Piqué, l’indipendentista spagnolo

Controversa conferenza del difensore catalano: «Gioco in Nazionale, ma non sono incoerente»

di FILIPPO MARIA RICCI
Gazzetta dello Sport, 5 ottobre 2017

Domenica le lacrime, lunedì i fischi e gli insulti, ieri le parole. Gerard Piqué è il suscettibile centro di gravità permanente della Spagna che domani giocherà contro l’Albania, una partita di cui nessuno parla. 
Piqué ci ha messo la faccia, ha insistito più volte sui termini rispetto e dialogo ma ha fallito in quella sua idea un po’ paracula di provare a convincere e abbracciare tutti. Gerard si sente catalano ma vuole giocare con la Spagna, flirta con l’indipendenza catalana ma non vuole inimicarsi coloro che la vedono come un colpo di stato, passa dalla difesa della creazione di un nuovo Stato come la Catalogna alla rivendicazione della globalità di un mondo senza confini rappresentata dai suoi figli multinazionali, viene scorticato di fischi ogni volta che esce dalla sua regione ma dice che invitandoli a cena convincerebbe gli haters ad amarlo, si pizzica via-social network con Sergio Ramos ma afferma che con il madridista ha un rapporto fenomenale e farà addirittura affari con lui.

CATALANO O SPAGNOLO
Il problema per Piqué è che la Spagna sta vivendo la peggior crisi sociale e politica dalla morte di Francisco Franco, che da Barcellona spingono a tavoletta per l’immediata dichiarazione unilaterale d’indipendenza e da Madrid fanno lo stesso con l’Articolo 155, quello che revocherebbe d’ufficio non l’indipendenza ma addirittura l’autonomia della Catalogna. La Spagna è al limite, rischia di disgregarsi e predicare il catalanismo indossando la maglia della nazionale di un Paese dal quale la Catalogna vuole separarsi è impresa complessa. 


OCCHIO AI FOLLOWERS 
Piqué ieri si è presentato a sorpresa in sala stampa a Las Rozas e ha parlato per 35 minuti rispondendo a 25 domande. Gli è stata rimproverata una certa ambiguità: 
«Se sono indipendentista o no? Questa è la domanda da un milione di dollari, e ovviamente non ve lo dico. Perché credo che noi calciatori siamo figure globali per cui non posso dichiararmi per un lato o per l’altro: perderei la metà dei miei seguitori, siano essi catalani o spagnoli, perché ormai la gente mette la politica prima di tutto. I miei figli sono colombiani, libanesi, catalani e spagnoli: viviamo in un mondo globale nel quale i Paesi sono qualcosa di molto relativo quindi la mia risposta non conta. In Spagna c’è un problema politico molto grande... tutto molto radicale, o si trova una soluzione, un punto d’incontro attraverso il dialogo, o la cosa peggiorerà e ripercussioni e conseguenze non le può prevedere nessuno».


PADRE E FIGLIO Dopo aver rivendicato il diritto a parlare di politica, «come un cameriere, un meccanico o un giornalista, non capisco perché i calciatori non possano farlo», quando gli dicono che lunedì il parlamento catalano potrebbe dichiarare l’indipendenza si trasforma in un calciatore senza idee: 
«Non ci ho pensato, non ho valutato la cosa, non ho riflettuto su cosa voglio. In questo momento penso solo a giocare venerdì, è la cosa più importante, prioritaria, anche perché venerdì viene prima di lunedì». 

E il discorso del re ascoltato martedì sera da oltre 12 milioni di spettatori tra  cui 83 catalani su 100 che erano davanti alla tv? 
«Non l’ho sentito, stavo giocando a carte coi compagni». 
Superficialità improvvisa, doppiata da questo paragone: 
«La Spagna e la Catalogna sono come un padre con un figlio che a 18 anni vuole andare via di casa. La Catalogna si sente trattata dalla Spagna in un modo che è lontano dalla realtà delle cose. Ci sono due opzioni: che la Spagna si sieda col figlio per dialogare o che il figlio se ne vada. Trattare non costa nulla». 
Il punto è che il figlio sembra aver già deciso di andarsene, senza parlare col padre. 


INDIPENDENDENTISTA IN MAGLIA ROSSA 
E se dovesse scegliere tra la maglia della Spagna e quella della Catalogna? 
«Non so cosa farei, non ci ho pensato. Il processo d’indipendenza magari dura 2-3 anni come quello per l’uscita del Regno Unito dall’Europa dopo la Brexit: avrò 32-33 anni e magari non dovrò neanche pensarci». 
Però, un attimo prima aveva detto che ha pensato di restare in nazionale anche dopo Russia 2018, quindi le date potrebbero coincidere, e poi se la Catalogna varerà l’indipendenza la prossima settimana forse sarà obbligato a scegliere già in novembre. Magari, deciderà di restare con la Roja, come ha fatto in questi giorni: 
«Sì, ho pensato di mollare tutto, ma ho deciso di non farlo perché sarebbe stato un lusso per quelli che fischiano e insultano. Non se lo meritano. Mi sento forte per lottare e ribaltare questa situazione, c’è tanta gente in Spagna che mi stima e mi è vicina. La mia posizione non è incoerente, e porto le cose all’estremo: non è il mio caso, ma io credo che un indipendentista possa giocare con la nazionale spagnola. Perché non c’è una nazionale catalana e perché l’indipendentista non ha nulla contro la Spagna, così come il catalano, anche quello che vuole la secessione, non è contro la Spagna, vuole semplicemente il suo Paese. Alla fine si porta tutto al sentimentalismo e al fanatismo, ma qui siamo solo un gruppo di persone che vuole che la Spagna vinca, niente di più». 

Una versione piuttosto semplicistica se si guarda alla realtà dei fatti; ma Gerard vuole tutto.

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