Una storia dell’OPEC: perché la sua crisi non è cosa buona
Cosa significa l’uscita degli Emirati Arabi
L’organizzazione, la prima del Sud globale, è nata contro le 7 Sorelle USA: se cade, restano solo finanza e multinazionali
Guerra antica
Dagli anni 70 il blocco occidentale prova a rompere l’intesa tra i Paesi esportatori (non solo arabi): tutti i falsi miti creati contro il “cartello dei ricchi sceicchi”
I conti senza l’oste
Se parte la corsa al ribasso dei prezzi i primi a saltare saranno i produttori americani di shale oil
4 May 2026 - Il Fatto Quotidiano
Giuliano Garavini
Sui mezzi di comunicazione, specie quelli anglosassoni, si invoca “l’inizio della fine” del “cartello petrolifero”. In effetti l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’OPEC, è da sempre nemica di Washington e della maggioranza delle compagnie petrolifere e dei governi occidentali. A mettere in crisi l’organizzazione è stato l’imprevisto annuncio degli Emirati Arabi Uniti, quarto produttore OPEC, di voler lasciare l’organizzazione a partire dal 1º maggio per privilegiare i “propri interessi nazionali”. Trump ha commentato: “It’s great”. Nel passato vari Paesi erano usciti, ma mai un membro del peso degli Emirati.
Attorno all’OPEC si addensano miti che impediscono di capirne a pieno l’importanza, che va ben oltre il solo petrolio, che pure rimane la maggiore fonte energetica del pianeta. Il primo dei miti è che si tratti semplicemente di un club di “Paesi produttori”, affermazione spesso seguita dall’osservazione la sua quota di produzione su quella mondiale si è ridimensionata al 30%. L’OPEC raggruppa in realtà ancora quasi tutti i maggiori “esportatori netti” di petrolio. Per capire la differenza tra “produttore” ed “esportatore netto” basta prendere il caso degli Stati Uniti: fin dall’800, sono stati quasi sempre il maggior produttore mondiale, ma dopo il 1948 sono diventati un importatore netto di petrolio “greggio” (cioè consumano più greggio di quanto ne producono, anche se grazie allo “shale oil” sono oggi in equilibrio).
UN ALTRO MITO È CHE L’OPEC sia un “cartello”; in realtà è un’organizzazione internazionale nata nel 1960 a Baghdad, sotto impulso del venezuelano Pérez Alfonzo, ministro del Petrolio “ambientalista” che negli anni 70 descriverà il petrolio come “escremento del Diavolo”, e di Abdullah Tariki, ministro saudita conosciuto come “lo sceicco rosso” per le simpatie verso il nazionalismo arabo. L’OPEC, peraltro, nacque proprio per opporsi a un cartello, quello delle Sette sorelle angloamericane, che monopolizzavano le esportazioni , mentre i produttori rivendicavano per sé una quota maggiore della rendita petrolifera e peso nelle decisioni sulla produzione. L’OPEC è stata la prima organizzazione del Sud globale (con membri che andavano dal Sud America all’Asia), è nata un anno prima del Movimento dei non allineati ed è l’unica organizzazione di Paesi esportatori di risorse che abbia avuto successo.
Il terzo mito da sfatare è che lo “choc petrolifero” del 1973 sia dovuto a un “embargo OPEC” che non c’è mai stato: furono solo alcuni dei Paesi esportatori arabi a ridurre la produzione a sostegno della causa palestinese. A far impennare i prezzi fu invece la decisione dell’OPEC, trainata dall’Iran dello Shah, alleato di Israele, di aumentare i prezzi per favorire una rapida industrializzazione in vista di un prossimo esaurimento dei giacimenti, nonché per ridurre il “sovraconsumo” dei Paesi ricchi. Grazie al mito de “l’embargo OPEC”, l’organizzazione con base a Vienna, che raggruppa Paesi arabi e no, si è vista appiccicata addosso l’immagine di un cartello di ricchi sceicchi in grado di ricattare il laborioso automobilista americano. Da quel momento Washington e i Paesi riuniti nell’agenzia internazionale dell’energia, creata nel 1974 proprio come un’anti-OPEC, maturarono l’intento di indebolire l’organizzazione.
DALL’INIZIO DEGLI ANNI 80 una serie di sfide posero l’OPEC in difficoltà e si cominciò a parlare di “maledizione del petrolio”. Prima la rivoluzione in Iran seguita dalla guerra tra Iraq e Iran, poi l’ascesa del Mare del Nord, che salvò Thatcher e accelerò la finanziarizzazione del mercato petrolifero con l’ascesa dei futures sul Brent britannico, e ancora il crollo dell’URSS, che rese la Russia e i Paesi ex sovietici terreno di caccia delle multinazionali, provincie petrolifere dai bassi costi di produzione.
Dall’inizio degli anni 2000, anche grazie alla crescita dei consumi cinesi (nel 2013 Pechino sarebbe diventato il maggiore importatore di petrolio al mondo), i prezzi cominciarono a salire nuovamente, e leadership più nazionaliste in Venezuela (Chavez) e in Iran (Ahmadinejad), contribuirono al rilancio dell’OPEC, che convocò due simbolici summit prima nel 2000 a Caracas e poi nel 2007 a Riyadh. Il nazionalismo petrolifero sembrò nuovamente sulla cresta dell’onda, affiancato dalla cosiddetta “Onda rosa” dei Correa, dei Lula, dei Morales in America Latina, che veleggiavano su un ciclo di rialzo dei prezzi delle commodities.
La nuova sfida arrivò con la “rivoluzione dello shale”: un’innovazione finanziaria e tecnologica che permise agli Stati Uniti di ridiventare il maggiore produttore di petrolio e gas al mondo (nel 2006 Washington importava il 60% del petrolio consumato, nel 2019 appena il 3%). Nel 2014 il dilagare dello “shale” innescò un crollo dei prezzi che scesero del 70% in due anni, con effetti devastanti per gli esportatori. Mentre la Russia veniva per la prima volta sottoposta a sanzioni economiche dopo l’annessione della Crimea, col rublo deprezzato e un drastico calo delle riserve di valuta, Putin decise che era giunto il momento di cooperare con gli altri Petrostati. Nel dicembre 2016 venne lanciata l’OPEC+: un accordo tra Paesi non-OPEC, con in testa la Russia, e OPEC, con in testa i sauditi di Mohammad bin Salman. La storia ufficiale dell’organizzazione definisce la nascita dell’OPEC+ come “altrettanto significativa nella storia dell’OPEC della sua fondazione nel settembre 1960”.
Dopo violentissime turbolenze, dal Covid alla guerra in Ucraina, si arriva all’attuale crisi di Hormuz, innescata dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran a fine febbraio. Teheran, come ritorsione al supporto diretto o indiretto da parte delle monarchie arabe del Golfo agli attaccanti, ha colpito le infrastrutture petrolifere e del gas nella regione e bloccato il transito dello Stretto alle navi di “Paesi ostili”. Di fatto ha imposto una riduzione della produzione petrolifera OPEC nella regione di quasi un terzo e interrotto il flusso di prodotti petrolchimici necessari per l’industria e il settore agricolo mondiale (il 30% dell’urea per produrre fertilizzanti passava da Hormuz).
Così come la nazionalizzazione e il blocco del canale di Suez nel 1956 da parte dell’Egitto di Nasser aveva incarnato il declino degli imperi britannico e francese, la partita che si profila ad Hormuz riguarda la futura influenza americana in Medio Oriente sul piano sia militare sia finanziario. L’attacco all’Iran rientra nella logica della “energy dominance” di Trump fondata sulla produzione nazionale di idrocarburi, ma anche sul controllo delle riserve internazionali. Nel gennaio di quest’anno un’operazione militare chirurgica in Venezuela ha permesso l’insediamento, in un Paese fondatore dell’OPEC, di un regime subalterno che ha aperto alle multinazionali modificando la legislazione petrolifera nazionalista, mentre il controllo delle esportazioni e dei proventi delle vendite viene direttamente gestito da Washington. Trump ha apertamente ammesso di voler replicare in Iran il modello venezuelano: “Quello che abbiamo fatto in Venezuela è lo scenario perfetto”. D’altra parte, l’Iran non solo è membro dell’OPEC e dell’OPEC+, ha rapporti economici e militari privilegiati con Cina e Russia e nel 2024 è anche entrato nei Brics. Anche l’uscita degli Emirati dall’OPEC - e forse dai Brics - ha un aspetto squisitamente economico e uno geopolitico. La leadership emiratina da tempo lamenta di essere costretta dall’OPEC a quote di produzione che non rispecchiano il potenziale del Paese di 5 milioni di barili il giorno e ambisce ad aprire i rubinetti senza vincoli. Ma l’uscita dall’OPEC significa anche assestare un colpo al nemico Iran e alla troppo ingombrante e cauta (con l’Iran) Arabia Saudita, accreditarsi come principale alleato di USA e Israele nel Golfo, sconfessare la passata identificazione da parte del fondatore degli Emirati, Zayed (morto nel 2004), col mondo arabo e islamico, nonché la sua strategia di buoni rapporti con tutti i vicini.
CI SAREBBE POCO DA GIOIRE, in ogni caso, per una crisi dell’OPEC. Se cadesse, sparirebbe l’unica organizzazione internazionale in grado di intervenire concretamente nei momenti di crisi del mercato degli idrocarburi: rimarrebbero solo la speculazione finanziaria, la logica estrattivista delle multinazionali e le “raccomandazioni” dell’AIE (Agenzia Internazionale per l'Energia, ndr) di Parigi. Sparirebbe anche l’unico modello di cooperazione fra Paesi esportatori di risorse energetiche e minerarie, che incarna l’idea che una quota significativa della rendita mineraria debba restare laddove essa viene generata, potenzialmente a beneficio dei governi (e sperabilmente anche dei popoli) latinoamericani, africani e asiatici.
In fine dei conti anche a Washington l’euforia avrebbe vita breve. Se con Hormuz riaperto iniziasse una competizione tra esportatori per guadagnare quote di mercato, i primi a saltare sarebbero i produttori con i costi più alti: lo “shale” USA perderebbe a mani basse contro i vituperati “sceicchi”.
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COSA SONO L’OPEC E L’OPEC+ (CON RUSSIA & C.) L’ORGANIZZAZIONE dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC l’acronimo inglese) è stata fondata nel 1960 da 5 Paesi: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. Si sono via via aggiunti Qatar, Indonesia, Libia, Emirati Arabi, Algeria, Nigeria, Ecuador, Gabon, Angola, Guinea e Congo. Tra entrate e uscite (l’ultima gli Emirati) oggi raggruppa 11 Paesi. Nel dicembre 2016 è nata l’OPEC+ con l’associazione della Russia e altri Paesi come Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Kazakistan, Malaysia, Messico, Oman e Sudan.
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