Il campione di football e la seconda vita. Così cade il mito americano del successo


Il romanzo di Eugene Marten, considerato dal guru Gordon Lish tra i migliori autori USA

GIULIO D’ANTONA
La Stampa - Venerdì 9 gennaio 2026
Pagina 25

C'è un romanzo che non assomiglia a nessun altro al quale la letteratura americana degli ultimi vent'anni può avere abituato i lettori. Se esiste una regola nella nuova narrativa statunitense, questo libro la sovverte. Eppure, pur contravvenendo al canone che identifica la buona scrittura nella scrittura lineare, completamente al servizio della trama e avulsa al genere, La vita pura di Eugene Martens (in Italia per Playground e la traduzione di Antonio Bravati) è anche un esempio di realismo, uno di quelli che un tempo si sarebbero definiti "spaccati artistici" di vita americana – una canzone del Bruce Springsteen di Nebraska, per esempio, o un racconto di Trilobiti di Breece D'J Pancake – , che devia sul thriller e sfocia nel body horror. Sherwood Anderson incontra Patricia Highsmith e insieme vanno a far visita a John Carpenter, più o meno. 

Comincia in una città senza nome con una storia tanto brutale e comune da poter essere uno qualsiasi dei centri lungo la rust belt falliti nel corso delle varie crisi industriali a cavallo tra gli anni '70 e '80 del Novecento. Una cittadina di provincia, lontana da tutto, in cui l'industria dell'acciaio sta morendo e il football è l'unica cosa per la quale valga la pena vivere. Ohio, probabilmente, ma anche Indiana, Michigan, Illinois. 

L'immagine è quella di un bambino che, verso sera, mentre i suoi compagni di giochi vengono richiamati in casa per cena uno a uno e la luce sfuma nel tramonto, lancia un pallone mirando a un bidone dell'immondizia in un vialetto solitario. Poi è un ragazzo delle superiori, quarterback rivelazione della sua scuola mentre fuori il futuro di molti operai, compreso suo padre, cambia radicalmente con la chiusura delle fabbriche. I bar si riempiono e le case e le facciate dei negozi vanno a fuoco senza che i pompieri intervengano perché non c'è più niente di redditizio se non le assicurazioni. Youngstown, Ohio nel 1977, Copperhill, Tennessee nel 1988 e Detroit, Michigan nel 2013. 

Del ragazzo, che vedremo diventare uomo, non conosceremo mai il nome, ma solo il numero sulla maglietta: Diciannove. Ha il destino segnato: quello di essere una celebrità locale e poi forse nazionale, un compito che preclude qualsiasi moto di interiorità. È limitato al suo ruolo, il tratto che lo definirà fino al punto di assorbirlo completamente, di fonderlo con la sua immagine pubblica e confondere la vita in campo con quella privata, che dopotutto viene sempre dopo il football. Roy Hobbs ne Il migliore di Bernard Malamud, lo svedese in Pastorale Americana di Philip Roth, Henry Skrimshander in L'arte di vivere in difesa di Chad Harbach

Viene l'università, sempre nella parte del campo che è di dominio del quarterback, poi la delusione per non essere stato selezionato per diventare un professionista della National Football League. Le leghe minori, quelle dei ripescati e degli ex atleti panciuti. La rivalsa, il debutto nel campionato maggiore, il Super Bowl, un infortunio, la fine della carriera. Succede tutto nelle prime quaranta pagine, al ritmo battente di una vita che scorre all'inseguimento di un ideale frutto di un talento innato e di una scrittura urgente, viva, che non ha nulla a che vedere con la narrativa ripulita e compita dei master, ma molto con la ricerca di un ritmo che restituisca la frenesia dello sport, della velocità degli schemi imparati a memoria nei diner mentre i compagni di squadra fanno festa con le cheerleader e della meticolosità matematica di uno che, come Diciannove, non saprebbe fare altro. Tom Brady, Peyton Manning, Aaron Rodgers

Da qui in avanti, comincia tutta un'altra storia. 

Quando La vita pura è uscito per la prima volta, nel 2023, il leggendario editor Gordon Lish ha definito Marten «uno dei tre migliori scrittori americani in vita». Chi fossero gli altri due non è dato da sapere. Marten può reggere il podio. In un panorama letterario in cui sempre di più si va a caccia della sensazione, della storia immediata che venda subito e poi scompaia ma dia agli editori abbastanza fiato da scovare la successiva, i suoi romanzi sono l'antitesi della logica promozionale. Sono storie che vengono dopo. Raccontano di cosa succede quando si esce di prigione, tralasciando il periodo in cella e i motivi per i quali ci si è finiti, o di come si vive con un cadavere trovato in un cassonetto, senza dedicare molto spazio all'indagine sul perché si trovasse lì. Niente true crime, niente denuncia sociale, niente riscatto emotivo sconvolgente. 

Dopo il ritiro forzato, la vita di Diciannove rallenta e la penna di Marten si scatena. La storia si svela per quella che è: non la cronaca di un'ascesa e di una caduta, ma il racconto di ciò che accade quando si torna indietro. Quando anche l'industria più redditizia che si possa immaginare in America, lo sport professionistico, chiude i battenti e si rimane senza nessun'altra idea, talento, aspirazione. Un matrimonio fallisce, i soldi finiscono nel buco nero di un paio di investimenti sbagliati e il consumo compulsivo di alcol aumenta. Restano le cicatrici, le vertebre fuse, decine di oppiacei consumati al giorno e un principio di encefalopatia traumatica cronica, una malattia degenerativa che colpisce molti ex giocatori di football in seguito ai ripetuti traumi cranici. 

Qui il passato e il presente di Diciannove si fondono nel ricordo e nella disperazione, dando vita a un mostro di americanità ostentata che somiglia all'ibrido Demi Moore-Margaret Qualley in The Substance, di Coralie Fargeat e che prende vita durante un viaggio della speranza sulla Costa dei Mosquito, in Honduras, a caccia di una cura che lo salvi dal declino, dall'ignoto, dall'essere dimenticato. Cuore di tenebra, Il tè nel deserto, L'uomo di Marte

Il romanzo si disgrega assieme alla mente del suo protagonista e i piani di racconto si confondono. L'intimità di Diciannove, inesistente quando la sua vita sociale e sportiva era al suo apice, diventa preponderante e finisce per sostituirsi alla realtà in un flusso allucinatorio che svela tutta la logica narrativa di Eugene Marten, che può fare a meno dei colpi di scena ma non delle rivoluzioni. Non ci sono altri esempi calzanti, La vita pura è un libro a sé. 

— © RIPRODUZIONE RISERVATA.

Commenti

Post popolari in questo blog

I 100 cattivi del calcio

Dalla periferia del continente al Grand Continent

Chi sono Augusto e Giorgio Perfetti, i fratelli nella Top 10 dei più ricchi d’Italia?