Novak Djoković - Nole palleggiava nel bunker mentre Belgrado bruciava


Illustrazione di Francesco Federighi

Non solo tennis A 39 anni riesce ancora a competere con i primi. 
Vegetariano, serbo, ostinato, poliglotta, metodico: la sua personale battaglia contro i vaccini per il Coronavirus gli è costata uno slam

4 Feb 2026 - Il Fatto Quotidiano
Pino Corrias

Novak Djoković, detto Nole, detto Djoker e persino Cavallo pazzo, è uno di quei rari fuoriclasse che vincono anche quando perdono. Ha il dritto micidiale di Muhammad Ali. Il rovescio elastico di Maradona. La velocità di Jesse Owens. La resistenza mentale di Fausto Coppi. Da una ventina d’anni sta al centro di tutte le diagonali del tennis mondiale disegnate sull’erba, sulla terra rossa e sul sintetico. Altrettanto lo fa nella politica, nelle polemiche, nello stile di vita caratterizzato da massima riservatezza oltre che da un patrimonio sontuoso, 200 milioni di euro guadagnati in carriera, più 25 ogni anno dagli sponsor.

In attesa di compiere i suoi 39 anni, è volato agli Australian Open per infilarsi tra i due ragazzini che si giocano gli Slam come fossero tappi di bottiglia sul loro marciapiede privato e che hanno, più o meno, l’età della sua carriera: faccia d’angelo (Jannik) Sinner, 24 anni, e Carlitos Alcaraz, 22. Il primo, Djoković se l’è mangiato in cinque set da 4 ore e 9 minuti, respirando imperturbabile una forza crescente che sembrava nutrirsi della rabbia e della fretta della nostra maggior gloria tennistica, anche se viaggia con targa di Montecarlo. Dal secondo è stato a sua volta mangiato in quattro set, “per troppe variazioni di ritmo”, come dicono i soloni accomodati tra i popcorn della tribuna, ma incassando la sua millesima coppa di gloria al merito per l’impresa; che ha vinto perdendo.

Tirate le somme dei punti incassati e di quelli smarriti, Nole è il più grande tennista di tutti i tempi. Ha incoronato 24 Slam, più di cento tornei. È stato il numero uno del mondo per 428 settimane, il più a lungo di tutti. Ha spodestato i due re regnanti degli anni Dieci, Rafael Nadal e Roger Federer, e tutti i principi a seguire, da Andy Murray, fino allo svizzero Stan Wawrinka. E lo ha fatto prendendosi per intero la scena da quando, nel 2011, ha vinto tre Slam su quattro, trattato dalla critica come l’intruso arrivato a guastare la festa ai due “belli e bravi”.

Novak Djoković, bello e bravo, nel senso delle favole da rotocalco, non lo è mai stato. Viene dalle tensioni geopolitiche e religiose della Serbia. È nato nel 1987 a Belgrado, dove il Danubio e la Sava, trasportando tutte le schegge acuminate dei Balcani di Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, confluiscono dentro alle rivendicazioni nazionaliste della Serbia, pronte a voltarsi in rancori e guerra. Lui dentro la guerra ci è cresciuto. A 6 anni respira il buio e lo spavento nei rifugi antiaerei, con madre, padre e palline da tennis, mentre 13 Paesi della Nato, dagli Stati Uniti all’Italia, passando per Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, bombardano per 78 giorni di seguito il cuore dell’Europa, infischiandosene del veto ONU. E soprattutto giocando una partita con in palio il Kosovo, talmente sproporzionata per le forze in campo, da alimentare, dopo la sconfitta, altro nazionalismo, anziché spegnerlo. Lui quella rivendicazione identitaria se l’è portata su ogni campo dove ha giocato, addestrandosi alla resistenza e alla rivalsa.

A scoprire il suo talento è stata Jelena Genčić, maestra di pallamano e discreta giocatrice di tennis (“la mia seconda madre”) che lo allena per prima, lo vede crescere e migliorare al punto da convincere i genitori a mandarlo all’accademia del tennis di Monaco, in Germania, un sacrificio da 50 marchi il mese. Ben spesi, visto che quando vincerà i suoi primi tornei internazionali nel 2001, a 14 anni, la maestra non ha più dubbi e pronostica: “Tu un giorno arriverai a Wimbledon”.

Nole ascolta e invece di sognare, studia e impara. Dirà: “Da bambino cercavo di avere qualcosa di ogni campione che vedevo giocare per poi rielaborarlo e superarlo. Mi riferisco alla risposta di Agassi, al servizio di (Pete) Sampras, ai colpi al volo di (Patrick) Rafter e di (Stefan) Edberg. Tutto è cominciato così”.

Un pezzo alla volta costruisce il suo identikit tecnico che a 18 anni e 5 mesi lo porta tra i primi cento giocatori del mondo: attacco vincente, difesa insormontabile, efficace dal fondo e dalla rete, specialista nel rovescio a due mani e nel dritto con massima rotazione. Colpi ai quali aggiunge freddezza mentale, strategia, resistenza al dolore. Non per nulla si aggiudica la partita più lunga della storia recente, 5 ore e 53 minuti, contro Nadal, agli Australian Open del 2012. Da allora fa tutto quello che gli specialisti della tecnica si aspettano, e li sorprende innovandola.

Fuori del campo (invece) fa quello che quasi nessuno si aspetta. Rifiuta il ruolo dell’atleta accomodante, neutrale, aziendale. Ha studiato da autodidatta, parla fluente cinque lingue. Ha moglie, due figli, nessun cedimento alla mondanità e al gossip. È ossessivo nel controllo del corpo e del dettaglio. Mangia vegano, iniziando ogni giornata con acqua calda, limone e frullati verdi. Dice: “Non è una dieta, ma una disciplina”. E aggiunge: “Lo faccio per rispetto del pianeta e degli animali”. Medita negli ashram buddisti e prega nelle chiese ortodosse. Negli anni del Covid-19 ha rifiutato i vaccini al punto da rinunciare a tornei dove il vaccino era obbligatorio. Si è fatto espellere dagli Australian Open nel 2022, dividendo il suo pubblico tra chi lo considerava un ribelle pericoloso per la salute degli altri atleti, o un guerriero che per coerenza difende le proprie scelte personali.

Ha spigoli nel carattere, prende in giro gli altri, persino il pubblico, mai se stesso. Se ne frega delle critiche e delle squalifiche. Non nasconde la rabbia, la usa. Qualche volta contro i giudici e le racchette che ha distrutto in campo. Spesso la maneggia anche politicamente, in nome delle sue radici. Si è sempre dichiarato patriota serbo, rivendicando il suo legame identitario con il Kosovo. E dedicando una parte del suo tempo alla Fondazione, creata con la moglie, che fino a oggi ha insegnato gli alfabeti della vita e del tennis a più di 50 mila bambini svantaggiati, ha finanziato iniziative filantropiche, compreso un ristorante per poveri e senzatetto a Belgrado.

In Serbia è considerato un eroe nazionale. Specialmente ora che ha voltato le spalle al regime di Aleksandar Vučić (Presidente della Serbia, ndr), dopo la strage della pensilina ferroviaria, a Novi Sad, anno 2024, crollata per negligenza e corruzione, 16 ragazzi morti. Per mesi, da allora, le università della Serbia sono state occupate, ogni città è stata attraversata da manifestazioni con le bandiere della “rivoluzione colorata”. La più scenografica, quella ciclistica a Bruxelles e Strasburgo, con centinaia di studenti ai quali Djoković ha donato altrettante biciclette. In molti pronosticano un suo futuro in politica. Ha i numeri e l’ostinazione per farlo. Sempre che le molte solitudini imparate sul campo gli abbiano insegnato a pensarsi collettivo.

***

È ANCORA IL NUMERO 3 AL MONDO

CON LA FINALE degli Australian Open, Novak Djoković si conferma ancora, alla soglia dei 40 anni, uno dei più forti tennisti in circolazione. 
Del resto il torneo australiano l’ha vinto 10 volte in carriera. 
Ha vinto anche 7 volte Wimbledon, 4 volte l’open statunitense e tre volte il Roland Garros
Nella classifica ATP è oggi terzo, dietro Alcaraz e Sinner.

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