Sentimental Value - Trier filma la vita come un romanzo Scandinavian style


Fresca di 9 candidature all’Oscar, quest’opera nobilita pure l’Ikea

24 Jan 2026 - Il Fatto Quotidiano
Federico Pontiggia

Se conoscete un regista, uno sceneggiatore e un attore italiani, ve ne prego: portateli a vedere Sentimental Value. Ne va della vostra vita e, più importante, del nostro cinema. Quante volte spettatori siamo rimasti intimamente atterriti, visceralmente costernati, platealmente insofferenti alla vista, e all’udito, delle grida laceranti, le porte sbattute se non scassate, i pianti torrenziali, i dialoghi ingiuriosi di tanti film tricolori alle prese con la famiglia e i suoi derivati sentimentali, emotivi, esistenziali? 

Il sesto e nuovo film del norvegese classe 1974 Joachim Trier provvede la Cura Ludovico: lo vedessero e rivedessero Sentimental Value per capire come si fa, come si deve, fresco di nove nomination, e di peso, agli Oscar. Trier, con Eskil Vogt anche sceneggiatore, mantiene del precedente e acclamato La persona peggiore del mondo (2021) la sempre brava Renate Reinsve e le affianca il superbo Stellan Skarsgård, nonché le decisive Inga Ibsdotter Lilleaas ed Elle Fanning, in un dramma che ascrive a sé stesso una straordinaria virtù: la normalità.

Anche se non abbiamo per padre un regista di ex successo, Gustav (Skarsgård); per figlia un’attrice di talento, Nora (Reinsve), e/o una creatura preziosa, Agnes (Lilleaas), né annoveriamo in agendina una star hollywoodiana, Rachel (Fanning), di Sentimental Value possiamo apprezzare le proporzioni non già auree, ma di stagno: la vita come un romanzo scandinavo, la vita com’è, se non negli eventi, negli esiti, dunque gli aneliti, i battiti, le ferite e le miserie.

Fresco vedovo, Gustav ritrova le figlie dopo lungo tempo, e progetta di dirigere la primogenita nel ruolo della di lui madre, e di lei nonna, morta suicida: Nora si rifiuta, sicché opta per Rachel, ma il cambio non è indenne. Tutto qui, e molto altro, molto dentro: l’aggettivo sentimentale nel titolo non lo esaurisce, il valore è cinematografico, e non per l’effetto-notte che si riverbera sulle relazioni tra familiari cinematografari, e non per la regìa che, a differenza degli interpreti, dribbla per partito preso l’eccezionalità, bensì per l’essere manifestamente un film medio realizzato al massimo delle possibilità. Provateci voi, sono come gli spaghetti al pomodoro: chiedete a uno chef, vi dirà della difficoltà. Questa “medietà” attinge direttamente alla vita: non sono forse le nostre gioie, i nostri dolori, le verità e pure le menzogne, il nostro trovarsi e perdersi, il nostro fare l’amore, l’odio e l’indifferenza cose normali, ordinarie accadute e agite, nei casi migliori, al massimo delle possibilità?

C’è chi di Sentimental Value non ha tautologicamente inteso, e non intenderà, il valore: gli lasciamo volentieri i safari, i trapezi e i “venghino siori e siore” di cui le sale traboccano. Per gli altri c’è questo dramma disperatamente garbato, convintamente precipitato nell’umano, che non disdegna ironia e sarcasmo: quando Gustav indica a Rachel lo sgabello con il quale la madre, già internata per antinazismo, s’è impiccata, si ride di gusto – ci fermiamo qui, c’entra Ikea. Non perdetelo.

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