Mario Cipollini, la storia di un mito
Tuttobici Numero: 6 Anno: 2005
di Bibi Ajraghi
«Era una domenica del giugno 1974, quando andai col mio babbo Vivaldo a Porcari. Avevo poco più di sette anni. Era la mia prima corsa in bicicletta. Avevo una Fanini azzurra con pedivelle così lunghe che mi massacravano il polpaccio. Pronti-via, ed ero in testa. Facevamo due giri di un chilometro ciascuno e quella volta non ci fu bisogno della volata. Arrivai tutto solo, con un vantaggio enorme».
Così Mario Cipollini, ricorda e racconta la sua prima gara. Il fratello Cesare a quel tempo era uno dei dilettanti più promettenti, correva anche la sorella Tiziana, e papà Vivaldo, con una passionaccia per questo sport, aveva gareggiato fino alla soglia del professionismo all'epoca di Ercole Baldini e Gastone Nencini, prima di scendere di bicicletta e salire su un camion che sarebbe diventato la sua seconda casa.
Mario è nato e cresciuto in mezzo alle biciclette, nella bella villa su due piani a San Giusto di Compito, frazione di Capannori ai piedi del Monte Serra, in mezzo agli ulivi. «Ricordo che quella domenica del '74, a Porcari, mi premiarono con una coppa, un mazzo di fiori e un bacio della miss. Mi sembrava di sognare, la cerimonia era quasi come quella riservata ai corridori grandi, professionisti».
Papà Vivaldo, inutile dirlo, era felice come un bimbo per il suo bimbo. Ma la gioia durò davvero poco: una questione di minuti. I giudici si avvicinarono a papà Vivaldo, e prendendolo in disparte gli comunicarono che sulla bicicletta del suo figliuolo c'era qualcosa che non andava: era stato montato un rapporto più lungo di quello previsto dal regolamento. «Compresi in quel momento che l'altare e la polvere fanno parte della stessa favola...».
Un brutto colpo, ma anche un segno del destino, che formò il carattere di quel ragazzino di nome Mario Cipollini. Quel contrattempo è roba da predestinati del pedale. Anche ad Alfredo Binda capitò di essere squalificato in Francia, dopo aver vinto al debutto la "Primi Passi Morini", perché non aveva risposto al secondo appello. Cipollini non si buttò giù. Anzi, fece di più e di meglio, come nel suo carattere: vinse 17 delle 18 gare alle quali prese parte in quella stagione. «Ne persi solo una, arrivando secondo dietro a Stefano Della Santa, perché forse mi spaventò l'idea di avere la sua ombra dietro la mia schiena: non c'ero abituato, mi condizionò».
L'infanzia di Mario Cipollini è stata felice quanto spericolata. A sei anni rubò la 500 di mamma Alfreda per fare un giretto intorno a casa. Un giorno, per fare un dispetto, allentò i freni alla bicicletta che nonna Maria avrebbe usato in discesa. E mamma Cipollini ricorda ancora oggi benissimo di quando buttò la bici di Mario dal balcone perché lo aveva visto sfiorare un frontale con un camion.
Ma il ciclismo ha anche salvato la vita al piccolo Mario. Dopo un avvio vincente e stravolgente, da piccolo cucciolo di Re Leone, ad un certo punto l'incantesimo sembrava essersi rotto. A 14 anni, mentre era esordiente, Mario cominciò ad accusare debolezza e con troppa frequenza aveva febbre. Le prime visite suggerirono terapie al cortisone, ma la febbre non voleva saperne di andarsene. I Cipollini cominciavano a temere qualcosa di grave e la disperazione aumentava in maniera esponenziale. Il giorno stesso in cui l'Italia del presidente Pertini era davanti alla tivù a seguire la tragica vicenda di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano, Mario entrò in ospedale a Lucca per l'ennesima visita di controllo. E fu quel giorno che avvenne quello che i Cipollini definiscono ancora oggi un "miracolo". Il dottor Quilici intuì che Mario soffriva di sarcoidosi polmonare, una malattia rarissima, che avrebbe portato i suoi polmoni a rinsecchirsi fino a diventare causa di morte. «Io sono malato di cancro e sto per morire, ma tu ne uscirai più forte di prima e porterai la maglia gialla sulla mia tomba», disse il dottor Quilici nel salutare Mario.
«Ricordo che andai in pellegrinaggio a Castellania con i miei genitori per deporre fiori sulla tomba di Coppi, come per un rito di ringraziamento. Dodici anni dopo, andai a trovare il dottor Qulici e posai sulla sua tomba un mazzo di fiori e una maglia gialla, quella che conquistai al Tour del '93...».
Mario è sempre stato un ragazzo molto esuberante. Piero Pieroni racconta che un giorno andò a casa Cipollini per trattare il passaggio di Cesare nella Gis e per avere due minuti di pace dovettero legare Mario a un ulivo. A scuola se la cavava molto bene, ma non si applicava. Si disinteressava per mesi e con uno sprint dei suoi riusciva a salvare proprio al fotofinish l'anno scolastico.
Nelle categorie giovanili ha vinto 125 corse, cambiando tre squadre: Velo Club Coppi Lunata, Fanini Porcari e Serri-Berneschi (Bottegone) tra i dilettanti. Il primo grande successo arrivò nel 1985, quando riuscì a portare a casa la maglia iridata della 4x70 chilometri riservata agli juniores. Assieme a lui, a comporre il quartetto azzurro sulle strade di Stoccarda, c'erano Dametto, Gallerani e Lorenzi.
Mario avrebbe anche potuto vincere un oro olimpico, nell'88, a Seul, che invece finì al tedesco Olaf Ludwig, atleta che Mario batteva regolarmente. Il problema è che quell'Olimpiade il giovane Cipollini fu costretta a seguirla in tivù, visto che poco prima pensò bene di fare un frontale con un camion a 120 all'ora. Se la cavò con una botta alla testa e una al ginocchio, ma addio sogni a cinque cerchi, proprio alla vigilia del passaggio tra i professionisti, con la maglia giallonera della Del Tongo, dove ad attenderlo c'erano Fondriest e Chioccioli.
«Ho corso al suo fianco, nella Del Tongo, quando Mario passò professionista - racconta Cesare, il fratello maggiore, con alle spalle dodici anni di professionismo -. Compresi al volo che sarebbe diventato un grandissimo».
Se Mario è diventato quel che è diventato lo deve anche un po' a lui. Grandissimo talento, tutto genio e sregolatezza, Cesare era ancora junior quando venne convocato per l'Olimpiade di Montreal '76, dove corse (grazie a una deroga) nel quartetto dell'inseguimento su pista con Beppe Saronni, Rino De Candido e Sandro Callari. Gli pronosticavano una carriera alla Saronni, ma non decollò di fatto mai, pur correndo nella massima serie dal 1978 al 1990.
«Mario l'ho sempre visto poco, anche perché ero sempre via con le nazionali di pista e strada e perché mi sono sposato a vent'anni. Lo seguiva soprattutto papà Vivaldo. Ricordo però di averlo visto doppiare tutti in una gara per giovanissimi a Santa Croce sull'Arno. Quando era junior e dilettante si allenava con me e lo vedevo fare volate da brividi anche in allenamento. Così alle gare dei professionisti avvertivo i vari Saronni, Bontempi e Baffi: "Cercate di vincere adesso tutto quel che potete, perché appena passa mio fratello non vincerete più una volata". Quando Mario è passato hanno cominciato a capire cosa intendessi dire. A cominciare dal Giro di Puglia '89, dove a tirargli le volate c'ero anch'io in maglia Del Tongo».
Proprio così: nel primo "treno" di Mario Cipollini c'erano anche il fratello Cesare e Franco Chioccioli. A Rutigliano, Giro di Puglia '89, prima stagione tra i professionisti, Cipollini lasciò i compagni a 250 metri per liberare quella che sarebbe diventata una "griffe" assolutamente sua, la sua proverbiale progressione: una prolungata esplosione di potenza, che lo rendeva nel gesto della volata unico. Per eleganza e presenza scenica. Un artista. In quel gesto c'era la potenza di "Ciclone" Bontempi, la scelta di tempo di Saronni, l'imponenza di Van Steenbergen e poi c'era qualcosa che era assolutamente suo: l'eleganza, appunto.
Cipo ci prese subito gusto e bissò il primo successo il giorno dopo, a Taranto e il tris nell'ultima tappa, sull'arrivo in leggera salita di Martinafranca. Dopo quel Giro di Puglia, il ciclismo aveva trovato un nuovo protagonista. Che al suo primo Giro d'Italia si sarebbe immediatamente ripetuto. Vinse la sua prima tappa a Mira, dopo una lunga serie di piazzamenti. Gabriele Mugnaini era nello staff di quella Del Tongo, e in pratica fino alla fine è stato il suo massaggiatore personale.
«Fin dal primo raduno ci disse che avrebbe messo in fila tutti i più forti velocisti del mondo - ricorda - . Lo confesso: lo guardavo stranito e pensavo tra me e me "ma guarda questo ragazzino. Ne ho visti tanti di gasati, ma come questo mai". E invece con gli anni ho capito che aveva ragione. Non c'è mai stato un velocista così. Con lui capacità e convinzione dormono nello stesso letto».
Il secondo anno tra i professionisti cominciò in ritardo perché Mario ebbe un incidente in jeep, con Ballerini, mentre stava raggiungendo il raduno della Del Tongo. Debutto stagionale rinviato alla Tirreno-Adriatico, ma alla Tre Giorni di La Panne, tradizionale avviacinamento alle Classiche del Nord, centrò una tappa. Duro e amaro invece il confronto con la Parigi-Roubaix. Cipollini si lanciò con ardore ma cadde dopo la Foresta di Arenberg e finì la corsa in ambulanza con un ginocchio insanguinato: 37 punti di sutura. Quando gli chiesero se avesse paura della Roubaix, lui rispose seccamente: «Nella mia vita ho avuto paura soltanto di Belfagor, il fantasma del Louvre di una vecchia serie televisiva. Per il resto non c'è corsa o avversario che mi abbia mai spaventato».
Prima ancora che gli togliessero i punti, Mario rivinse due tappe del Giro di Puglia. Poi la Milano-Vignola e due tappe del Giro, a Udine e Milano, salendo sull'ultimo podio accanto a Bugno fasciato dalla maglia rosa.
I primi anni Novanta furono gli anni della costruzione di Cipollini come campione di caratura mondiale. L'avversario di riferimento era l'uzbeko Abdujaparov, con il quale inscenò duelli rusticani al Giro e alla Gand-Wevelgem. Cipo perse la classica fiamminga nel '91, ma vinse nel '92 per squalifica di Abdu e stravinse nel '93, quando a tirargli la volata c'erano Tchmil, Ballerini e Museeuw, altri fuoriclasse del dream-team MG-GB. Con quel gruppo straordinario, Re Leone debuttò al Tour nel '93. Vinse la volata di Les Sables d'Olonne e vestì la maglia gialla, il 7 luglio, dopo la cronosquadre di Avranches.
PARTE 2
Arriva la stagione 1996 e Mario si mette in testa che nella sua personalissima collezione di maglie manca quella tricolore. Vuole assolutamente diventare campione d'Italia e lo diventa, a Monteveglio, grazie anche ad un gran lavoro di contenimento della sua Saeco, che non si fa sfuggire nemmeno una mosca, e alla fine lancia il suo uomo veloce.
Ma quel che più conta è che il più amato dalle italiane è finalmente campione d'Italia. Dopo aver già vestito il verde e il giallo al Tour, il rosa, l'azzurro e il ciclamino al Giro d'Italia, Mario Cipollini, il Re delle volate conquista a Monteveglio, nei pressi di Bologna, il primo titolo italiano della carriera.
«Una maglia tricolore la conquistai anche tra i dilettanti, quando ero militare. Proprio dieci anni fa, ero alla compagnia atleti di Bologna e vinsi il tricolore militare a cronometro».
E così, il Re Leone, idolatrato dagli amanti delle due ruote per le sue poderose volate, centra a Monteveglio la quindicesima vittoria stagionale, la novantacinquesima in carriera, ma soprattutto la prima vera vittoria di peso.
«Tutti i miei compagni sono stati fantastici, anche se nella volata finale un po' di paura l'ho avuta. Ho temuto di perdere, perché con la sparata di Baldato, un po' i miei piani sono andati a farsi benedire. Fabio, partendo in quel modo, mi ha costretto ad anticipare e in pratica mi sono trovato a tirare la volata agli altri».
La maglia tricolore vale anche quella azzurra per l'Olimpiade di Atlanta. Il Van Steenbergen d'Italia sogna una maglia bianca coi cinque cerchi olimpici. Lui a questo appuntamento ci pensa da tempo, almeno da un anno.
«A settembre dello scorso anno sono andato a vedere il percorso. Mi ci ha accompagnato Roberto Gaggioli, un amico, uno che là in America ha fatto fortuna. Il tracciato mi si addice e da allora ho cominciato a lavorare per arrivarci al meglio della condizione».
Mario prepara l'appuntamento a puntino, come solo lui sa fare in certe circostanze, ma la corsa a cinque cerchi si rivela troppo incontrollabile (ogni squadra può contare solo su cinque uomini) e viene vinta dallo svizzero Pascal Richard. Per il nostro non c'è gloria.
Cipollini torna alle sue corse e continua a vincere e a convincere: rallenta solo nel 2000, quando la sua stagione non presenta uno score da quindici vittorie almeno, come è ormai sua abitudine, ma si ferma solo a quota nove.
Al Giro conquista solo la tappa di Matera e dopo l'incidente che colpirà papà Vivaldo medita persino di lasciare il ciclismo. D'altra parte non è un mistero: per Mario Cipollini papà Vivaldo è davvero tanto.
«Ora vive senza più vivere e la cosa mi tormenta maledettamente», dice.
Cipollini non c'é con la testa, va alla Vuelta, ma viene rispedito a casa per aver sferrato un pugno in pieno volto allo spagnolo Cerezo.
Il 2001 non va molto meglio. Re Leone perde da Erik Zabel la volata che vale la Sanremo. Mario resta ancora a bocca asciutta, mentre il tedeschino si porta in Germania la quarta Classicissima della carriera.
Re Leone vince quattro tappe al Giro d'Italia, ma qualcosa si è rotto, si percepisce che all'interno della squadra non c'è più l'atmosfera di un tempo.
Mario, dopo un lungo tiramolla, decide di cambiare aria, e lasciare quindi la Saeco di patron Sergio Zappella e del team manager Claudio Corti, per approdare alla Acqua & Sapone- Cantina Tollo con il fedelissimo Mario Scirea e parte del suo staff.
Forse nemmeno lui immagina di pedalare incontro alla stagione più bella: il 2002. Tante vittorie, ma soprattutto vittorie di peso, quelle che vanno ad arricchire una carriera già da antologia.
E a Sanremo realizza il suo capolavoro. Una progressione devastante, un respiro e poi l'accelerata a 70 chilometri orari. Al suo quattordicesimo tentativo, Mario Cipollini vince finalmente la corsa dei sogni: la Classicissima.
Sabato 23 marzo 2002: dopo anni di volate e 169 vittorie al suo attivo, il Re Leone impreziosisce una carriera infinita. Il suo ruggito, in fondo a Via Roma, ha annichilito la concorrenza.
Finalmente. Ma non è il più vecchio a sfrecciare in Via Roma: nel 1999, Andrei Tchmil contava all'anagrafe trentasei primavere e due mesetti.
Cipollini è un Van Steenbergen moderno. Stringe i denti su Cipressa e Poggio. Tiene in pugno i suoi gregari Colombo, Gasperoni e Martin Perdiguero, scongiurando che smarrissero la bussola tattica quando Bettini e Figueras si sfiancano su e giù per il Poggio. E, in fondo alla picchiata sull'Aurelia, a 2.400 metri dall'appuntamento con l'immortalità sportiva, chiama Gentili a organizzare la caccia ai due leprotti ansimanti per il vento in faccia. Il gruppo di Re Leone inghiotte prima Figueras e poi Bettini, quando all'arrivo mancano 700 metri. Trenti allunga.
Poi l'olimpionico della pista Lombardi si è preso carico di tenere alta l'andatura. Quindi è la volta di Cipollini, che parte con una progressione devastante in due tempi negli ultimi 250 metri: un primo affondo in apnea, un respiro minimo, un'altra, decisiva accelerazione a 70 all'ora.
Il campione degli Stati Uniti, Fred Rodriguez, è rimbalzato indietro e, alla fine, è arrivato alla pedaliera di Cipollini soltanto perché il toscano non si è negato il privilegio e la libidine di alzare le braccia e le manone gigantesche al cielo. Stessa sorte tocca al redivivo Marcus Zberg.
Un Van Steenbergen moderno, appunto. E se Rik I dei fiamminghi era riuscito a sbancare Sanremo nel '54, perché il suo discepolo delle volate infinite non ce la faceva a cogliere l'analogo trofeo?, ci si è sempre chiesto. Si domanda Angelo Zomegnan su La Gazzetta dello Sport di domenica 24 marzo.
Forse perché da allora, patron Vincenzo Torriani aveva aggiunto il Poggio nel '60 e, un pochino più indietro, la Cipressa nell'82? La sciarada è risolta. E adesso la freccia zebrata guarda con fondate ambizioni al Mondiale di Zolder, il meno ostico dell'ultimo mezzo secolo.
E ancora non sapeva che, a trenta chilometri dall'arrivo, le ammucchiate tra Imperia e San Lorenzo a Mare, prima di aggredire la Cipressa e Poggio, avrebbero buttato giù dal ring Danilo Di Luca, Erik Zabel e Erik Dekker (frattura alla testa del femore sinistro) di una Sanremo finalmente spumeggiante grazie anche agli attaccanti della prima parte della giornata: Schmidt, Olano, Douma, Andrle, Cuesta, Bodrogi, Hvastija, ai quali Serpellini ha fallito l'aggancio.
«Questa non è soltanto una grande vittoria - spiega Cipo -. È l'impresa della carriera e qualcosa di più. Superare per primo il traguardo è stato come entrare in una nuova dimensione. Per me quella linea d'arrivo è come la porta di Star Gate».
E ancora: «Nessuno può capire cosa significa questa corsa per me. Conoscevo ogni metro del percorso ed anche i fiori delle ultime aiuole. Pedalando in allenamento, come fischiettando in macchina, ho sempre pensato che la cosa più bella che potesse capitarmi era vincere la Sanremo».
Ha gareggiato con una fotografia di Adriano De Zan nel taschino della maglia: gliel'aveva data il figlio Davide alla partenza della prima Sanremo senza papà (il telecronista è scomparso il 24 agosto 2001). Un talismano, che è subito finito nella personalissima galleria accanto alle pietre della maga Diamantina e ai santini di Padre Pio: sacro e profano si mescolano in continuazione nella mente e nei riti di Super Mario.
Il campione della trasformazione ha annusato il successo indispensabile a coronare la carriera già a 120 chilometri dalla mèta quando, reclamando al direttore sportivo Antonio Salutini la maglia di ricambio disegnata dallo stilista Roberto Cavalli, ha urlato ai componenti della sua ammiraglia: «Oggi vi faccio divertire io».
Re Leone era pronto alla battaglia
«Ho pensato alla mia famiglia, a mia mamma, a mio papà. Ad Adriano De Zan, il telecronista che mi voleva bene. Ho corso con la sua foto in tasca. Penso che una spinta me l'abbia data anche lui».
E precisa: «Sapevo di poter contare su una squadra fortissima. I miei compagni, tutti nel loro ruolo, sono stati straordinari. Gentili ha chiuso il buco su Bettini. Trenti ha lanciato il nostro treno ai 600 metri, poi è entrato in azione Lombardi che mi ha accompagnato dai 350 metri. Davanti allo striscione ho visto rosso e sono partito. Forse un po' troppo lungo. Avevo fretta. Sono partito e ho pregato perché Dio mi concedesse tutta l'energia per farmi tagliare quella linea bianca. Per primo».
Infine il racconto: «Parto da lontano: ero piccolissimo e già correvo in bici. Mio papà Vivaldo tornava sfatto dalla giornata di lavoro col camion, io l'aspettavo sul marciapiede di casa e lui mi accompagnava per gli allenamenti in bici. Mi parlava sempre di Via Roma. Poi sono andato con lui a vedere la Sanremo. Ho visto la neve sul Turchino. E quella Via Roma rimbombava nella mia testa. Mio papà ha avuto un'incidente e ha perso lucidità, ma ho saputo da mia sorella che sabato ha avvertito qualcosa e ha alzato le braccia. Per me è come vincere un'altra volta. Ho pensato di chiudere così la mia avventura con la Sanremo. Ho pensato "non la corro più". Ma il prossimo anno, con l'arrivo della primavera, sentirò il richiamo irresistibile di questa gara unica e non potrò dire di no. E poi credo di poterla rivincere, come Duclos-Lassalle, che ha vinto la prima Roubaix a 37 anni e la seconda a 38. Ma è come se avessi già toccato il cielo. Nemmeno vincendo il Mondiale potrò sentirmi appagato come dopo Via Roma. Vorrei fermare per sempre quel momento. Metterò in una grande teca di vetro tutto quello che avevo addosso: la bici, il casco, le scarpe, i guantini e il numero di gara. Sarà il mio museo della Sanremo».
C'è anche spazio per un curioso retroscena: «Ho sempre la voglia di vincere una corsa per distacco. Avrei voluto provarci anche alla Sanremo. Mi sentivo così bene che a Scirea ho detto: "Se mi trovo davanti, provo a partire sul Poggio e poi faccio una discesa delle mie". E per un attimo sono stato tentato. Quando è partito Bettini, avevo la forza per rispondergli. Ma avrei rischiato troppo. E poi sono affezionato a quei brividi delle volate, all'adrenalina degli ultimi chilometri».
PARTE 3
È un Cipollini nuovo, quello che esce come rinato dal trionfo della Milano-Sanremo. E lo dimostra nella Gand-Wevelgem, il 10 aprile 2002. La vince per la terza volta in carriera, ma soprattutto al termine di una fuga, quando raggiunge tutto solo un gruppetto e lo doma allo sprint. Aveva ragione lui: vincere la Sanremo è stato come varcare la porta di Star Gate ed entrare in una nuova dimensione.
Il giorno della Gand, Mario è entrato nel club dei campioni da classiche. Cipollini va all'attacco ritagliandosi un posticino in tutte le fughe di giornata fino a battere allo sprint gli ultimi quattro compagni di viaggio.
«Pedalo sulle ali dell'entusiasmo. Sono sorpreso anch'io, non mi aspettavo di andare così forte. So di aver fatto qualcosa di speciale. Penso di aver fatto un numero da campione. Per la prima volta mi sono sentito uno di quegli eroi che vedevo da piccolino alla tv. C'era un'euforia da fuga che non conoscevo, un'esperienza inedita. Mi è piaciuta».
Dopo la Gand, Cipollini vive il suo Giro più bello. Sei vittorie di tappa come mai aveva fatto: Munster, Esch-sur-Alzette, Caserta, Conegliano, Brescia prima di concludere con Milano in maglia ciclamino. Il pensiero è ormai indirizzato al Mondiale ma...
Martedì 9 luglio 2002, ore 22.19: uno stringato comunicato dettato all'agenzia Ansa porta nelle redazioni un annuncio-choc che scuote il mondo del ciclismo: Mario Cipollini grida «Mi ritiro». E accusa il ciclismo, un mondo nel quale non si ritrova più. Il suo è un atto di accusa.
«Smetto perché da questo mondo ho ricevuto tantissimo, ma meno di quanto ho dato... È il sistema che non funziona... Ci sono troppi colleghi non pensanti. Quello che mi è mancato è stato il rapporto umano con i miei sponsor. Dal Giro sono passati quaranta giorni, ma non è arrivato un telegramma né una telefonata per dire "bravo, siamo contenti". La cosa mi ha infastidito e amareggiato. E mi sono chiesto cosa resto a fare. Se non posso più partecipare alle corse importanti come il Tour, se non ci sono sponsor interessati a investire su Cipollini, è davvero molto brutto.
«Il mio malessere è iniziato subito dopo la Sanremo: pensavo che vincerla avrebbe potuto portare cambiamenti, invece solo dietro grandi insistenze la mia squadra è stata invitata alla Roubaix: in un'Europa sempre più aperta e globale, com'è che esiste ancora un dittatore come Leblanc (il patron del Tour e della Roubaix, ndr) che fa il bello e il cattivo tempo? Mi ha defraudato per due anni consecutivi dell'avvenimento più importante del ciclismo e nessuno mi ha difeso.
Quarantanove giorni. Tanti ne passa Mario Cipollini a pedalare come nella bella stagione non aveva fatto mai. Pedala, suda e riflette. Quarantanove volte, con ostinazione. Poi scrive: «Voglio incominciare rispondendo alla domanda che da tutto il mondo mi stanno ponendo sempre più insistentemente. Sì, continuerò a correre. È una scelta mia come mia era stata la decisione di smettere. Negli ultimi due mesi ho pensato spesso che non mi sarei mai più rimesso un numero sulla schiena. Ero nauseato... L'affetto della gente, l'amicizia della squadra, i messaggi ricevuti sono stati altri fattori che mi hanno fatto riflettere molto...».
La marcia di avvicinamento a Zolder comincia dalla Vuelta, dove firma tre capolavori che gli consentono di entrare nel club ristretto di coloro che sono riusciti a vincere tappe in tutte e tre le grandi corse a tappe.
Alla fine della carriera il suo bilancio complessivo sarà di 42 tappe vinte al Giro d'Italia, dodici al Tour de France e tre alla Vuelta di Spagna.
Tre vittorie in una settimana di corsa, poi il ritiro, per tornare nelle sue terre a rifinire la condizione, a perfezionare il funzionamento di un motore che deve essere pronto per Zolder. Per rincorrere la maglia dei sogni.
E in Belgio, dopo un digiuno di dieci anni, ecco il salvatore dell'Italia ciclistica Mario Cipollini mettere tutti d'accordo. Vince, stravince, convince e riesce nell'impresa più difficile: quella di rendere squadra, anche per solo un giorno, dodici italiani, abituati a pensare alla propria causa, al proprio orticello, alla propria maglia. Eppure, quel giorno a Zolder, l'Italia è stata davvero La Squadra.
Un'occasione unica, quasi irrinunciabile, offerta dal destino: un campionato del mondo mai così piatto, mai così ben disegnato apposta per gli uomini-jet del gruppo. E così, a trentacinque anni, Cipollini fa il suo esordio mondiale in maglia azzurra (in precedenza l'aveva indossata, tra i professionisti, alle Olimpiadi di Atlanta nel '96) con un fardello di responsabilità pesante come non mai. Chiede una nazionale il più possibile personalizzata, e il Ct Ballerini lo accontenta. E come tutti i campioni che si rispettino, nel giorno del giudizio non sbaglia. Sembra tutto facile, tutto scontato, ma così non è.
L'Italia controlla sempre la corsa, nel finale entrano in scena Petacchi, Nardello, Sacchi, Tosatto e Bortolami, l'ultimo strappo è un capolavoro di Di Luca e Bettini, che aveva a ruota proprio Re Leone, mentre il gruppo viene decapitato per una caduta avvenuta intorno alla trentesima posizione. Scirea entra in azione, e fa la discesa come meglio non potrebbe. Tocca quindi a Petacchi, che è allo scoperto già prima dell'ultimo chilometro e porta Lombardi e Cipollini fino all'imbocco della chicane Jacky Ickx.
Giovanni taglia le curve, e rilancia la velocità, si sposta, e Cipo prende il volo, che lo condurrà sul gradino più alto del mondo. Sul traguardo lancia un urlo liberatorio, che pare un ruggito: il Re Leone è campione del mondo.
«Quando ho tagliato il traguardo ho esitato ad alzare le mani, per paura che qualcuno potesse passarmi. Ho preso il via in uno stato di trance: era tale la concentrazione che i 256 km mi sono volati via. Ho fatto tutto per essere al 100% in quello sprint: andare a letto alle 10, pedalare per sei ore al giorno e perfino non "trombare". Avevo la responsabilità anche di corridori come Bettini e Petacchi, che avrebbero potuto giocare le loro carte. Poi ho pensato che avevo fatto tutto per essere al top in quello sprint. È stata davvero la volata della mia vita, perché valeva molto, per non dire tutto. È il punto più alto della mia carriera. Lo sprint più importante. Sarà banale dirlo così, ma è il coronamento di un sogno».
Sul podio iridato, però, Re Leone tradisce un po' le attese: «È vero, sul palco iridato sono stato poco Cipollini, ma Cipollini è anche questo. Ho pensato che fosse giusto avere il massimo rispetto per il Mondiale. Forse nella mia carriera mi sono accontentato, avrei potuto fare di più, però sapevo vincere le tappe al Giro e al Tour, e mi bastava: era il mio equilibrio. Potevo essere competitivo in classiche come la Roubaix, ma avrei dovuto fare una preparazione specifica che contrasta con il lavoro del velocista. Io ottenevo quello che volevo, poi magari mi lasciavo andare alle vacanze».
È il 13 marzo 2003 quando Mario Cipollini, nella prima tappa della Tirreno-Adriatico, tappa di Sabaudia, vince la prima corsa in maglia iridata. Al suo primo impegno italiano dell'anno, alla sua prima volata da Zolder, va subito a segno, nonostante gli anni siano quasi trentasei e le quindici stagioni da professionista già alle spalle.
«Questa non è una vittoria come le altre - dice commosso dopo il traguardo - non vedo l'ora di vedere la foto del mio arrivo a braccia alzate con la maglia di campione del mondo».
Due giorni più tardi Cipollini si ripete ma a Sanremo, nella corsa che ama e sente di più, deve arrendersi al guizzo di Paolo Bettini.
La stagione delle classiche non gli sorride e anche il Giro d'Italia non inizia con il piede giusto: nella tappa inaugurale, a Lecce, Re Leone deve inchinarsi ad Alessandro Petacchi che va a indossare la maglia rosa. Cinque giorni più tardi arriva la sconfitta di Catania e poi ancora quella di Avezzano, quella più amara, quella che comincia ad insinuare nel campione toscano il dubbio e l'insicurezza.
«Probabilmente sono vecchio. È ora di smettere, di far largo ai giovani» si lascia scappare durante uno sfogo.
Ma il re non ha ancora abdicato. E lo dimostra ad Arezzo, nell'ottava tappa, quando ritrova il successo e il sorriso, eguagliando Alfredo Binda nel numero di tappe vinte al Giro d'Italia.
E se dev'essere record, record sia, si dice. E l'indomani a Montecatini, proprio vicino a casa, entra nella storia del Giro vincendo la sua quarantaduesima tappa: «Ho superato Binda, un mito che non avrei mai pensato di eguagliare, anche se so che tra noi resta un abisso. Potrei fare il cameriere ad un campione come lui, ma almeno ho avuto il merito di aver fatto sì che si torni a parlare di lui».
Ma quello di Cipollini è un record carico di amarezza, perché preceduto di poche ore dall'ennesima delusione proveniente dalla Francia. Il Tour non lo vuole.
«Sono tre anni che Jean-Marie Leblanc mi nega la possibilità di partecipare - si sfoga - e sono tre anni che gli sponsor investono denaro su di me e nella mia squadra e ne rimangono danneggiati, e sono tre anni che non capiamo il perché. La maglia che indosso è un patrimonio del ciclismo mondiale eppure Leblanc la ignora, la nega, la tradisce. La sua è una dittatura e le sue scuse non convincono nessuno».
La felicità per il record di 42 vittorie diventa tristezza piena due giorni più tardi, sull'asfalto bagnato di San Donà di Piave, quando l'irruenza incontrollata dello spagnolo Isaac Galvez, fa volare per terra Cipollini. Mario cade pesantemente, si rialza, risale in bici e taglia il traguardo ma il dolore lo convince ad effettuare un controllo radiografico in ospedale.
«Pare ci sia un'infrazione che però non si può immobilizzare» spiega quando esce dal nosocomio su una sedia a rotelle e ancora non sa che quella caduta è destinata ad avere un ruolo importante nel finale della sua carriera.
Normale e logico è il suo ritiro dal Giro, meno normale e certo illogico il verdetto del TAS, il Tribunale Arbitrale dello Sport, al quale la Domina Vacanze si è rivolta per rivendicare il diritto di partecipare al Tour. Cipollini non ci sarà, è il verdetto, e la sua stagione va in soffitta con un pizzico di malinconia e l'inevitabile rinuncia alla difesa della maglia iridata su un percorso, quello di Hamilton, in Canada, che non gli avrebbe concesso chance.
Inizia una nuova stagione ma, nonostante i buoni propositi di patron Ernesto Preatoni, che decide di gestire in prima persona i rapporti con Mario, lasciando più defilato il team manager Vincenzino Santoni, la stagione prende una brutta piega. Mario non si sente a suo agio in un ambiente che non riconosce più. Al Giro, dopo sconfitte e cadute, lascia prima della tappa di Frosinone: «Penso che questo sia stato il mio ultimo Giro, potrei non correre più...».
Cipollini, oltre ad essere livido sul corpo, è amareggiato nel morale. «Esco da questa corsa con il morale sotto le scarpe. Non sarà facile ritrovare le motivazioni».
Nei mesi seguenti, Mario si macera in silenzio, riflette, cerca di capire quale può essere il suo futuro. La svolta arriva sulle strade del Mondiale di Verona, dove Re Leone è a bordo strada, ospite e tifoso. È qui che incontra i dirigenti della Liquigas-Bianchi, una nuova formazione iscritta al ProTour, il nuovo circuito che rivoluziona il ciclismo professionistico.
Un'idea, una proposta, un accordo rapidissimo: Mario torna in sella.
«Ho la sensazione che il mio orologio personale si sia fermato alla caduta di San Donà del 2003: quel giorno avevo sensazioni straordinarie e sono convinto che, se non fossi caduto, lì sarebbe iniziato il mio recupero» confessa.
Il suo spirito agonista e la voglia di essere protagonista di una svolta epocale quale quella del ProTour lo spingono nuovamente ad accettare la sfida, anche se gli anni cominciano a fare sentire il loro peso: il 22 marzo saranno trentotto.
A dicembre vola nel suo amato Sudafrica con i nuovi compagni di squadra, non ha più un suo treno personale, Scirea ha smesso per questioni anagrafiche e sta per salire proprio sull'ammiraglia della Liquigas Bianchi.
È un Cipollini nuovo, quello che si affaccia al 2005, più riflessivo ma non meno motivato: «Lo scorso anno mi sono allenato troppo e alle corse sono arrivato scarico. Stavolta ho fatto tesoro degli errori commessi. Gli obiettivi? Quelli di sempre: Sanremo, Giro d'Italia e poi mi stimola questa sfida del ProTour. È un progetto che può aiutare il ciclismo a crescere ancora».
Comincia presto a correre, Re Leone, come non ha mai fatto: prima uscita a Doha, in Qatar, tra sabbia e sceicchi, dove poi si corre anche il Giro di quel minuscolo emirato. Cipollini è secondo nella prima tappa, battuto dal belga Tom Boonen, poi tre giorni dopo beffa il rivale per due centimetri, regala all'Italia la prima vittoria stagionale e torna a vincere dopo nove mesi e quattordici giorni, andando a segno per la diciassettesima stagione consecutiva.
Corre, fatica, torna a vincere anche in Italia: accade il 7 marzo, nel Giro della Provincia di Lucca. Con astuzia taglia l'ultima curva prima del traguardo e precede il giovane neoprofessionista Paride Grillo e il suo ultimo grande rivale, Alessandro Petacchi. Una signora vittoria che gli dà morale e lo spinge a sognare ancora la Sanremo.
Ma in Via Roma, due settimane più tardi, Cipollini la volata la osserva da dietro, vede Petacchi andare a vincere, capisce che è arrivato il momento del grande passo.
«Mi sono reso conto di non essere più quello che volevo essere: si è spezzato l'equilibrio fra la testa, che voleva resistere e andare avanti, e le gambe, che invece non rispondevano come avrei desiderato».
La passerella rosa, nel prologo del Giro d'Italia, vale un trionfo: tributato da tutti i tifosi al più grande velocista italiano della storia.
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