia di film, spot e merchandising, che dopo i Giochi cancellarono rapidamente la presunta purezza anti-commerciale della selezione americana.
RONALD REAGAN
In definitiva, l’edificante narrazione che si impose sui media e nel discorso pubblico alimentò un’ondata di ottimismo e di fiducia che fu il maggior lascito di quell’evento, nella cui scia si pose con straordinario tempismo e fiuto politico un leader inaspettato e in principio assai sottovalutato: a capitalizzare quel sentimento di auspicata riscossa, fu l’ex attore Ronald Reagan, che nel novembre seguente vinse le presidenziali con lo slogan «Let’s make America great again», oggi tornato di gran voga.

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